Mercato

Metti un Dalbert sulla fascia

Di Vincenzo Renzulli

 

Il rapporto tra l’Inter e i terzini è come una storia d’amore turbolenta, che alterna momenti di passione totale ad altri in cui ci si vorrebbe solo mandare a quel paese. A fare su e giù sulla fascia con la maglia nerazzurra ci sono stati il grande Giacinto, che ha inventato il ruolo di terzino fluidificante, Brehme, Zanetti, Maicon, fuoriclasse che hanno fatto la storia, ottimi giocatori come Maxwell e Chivu (che hanno sempre dato un contributo positivo, pur non essendo a livello di quelli citati in precedenza) e altri che ogni tifoso nerazzurro vorrebbe cancellare per sempre dalla propria memoria.

Soprattutto a sinistra, da quando Hodgson prese la brillante decisione di mandar via il signor Roberto Carlos perché ritenuto troppo scarso in fase difensiva, si sono susseguiti una serie di nomi da galleria degli orrori. Da Macellari a Coco (che era buono, ma fragile come un cristallo), da Michele Serena (stesso discorso di Coco) a Milanese, passando per i vari Gilberto, Silvestre (che poi a Manchester si è parzialmente riscattato), Pasquale, Wome e Alvaro Pereira (mi sale la pressione solo scrivendo il suo nome). Fabio Grosso all’Inter è stato solo la pallida controfigura dell’eroe di Germania 2006 e anche Santon, che a 17 anni annullò Cristiano Ronaldo, tra un infortunio e l’altro poi ha perso la strada verso la vetta,

E poi c’è lui, Vratislav Gresko, professione calciatore da incubo, protagonista principale della disfatta del 5 maggio. Se qualche interista, compreso me, lo incontrasse per strada, gli chiederebbe ancora spiegazioni per quella sciagurata partita con la Lazio, per quell’assist a Poborsky. Ho citato prima Maxwell e Chivu, che il loro dovere lo hanno sempre fatto e Zanetti, che pur essendo destro per qualche anno è stato adattato anche a sinistra con buoni risultati, ma quanto vorrei uno che come il Capitano o come Maicon fosse capace di partire palla al piede come un treno fino ad arrivare nell’area di rigore avversaria o giù di lì. Ecco, Dalbert secondo me può essere un giocatore del genere. Se avete qualche dubbio sulle potenzialità di questo brasiliano classe ’93 guardate il video qui in basso.

Quando il suo nome è stato accostato all’Inter non mi sono esaltato granché, perché sinceramente non lo conoscevo bene (ho visto un paio di partite del Nizza in Europa League, non di più). Il fatto che la società francese ogni volta abbia tirato fuori un prezzo più alto mi ha fatto anche girare un po’ le scatole. Quando sono andato a recuperarmi qualche sintesi allungata delle partite della scorsa Ligue 1 per vedere all’opera questo giocatore però qualcosa è scattato. Dalbert non corre, vola col pallone tra i piedi. Quando parte in allungo gli avversari non riescono a tenerlo, è come se la gravità per lui contasse un po’ meno che per gli altri. Attenzione, non è solo un centometrista che si è dato al calcio (tipo Biabiany, tanto per rimanere in casa nostra), questo è un brasiliano e con i piedi ci sa fare. La dimostrazione sta nel fatto che, tra i pari ruolo, risulta al quarto posto come percentuale di passaggi riusciti (86.2%) dopo il trittico del PSG formato da Maxwell, Aurier e Kurzawa.

Poi gioca indifferentemente nella difesa a 3 e a 4 (con Favre, che i moduli li cambia come le mutande, devi essere capace di adattarti a tutto) e si comporta bene anche a livello difensivo: con 2.6 tackles a partita è stato settimo miglior esterno difensivo del campionato (26° nella classifica generale). Rispetto ad altri calciatori come Sidibe e Mendy del Monaco, Fernando Marcal del Guincamp, Leo Dubois del Nantes o Maxwell gli manca ancora qualcosa in fase di assistenza ai compagni. I giocatori citati in precedenza hanno tutti servito 5 o più assist, Dalbert si è fermato a 3. Per uno come lui, capace di arrivare con facilità fino a ridosso dell’area di rigore, è un numero abbastanza esiguo, segno che c’è ancora un po’ di strada da fare per arrivare ad essere un top del ruolo. Al ragazzo di Barra Mensa però la voglia di sacrificarsi e di lavorare non manca di certo, visti i passi da gigante fatti negli ultimi anni.

