Amarcord, Editoriale

Marco Materazzi, per sempre lassù (9 luglio 2006 o anche breve storia dell’uomo del destino)

Stare in aria per un’eternità.

Uno dei luoghi comuni più abusati da chi scrive di sport riguarda lo stacco, il tempo brevissimo eppure dilatato dall’attesa per l’impatto, l’attimo in cui la traiettoria della palla incrocerà la fronte, la tempia o la nuca di chi si arrampicato lassù. Fino alla sera in cui Marco Materazzi volò mezzo metro sopra tutti gli altri per segnare il gol più importante della sua vita pensavo che quel luogo comune fosse uno dei tanti eccessi retorici di telecronisti stanchi, arma spuntata di un bagaglio di iperboli tutte uguali e quindi sciape.

Poi Marco lo fece, rimase in aria per un eternità e ogni tassello tornò al suo posto.

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Quando l’Inter annunciò ufficialmente l’acquisto di Materazzi fui tra i pochi a esultare sguaiatamente. Un difensore imponente con un piede ottimo e la giusta rudezza. Ma soprattutto un giocatore di calcio e non una figurina, uno che veniva dalla gavetta più dura e ce la stava facendo contro ogni pronostico, contro tutti i pregiudizi, anche quelli paterni. A Marco dissero che avrebbe fatto meglio a giocare a basket, che il calcio non era cosa per lui, che con quel fisico non c’era modo di arrivare al traguardo. Avesse un euro per tutti quelli che hanno dubitato di lui, Marco Materazzi sarebbe un ragazzo ancora più fortunato e ricco di quanto non sia ora, di quanto non si sia sudato con il talento in campo e le intuizioni fuori. Avesse un euro per ogni insulto ricevuto Marco sarebbe nella classifica di Forbes, tra i primi dieci o giù di lì. Quando accumuli rabbia, quando incameri dolore è difficile che una valvola alla lunga non ceda e lasci andare quel groviglio di emozioni.

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Quando sei l’unico a scommettere sul tuo numero impari a difenderti prima e aggredire poi. Gli anni di Materazzi all’Inter sono stati un’altalena, il pendolo tra due estremi, l’euforia e lo sconforto. La prima stagione del ragazzo nato a Lecce, figlio di un buon allenatore nel pieno della carriera, terminò con il 5 maggio 2002, data di una delle partite più assurde della storia nerazzurra e delle lacrime di Marco, incredulo di fronte allo sfacelo e incapace di controllare quella disperazione così e infantile e tanto vera da farmelo amare ancora di più. Gli anni successivi, i migliori della sua sua carriera agonistica, furono rovinati dall’anarchia di squadra e società, cambi vorticosi di allenatori e incapacità di trovare un equilibrio nervoso. Una confusione che Materazzi pagò più di altri, lasciandosi andare a eccessi inutili in campo e appena fuori (la rissa con Cirillo, le pedate terribili a Inzaghi e Shevchenko, quella a Ibrahimovic), falli violenti che fecero molto male a Marco, molto più di quanto lui stesso non avrebbe pensato. Certo quelli erano i tempi in cui Marco reagiva alzate di spalle o provocazioni (‘Al Milan devono stare muti’), ma non serviva un esperto di linguaggio del corpo per tradurre quella sofferenza, il dolore di chi non è amato e apprezzato per le sue qualità, di chi ha montato una maschera difensiva e rischia di annegarci dentro. Non è un giocatore né una personalità leggera Materazzi, sa di dividere e ne ha fatto benzina per la sua carriera straordinaria. Gli smoking bianchi e le interviste durissime, quel modo di rivendicare la sua appartenenza senza filtri, di prendere una posizione intransigente su una delle vicende più oscure della storia del calcio italiano. Una posizione ancora più forte se portata fin nello spogliatoio della nazionale, di una squadra costruita sull’ossatura della Juventus, il nemico di Marco.

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Quel che accadde dopo il Mondiale è storia, l’incontro con Mourinho qualcosa di più.
Nell’abbraccio tra il rude difensore a fine carriera e l’allenatore in fuga dopo la grande vittoria, in quelle lacrime ci sono mille racconti che ognuno dei due potrebbe regalarci, se solo volesse.
Quel che accadde al Mondiale non è storia, afferisce alla categoria della mistica calcistica, è molto di più.
Gli americani amano le parabole degli underdog, dei brutti sporchi e cattivi che contro la logica e il favore dei pronostici (di nuovo), riescono a vincere. Sarà anche per questo che Marco ama gli States, per quella smisurata libertà, per l’assenza di finali scontati o per la possibilità che siano scritti bene, molto bene.
Nel 2006 Materazzi partì per la Germania come terzo centrale, due passi dietro agli intoccabili e monumentali Nesta e Cannavaro, uno avanti a Barzagli (altro giocatore splendido). Il destino di Sandro Nesta decise di privarlo una volta ancora del Mondiale, di giocarne uno da protagonista. Nesta è stato con tutta probabilità il miglior difensore italiano della sua generazione, il migliore al mondo, ma l’Epica non si cura di questi dettagli.

