Nacka Skoglund, il mancino venuto dal freddo

di Ivano Steri

Prima di Mario Corso, prima di Brehme, prima di Recoba, un mancino funambolico, un artista del gioco del calcio, un antesignano dei giocatori (molto) genio e (altrettanta) sregolatezza ha vestito la maglia nerazzurra.

Il suo nome è Lennart “Nacka” Skoglund.

Nato il 24 dicembre 1929 a Stoccolma, nel quartiere Nacka (da cui il soprannome). Sin da bambino mostra una tecnica – come si diceva nel gergo giornalistico di una volta – superiore alla media. Il talento di Lennart non passa inosservato: l’Hammarby, squadra di terza divisione, lo ingaggia nel 1946. Il ragazzo ci mette poco a mostrare tutto il suo repertorio, fatto di dribbling, assist al bacio e reti, tante reti: 17 in 37 partite. L’AIK Stoccolma acquista questo ragazzo, così dannatamente forte da essere eletto calciatore dell’anno a soli 18 anni, e gli offre la vetrina della massima serie svedese. Soprattutto, gli offre un appartamento in centro e un posto fisso da venditore di persiane: in Svezia non esiste il professionismo, e un posto di lavoro vale quanto una maglia da titolare.

Tra un gol e l’altro, arriva il Mondiale del 1950, che si disputa in Brasile. Per scelta, la Svezia non convoca i giocatori professionisti che militano nei campionati europei; una rosa va comunque allestita, attingendo dai campionati dilettantistici, e non è certo facile trovare giocatori in grado di reggere l’urto delle Nazionali più forti.

Succede così una cosa che oggi, nell’epoca dell’iper-professionismo, ci farebbe sorridere: una partita tra una squadra proposta dalla federazione e una allestita dai giornalisti. Proprio in quest’ultima milita Skoglund, che decide la partita con una doppietta. È l’8 giugno 1950. La Svezia capisce che non convocare questo smisurato talento di appena vent’anni sarebbe un delitto. Il commissario tecnico gli dà la maglia numero 10, lo affianca a Jeppson e Palmer e lo lascia libero di dare sfogo al suo piede sinistro letale. La Svezia arriva incredibilmente terza, e Skoglund finisce sui taccuini degli osservatori.

I brasiliani del San Paolo lo vogliono, offrono 10mila dollari, ma l’AIK risponde picche: è troppo forte, quel biondino, per svenderlo. Si intromette allora l’Inter, che offre molti più soldi (5 volte tanto!) e lo porta a Milano.

Alla Wandissima (così lo chiamano per via dei capelli biondi, con ovvio riferimento a Wanda Osiris) bastano poche giocate per affascinare i tifosi, ma a sciogliere definitivamente i cuori nerazzurri è il derby del 12 novembre 1950: Skoglund segna due gol, porta a spasso come un cagnolino il suo marcatore diretto (tale Carletto Annovazzi) e porta alla vittoria per 3-2 i baüscia. La seconda stagione, 1951-52 va un po’ meno bene: Nacka scopre la dolce vita milanese e, purtroppo, comincia il suo lungo, tormentato rapporto con la bottiglia.  L’Inter, comunque, gli rinnova la fiducia, e mai scelta fu più azzeccata. L’anno successivo, il presidente Masseroni affida la squadra ad Alfredo Foni: arriva dalla Sampdoria, predica il verbo del prima non prenderle e ha la grande intuizione di mettere Skoglund alle spalle di Benito “Veleno” Lorenzi e di Nyers (altro fuoriclasse immenso), dandogli tutta la libertà di cui ha bisogno per esprimersi.
Nacka porta i tifosi dell’Inter nel Paese delle Meraviglie. Il talento di Skoglund è allo Zenit: serpentine, dribbling, giocate geniali. Non segna tantissimo, ma sforna assist a profusione. Arrivano due scudetti consecutivi, sposa un ex miss Calabria, Nuccia Zirilli, in campo fa quello che vuole, ma l’alcool è un demone subdolo, che ormai si è insinuato nella sua vita e non intende andarsene.

Dopo le annate d’oro, Skoglund gioca un paio di stagioni non ai livelli delle prime, finché arriva un’altra occasione per mettere in mostra la sua classe: il Mondiale 1958, quello in cui ragazzino di 17 anni, un certo Pelé, fa parlare di sé per la prima volta. E proprio il giocatore destinato a diventare uno dei più forti della storia, forse il più forte, rimane abbagliato dal talento del fuoriclasse svedese, che porta la sua nazionale a giocarsi la competizione in finale proprio contro il Brasile. Il Mondiale sembra essere l’occasione per ripartire, ma al rientro in Italia il biondo svedese scopre una truffa a suoi danni e si attacca alla bottiglia, ancora e sempre di più. Il suo rapporto con l’Inter si deteriora e si conclude.

Nacka firma con la Sampdoria, dove gioca tre stagioni più che dignitose, senza raggiungere i livelli i livelli delle stagioni con l’Inter, ma non lesinando i colpi di classe. Dopo l’esperienza alla Samp, passa al Palermo con un contratto a gettone: ma ormai la china discendente è presa e non può essere fermata. Preda dell’alcol, scappa dall’Italia, Skoglund lascia la famiglia e torna in Svezia.  Si accasa con la sua prima squadra, l’Hammarby, fa in tempo a giocare anche un’amichevole con la sua nazionale, ma ormai l’alcool ha debilitato il calciatore e l’uomo.

La spirale è irreversibile: l’ex campione nerazzurro viene trovato spesso ubriaco, i ricoveri a causa dell’alcol non si contano, finché a 46 anni viene trovato morto. Ufficialmente si parla di infarto, ma qualcuno, nemmeno tanto sottovoce, parla di suicidio. C’è ancora una cosa, da raccontare. In una delle ultime partite con l’Hammarby, più o meno alla fine degli anni ‘60, Skoglund si avvicina a battere un calcio d’angolo. Guarda la porta. Calcia. La palla si infila in rete. Gol dalla bandierina, un colpo concesso a pochi eletti dalla Dea Eupalla. Questo gol meraviglioso è l’occasione per immortalare l’immenso talento di Nacka. La Svezia commissiona una statua, da metter proprio davanti alla casa del campione, che ritrae Skoglund nell’esecuzione di questo gesto, l’ultimo di tanti, infiniti colpi di classe; perché se il corpo è mortale, se la volontà è debole, il talento, be’, il talento è eterno.

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