Prima in Brasile, col Flamengo, poi in Portogallo con Academica Viseu (in seconda divisione) e Vitoria Guimaraes, infine il Nizza. Dalbert è partito dal basso e anno dopo anno è migliorato, fino a meritarsi le attenzioni di tanti club europei. Al Vitoria tra l’altro lo ha allenato Sergio Conceicao, uno che noi interisti conosciamo abbastanza bene (e che quest’anno allenerà il Porto, tanto per dire), che per lui ha speso parole importanti. “Fisicamente è fortissimoesplosivo, rapido, ha un buon piede. Ha molta qualità e sa prendere a piene mani le opportunità che gli si presentano. Ha la testa per continuare a giocare ad altissimi livelli”.  La testa di uno che sa dove vuole arrivare, la fame di chi è partito facendo lo scaricatore di frutta nei mercati del suo paese per arrotondare e che non si vergogna a ricordarlo sui suoi canali social.

dalbert frutta

L’altro terzino brasiliano, semisconosciuto ai non addetti lavori e proveniente dalla Ligue 1 arrivato all’Inter ha lasciato il segno. Ora ci vuole qualcuno che ci ricordi cosa significa avere un giocatore capace di bruciare la fascia, all’opposto di quella su cui il colosso ha demolito gli avversari. Per sfatare anche la maledizione di Roberto Carlos, dopo anni di Nagatomo, Dalbert può essere quello giusto.

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Amarcord

Ripensare a Maicon (o anche aver visto la Luce)

di Emanuele Prina

Ho provato ad analizzare un amore. Un amore covato per la prima volta in una fredda notte dicembrina. Normale per chi ha visto la luce al tramonto del mese di novembre, per chi ha il freddo dentro dalla nascita e si scalda con nuovi amori.

È il 20 dicembre 2008. Da un mese esatto ho conquistato la possibilità di vedere tutte le partite di campionato dell’Inter in tv, giusto in tempo per Inter-Juventus 1-0 (al 72’ Muntari cicca clamorosamente l’appoggio in rete ma quanto basta per battere Manninger e bianconeri). Niente più televideo “sarriano” e sintesi sulla Rai dalle 18 alle 19 della domenica. Quel 20 dicembre, un gelido sabato sera, vengo messo per la prima volta a durissima prova: stare a casa con papà (che legge tuttora il televideo come Sarri), a vedere Siena-Inter o uscire con un amico e due ragazze? Come spesso capita quando Monsieur Hasard pone davanti a me due sole possibilità, prendo la decisione sbagliata e quindi opto per la seconda. Inutile dire che io e il mio amico avevamo precise intenzioni.

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Il risultato è il seguente: patisco per una serata intera un freddo berlinese nelle strade di Varese e la mia squadra del cuore non solo vince, ma vince all’83’ con una doppietta di Maicon Douglas Sisenando. Il brasiliano dopo lo 0-1 esulta tirando giù e poi su la mano destra mettendola dietro la testa (gesto che ripeto tuttora correndo nel corridoio di casa) e dopo l’1-2 si sfila la maglia ed esulta con Mourinho sotto il settore ospiti presidiato dai tifosi nerazzurri. Tifosi che un anno e mezzo dopo esulteranno ancora più forte, sempre in quell’angolo di paradiso, per il secondo tassello che porterà allo storico triplete.

https://www.youtube.com/watch?v=RpWPERhR5KA

In quella stagione, la 2008/2009, i miei occhi erano quasi esclusivamente e scontatamente per Zlatan Ibrahimović. Nella mia classifica di preferenze, alle sue spalle a pari merito c’erano: Adriano, il mio secondo grande amore (il primo era stato Bobo Vieri, la sua maglia taroccata è tuttora nell’armadio di casa) ma che ormai aveva ben poco dell’Imperatore che tutti abbiamo conosciuto e ammirato, quindi era una cotta in parte svanita; Dejan Stankovic che sapeva far tutto e aveva il 5 sulle spalle, allora il mio numero preferito; Maicon che giocava da terzino come me, aveva un destro sopraffino (non come me, ahimè) e adoravo soprannominarlo “Treno-Maicon”. In effetti ogni grande amore è contraddistinto da un soprannome.

Tornare a casa a mezzanotte e poter guardare solamente gli highlights fu un colpo al cuore in due sensi. Il primo: mi ero perso la vittoria dell’Inter per antonomasia. Con un gol di scarto, fuoricasa, negli ultimi dieci minuti e in sofferenza totale fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di recupero. Il secondo: la serata in compagnia si rivelò del tutto infruttuosa. La doppietta di Maicon mi aprì gli occhi su come si potesse essere terzini ma anche goleador e sul fatto che il 13 non portasse sfortuna, anzi era proprio un bel numero, tant’è che ora è il mio preferito. Non ho ricordi memorabili delle prime due stagioni di Maicon all’Inter, a parte il cross telecomandato (in futuro ce ne sarebbero stati molti altri) per il piattone di Ibra a Parma all’ultima giornata della stagione 2007/2008 che valse lo Scudetto. Non a caso è una delle poche partite che ho visto quell’anno. Che dire: poche, ma buone.

