Il Tarcisio arcigno Burgnich

di Ivano Steri

Il capitano della Grande Inter, Armando Picchi, lo chiamava “Roccia”.  Lo aveva soprannominato così quando, durante una partita contro la Spal, l’ala dei biancazzurri Novelli gli sbatté addosso finendo a qualche metro di distanza. “Sei andato a sbattere contro una roccia” gli disse Picchi.
La roccia in questione era Tarcisio Burgnich.

Burgnich nasce nel 1939 in Friuli, a Ruda, da una famiglia appassionata di calcio, in particolare del Grande Torino, il grande, sfortunato Torino che si schiantò a Superga. Quando capita la disgrazia, il piccolo Burgnich scoppia a piangere in classe, prendendosi gli sberleffi dei compagni.

Come tanti coetanei, il Burgnich bambino gioca a pallone nel campetto del paese; il pallone è una calza di nylon riempita di fieno secco, oppure una palla da cricket.

Burgnich però non è come i compagni del campetto; ha qualcosa in più, più talento, più voglia, più capacità, più grinta, soprattutto. Si accorge di lui l’Udinese, che lo prende sotto la sua ala; nelle giovanili bianconere, Burgnich incontra un altro giocatore che ha lasciato un solco nella storia del calcio nazionale: Dino Zoff.

Il debutto in Serie A arriva a vent’anni, alla penultima giornata della stagione 1958-59; non è un grande esordio, il Milan già campione d’Italia vince 7 a 0, ma poco importa: l’anno successivo Burgnich gioca 7 gare su 34 e viene convocato nella rappresentativa italiana dei Giochi Olimpici del 1960. Qualcuno si accorge di lui, e non è uno qualunque: è Giampiero Boniperti.

Acquistato dalla Juventus, nella stagione 1960-61 colleziona 13 presenze. La stagione successiva, la Juventus non lo conferma: quel difensore così forte in marcatura non viene ritenuto adatto allo stile della squadra, inoltre c’è quel leggero problema di strabismo che, pensano i dirigenti bianconeri, potrebbe comprometterne la carriera.

A lui si interessa il Palermo ma, complice un provino negativo col Catania di qualche anno prima, rifiuta il trasferimento in Sicilia; Burgnich viene deferito, poi si convince e accetta la proposta dei rosanero. Si rivelerà una sliding door fondamentale per la sua carriera.
La stagione 1961-62 lo vede infatti protagonista di prestazioni eccellenti: il 18 febbraio 1962 segna il suo primo gol in A, su punizione, proprio contro quella Juventus che l’aveva scaricato l’anno prima. A Palermo Burgnich è felice, ma non sa ancora che su di lui ha messo gli occhi la squadra che negli anni successivi avrebbe fatto la storia del calcio mondiale; Helenio Herrera, allenatore dell’Inter, chiede di averlo in squadra, così  passa alla Beneamata per 100 milioni di lire.

All’Inter Burgnich resta dodici anni, dal 1962 al 1974, dove vince quattro scudetti, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali. Helenio Herrera lo schiera come terzino destro, con il compito di coprire Jair, l’ala brasiliana tutto estro e tecnica ma non proprio portato al sacrificio. “Il mago” ne fa uno dei punti di forza della della Grande Inter.  Con il suo compagno Facchetti, che occupava l’altra fascia, divideva la camera nei lunghi ritiri prepartita.  “Sono stato più in camera con Facchetti che con mia moglie. Povero Giacinto, quante camere abbiamo condiviso. Era una gara a chi parlava meno, avevamo tanta roba da leggere, io libri di storia, lui romanzi” ha detto in un’intervista di qualche mese fa al Corriere dello Sport.

Complici le prestazioni con il club, Burgnich si riserva uno spazio importante anche con la nazionale: viene convocato per i Mondiali del 1966, quelli passati alla storia per l’eliminazione contro la Corea, e partecipa come protagonista all’Europeo vittorioso del 1968 e ai Mondiali del 1970. Il terzino friulano lascerà la firma in una delle partite più belle della storia del calcio, la partita del secolo, Italia-Germania 4 a 3: è suo il gol del 2-2, un rasoterra sinistro ruvido ma potente, un po’ come lui.

Suo malgrado, Burgnich sarà protagonista anche della finale contro il Brasile, quando Pelé, quel Pelé, insacca il gol dell’1-0 sovrastandolo. Giocherà l’ultima gara con la nazionale nel 1974, contro la Polonia, dopo 66 presenze e 2 reti.

Il 1974 è anche l’anno in cui lascia l’Inter e approda al Napoli di Vinicio, un allenatore dalle idee innovative con una passione smodata per l’Olanda di Michaels. A 35 anni Burgnich, nel ruolo di libero, trova ancora modo di divertirsi. Fa in tempo a vincere una Coppa Italia e l’ultima Coppa di Lega italo-inglese, poi dice basta al calcio giocato per iniziare una carriera, molto meno fortunata, come allenatore.

Ogni tanto, la Roccia si affaccia sul calcio contemporaneo e dice la sua. In un’intervista di qualche anno fa, rilasciata a Gianni Mura, ha detto che per diventare grandi difensori bisogna essere “umili e sempre concentrati”. Quello che secondo Sconcerti è stato il “difensore classico più forte della storia del calcio italiano” ancora oggi potrebbe dare lezioni di marcatura a tanti giocatori, in un’epoca in cui i difensori sembrano saper fare tutto tranne che difendere.

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