Trabajo, suerte y Farinos

di Gabriele Carrer

Quando Michele e Cristiano mi hanno proposto di mandargli un pezzo per Il Nero e l’Azzurro, Cristiano mi ha scritto: «Puoi parlare anche di Manicone, se vuoi». Ho poi scoperto che lui, al campione, preferisce Antonio Manicone. Altro che mister X e top player, meglio quelli che corrono, dice Carriero. Quest’estate non è arrivato Luka Modrić, il top player. Ma in poche settimane abbiamo capito che ce la possiamo fare con le nostre gambe. Anzi, con le gambe di Marcelo Brozović e Matías Vecino, che in due, in 180 minuti di Champions League, hanno corso quasi 50 chilometri.

Si dirà che i due gol subiti, uno dal Tottenham l’altro dal Psv, siano stati favoriti da due disattenzioni del croato. Ma voglio fare l’interista controcorrente, guardare al bicchiere mezzo pieno senza pensare troppo alla pazzia di quest’Inter. Senza pensare, come sempre facciamo noi tifosi nerazzurri, che tanto manca poco alla batosta che ci risveglia da questo sogno.

Capita sempre, è capitato perfino al fischio finale di Madrid 2010. Neanche il tempo di goderci la premiazione e i ragazzi sul pullman sotto la Madonnina. Quell’abbraccio tra Mourinho e Materazzi, e noi eravamo già lì a fare i conti. Allora, se vendiamo Júlio César, Milito, Samuel, Sneijder e Maicon 200 milioni li facciamo facili facili. Perché alla fine noi nerazzurri siamo così, sicuri che i sogni durino poco e che sia meglio non cullarcisi troppo. Alla fine ci disse addio solo Mou. Però l’anno dopo fu un mezzo flop, perché Mourinho, si sa, vince ma lo fa divorando tutte le energie, fisiche e mentali.

Quando Cristiano mi ha citato Manicone io ho rilanciato: Farinós. Avevo 9 anni nel 2000, quando quel centrocampista arrivò tra mille aspettative (e 36 miliardi del Vecchio Conio, in pratica Massimo Moratti) dal Valencia vicecampione d’Europa di Héctor Cúper. L’Hombre vertical lo avrebbe raggiunto a Milano l’anno successivo, dopo un’altra finale di Coppa dei Campioni persa. E fu lui a dirgli, al 43° minuto del secondo tempo del ritorno dei quarti di finale di Coppa Uefa 2001-2002, proprio contro il Valencia, «Francisco, tocca a te». Me lo ricordo benissimo: io e mio padre sul divano discutevano come Zanetti e Seedorf in mezzo al campo. Ora a che santo ci appelliamo?

Inter in vantaggio di un gol, Toldo espulso, cambi finiti. Tocca a quel ventiquattrenne spagnolo indossare i guanti e la maglia di Toldo (che su di lui, 25 centimetri più basso, sembrava un pigiamone). Cinque minuti di recupero, una respinta su tiro da fuori, un calcio di punizione battuto con schema «porta a porta», un lancio direttamente in rimessa laterale, un’uscita su un batti e ribatti in area dopo un corner all’ultimo minuto: Farinós regge e l’Inter espugna il Mestalla.

Cúper, l’uomo che nella testa di Massimo Moratti avrebbe dovuto essere ciò che fu Helenio Herrera per il padre Angelo, ripete sempre: «Trabajo, suerte y silencio». E nonostante i suoi errori e il suo DNA non certo da vincente, dovremmo sempre dire grazie all’Hombre vertical. Ché anche dai suoi errori è nata l’Inter vincente di Mancini e di Mourinho. Perfino da quel Farinós che non lasciò altri ricordi nella mente dei tifosi nerazzurri, facendo la stessa fine di Cúper e degli altri protagonisti di quel Valencia dei miracoli con Mendieta e Kily González sulle fasce, che a me un po’ ricordano il Chievo delle «frecce nere» Eriberto (che divenne Luciano) e Manfredini.

«Trabajo, suerte y silencio», dicevamo. L’Inter di oggi lavora sodo per far girare la sua fortuna dalla sua parte. Ma guai al silenzio. Perché, come il mister Spalletti, anche io voglio sentire la musica della Champions. E se non la sento, me la metto sul telefonino: riascoltarla contro Tottenham e Psv mi ha fatto tornare alla mente quella sera sul divano con mio papà, quel giovane centrocampista spagnolo, buona tecnica e tanta grinta, finito vittima del tritacarne Inter di quegli anni. Ma ora sono cresciuto, vivo con la mia compagna, ho cambiato casa e divano, e voglio lanciarmi giù dal divano, atterrare sul tappeto con le ginocchia e gridare con Vecino «garra charrúa».

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