 

 

Purtroppo la pessima esperienza di quella sera non bastò per smetterla di perdermi partite dell’Inter, anche se molto sporadicamente, per motivi di cuore. Ultima in ordine cronologico Inter-Juventus 3-0 del 2 marzo nel ritorno della semifinale di Coppa Italia persa ai rigori, una delle più grandi rimonte nella storia dei nerazzurri.

Quell’anno scolastico si chiuse con un debito in matematica, saldato il 29 agosto 2009, probabilmente l’unico giorno nella mia carriera da studente in cui ero sicuro di poter far bene un compito che implicasse l’uso di numeri e parentesi. Per questo motivo, la tensione era molto inferiore al solito. Piuttosto, la tensione era alta per un altro motivo. Come Nick Hornby, scandisco molti periodi della mia vita con le partite di calcio e molti eventi di una qualche importanza hanno risvolti legati al pallone. Quindi, anche in questo caso, non ho potuto fare a meno di ricorrere alla mia memoria a tratti “ossessiva”. Il motivo della mia tensione era che quella sera mi aspettava un appuntamento importante a casa di amici d’infanzia (senza donne, stavolta): Milan-Inter, seconda giornata di Serie A, stagione 2009/2010. Poker ai cugini, bel gioco, primo centro di Milito, l’esordio di Sneijder, il fulmine di Stankovic, grandi sensazioni per la stagione a venire, ma soprattutto lo 0-3 firmato Treno-Maicon. Tre come i lati del triangolo perfetto disegnato da Milito e dal brasiliano. In questa azione da gol, c’è tutto quello che dovrebbe fare il terzino moderno: rientrare dalla linea laterale verso il centro del campo, chiedere l’uno-due al compagno, attaccare lo spazio tra difensore centrale e terzino, ricevere l’assist dal compagno, calciare di prima a incrociare sul palo più lontano.

 

È una delle 3 notti di calcio più belle di sempre da tifoso dell’Inter. La seconda arriva soltanto duecentrotrentasette giorni dopo, il 20 aprile 2010: Inter-Barcellona (a questo punto la terza notte la potete immaginare tutti), semifinale, gara di andata, Champions League, stadio “Giuseppe Meazza”, 3-1, Maicon ancora a segno. Stavolta non è un triangolo vero e proprio, ma l’assist è sempre del Principe, la conclusione è sempre a incrociare (non di prima, ma il controllo è fondamentale in questo caso) e il gol è ancora più pesante.

 

Pesante come quello siglato quattro giorni prima, sempre alla “Scala del calcio”. Forse, se non fosse per quella magia, il triplete non ci sarebbe mai stato. L’avversario, tanto per cambiare, è storico e sta vivendo uno dei momenti più difficili di sempre: la Juventus. Inter in superiorità numerica dal 37’ grazie al doppio giallo ai danni di Momo Sissoko, ma incapace di segnare nonostante una superiorità schiacciante. Occasioni clamorose sciupate l’una dopo l’altra. Sbagliano tutti, anche Milito. Poi, al 75’, è joga bonito. Punizione di Sneijder dalla destra respinta dalla difesa bianconera, palla a Maicon che forse pensa di essere sulle spiagge di Florianópolis o di Copacabana ma sicuramente sa già cosa fare: al volo un palleggio col ginocchio, al volo un sombrero ad Amauri, al volo un altro palleggio col ginocchio per preparare il tiro, al volo un esterno destro potente e preciso che s’insacca sul palo più lontano dove nemmeno il più forte portiere del mondo può arrivare. È la consumazione d’amore.

Vedo il gol di Maicon e mi emoziono ogni volta come se fosse la prima volta, perché in questa prodezza c’è tutto ciò che è Maicon e tutto ciò che mi ha fatto innamorare di Maicon: genio, intuito, Brasile, abilità di palleggio, tiro a incrociare sul palo lungo, terzino con tecnica da centrocampista di qualità.

 

 

Due anni più tardi, dopo una Champions League, un Mondiale per Club, quattro scudetti, due Coppa Italia, tre Supercoppa italiana e due stagioni deludenti, Maicon lascia Milano, l’Inter e me. Siamo agli sgoccioli dell’agosto e della sessione di mercato estiva del 2012 e dico “addio” al Treno, diretto a Manchester sponda City, sventolando un fazzoletto bianco. Un mese e mezzo prima ho fatto lo stesso col liceo classico, dopo sei anni. Già, l’avventura di Maicon all’Inter è iniziata nell’estate del 2006, poco prima che io iniziassi la nuova avventura del liceo. Il caso ha voluto che le due storie si chiudessero nella stessa estate dopo esser iniziate nella stessa estate, come se volessero rimarcare l’inizio e soprattutto la fine della mia adolescenza.

Ho provato ad analizzare quest’amore razionalmente, passo dopo passo, partita dopo partita, esperienza dopo esperienza, gol dopo gol, ma la verità è che mi innamorai di Maicon come mi sono innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente.

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