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Il Materazzi che entra in campo e segna contro la Repubblica Ceca, quello che si fa espellere contro l’Australia, quello impeccabile della semifinale contro la Germania sono tutti la stessa persona, lo stesso atleta formidabile e il ragazzo tormentato da una cattiva stampa.
Il Materazzi della finale contro la Francia è l’uomo del destino, se mai ce ne fu uno.
Che il suo sistema di un uomo di trentadue anni abbia retto alle emozioni di quella sera è già notevole di suo.
Il fallo da rigore su Malouda.
Il gol segnato staccando mezzo metro più di Vieira.
La testata di Zidane.
Il rigore segnato come se fosse impossibile sbagliarlo.
Per molti di quelli che tifano senza mai privarsi di odi antichi è stato impossibile allora ed impossibile oggi riconoscere la grandezza magnifica del Mondiale di Marco Materazzi.
Obiettano che sottolineare i meriti di un solo giocatore, peraltro dell’unico interista in rosa, sia un terribile torto alla Storia e alla verità dei fatti.
Quelli di Materazzi però non sono meriti, quello che ha fatto nei giorni frenetici tra il 22 giugno e il 9 luglio del 2006, il tempo trascorso tra il suo primo ingresso in campo e il rigore decisivo di Fabio Grosso è qualcosa, molto di più.
Leggenda, si chiama così.

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Il calcio è un gioco di squadra, punisce chi cerca l’individualismo esasperato, premia chi costruisce.
Marco Materazzi ha compiuto il miracolo del gregario, ha vissuto l’estasi del portatore d’acqua.
Ha sudato, picchiato e corso per gli altri, incidentalmente ha trovato la gloria personale, quella che per un attimo ha costretto i suoi detrattori a saltare sul divano e gridare a squarciagola, ad abbracciarsi e rovesciare in terra la birra e non la solita quantità di fiele.
Oggi è il 9 luglio, ancora per qualche minuto.
Nel pomeriggio ho scritto dieci righe su quella Nazionale di corsa, cuore e lotta.
Ne ho scritte tre su Marco Materazzi e proprio quelle tre mi sono state rinfacciate, sempre il vecchio blues della vittoria più bianconera che non azzurra, sempre la storia dello scarpone miracolato, sempre l’adagio benaltrista del vuoi mettere con Pirlo, Buffon, il Tonno Insuperabile, Enzo Catania detto il Turbominchia?
No, non voglio mettere.
Amo troppo Marco Materazzi, calcisticamente scrivendone, per mettere insieme un pezzo lungo sulla sua carriera e su quello che ha rappresentato nella storia dell’Inter.
Mi insulterebbero anche gli interisti, sarei mieloso e agiografico e non è cosa.
Ma quel gol, la bellezza assoluta di quel gol al 19’ del primo tempo è parte di me, lo custodisco nel cassetto delle emozioni più forti della vita, che a quest’età cominciano a essere tante.
Camoranesi che lascia la palla, Pirlo che batte l’angolo, la traiettoria alta ma veloce e perfetta, la palla che scende, Materazzi che la colpisce a incrociare sul palo opposto, Barthez che è troppo avanti e Sagnol che non ha tempo, non ha spazio per reagire e respingerla.
Ho scritto che Marco dopo il gol ha detto una sola parola: Mamma.
Non è vero, ha detto: è tuo Mamma, forse anche questo è tuo Mamma.
Per scrivere un pezzo lungo su Marco Materazzi bisognerebbe conoscerlo bene e conoscere il suo dolore più grande, la solitudine del figlio, tutto ciò che lo ha trasformato in un padre meraviglioso.
Io conosco Marco, non lo conosco bene.

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Quindi parlo di quel gol, di quello che mi ha lasciato, di quello che ha lasciato a tutti noi.
Il calcio è fatto di gesti atletici sublimi, gioco corale e tattica.
Il calcio è fatto di lotta, nervi e sudore.
Ho seguito con passione ed enorme affetto l’altalena di Marco, i suoi anni all’Inter, ho litigato per lui in tutti i bar di Milano e d’Italia, ho scimmiottato le sue rudezze in campo.
Per questi motivi, per tutti questi e altri ancora quando undici anni fa Marco si è arrampicato lassù, quando qualcosa che nessuno sa e può spiegare lo ha portato fino al cielo sopra Berlino, io ho esultato e pianto con lui.
Con Marco Materazzi, Campione del Mondo, uomo vero.

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