Dall’inferno a Vecino

Quella palla che gira impazzita verso la nostra porta, dopo rimpalli folli, deviazioni maledette e una parabola diabolica. Quella palla aveva il volto di Eriksen e la voce di Caronte, che ci porta all’inferno, che ci taglia le gambe, che ci preclude ogni speranza. L’ennesimo fallimento, la definitiva condanna.
Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: “Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

Mea culpa

Lo abbiamo pensato tutti: Handanovic è immune da colpe? Quella palla smanacciata, per diabolica che fosse, non poteva davvero esser ricacciata via? Perisic, l’abulico. Nella serata della grande prima, Ivan è lento e legnoso, non indovina nulla, si spegne alla distanza e costringe Spalletti ad un cambio chiamato a gran voce da un intero popolo. Icardi, non pervenuto. Non conquista palla, non tiene palla, non gioca palla, non è in palla. E tutto si ferma lì, nei piedi di una stella diventata buco nero. Incapace di brillare. Eppure non avevamo sfigurato: il Tottenham schiacciato nella sua metà campo, raramente pericoloso, spesso in difficoltà nelle retrovie, con un pressing inatteso che toglie il fiato alla difesa inglese ed all’encomiabile pubblico di San Siro. Era la prima partita in Champions per gran parte della squadra, eppure le gambe non tremavano: Brozovic metteva ordine laddove spesso regna il caos, Vecino macinava chilometri in copertura, Politano sgambettava leggero come se l’inno della Champions non lo avesse nemmeno sfiorato. Ritmo, intensità, fino a quei maledetti ultimi 30 metri dove tutto svanisce come contro un Parma qualsiasi. E così tutti pronti a condannare anche Spalletti. Riguardate le vostre chat, ripensate alle parole dei vostri amici durante la partita: Spalletti senza idee, Spalletti che non trova il cambio, Spalletti che non è adatto. Liberate Barabba, mandiamo via Spalletti. La condanna degli ignavi era vicina, il girone e la sua classifica erano a quel punto in buona parte scritti. Una palla maledetta, una parabola diabolica e la discesa negli inferi è l’ineludibile finale. E di fronte all’estrema soglia, non ci resta che il mea culpa, per aver condannato tutti mentre affondavamo tutti assieme.

A riveder le stelle

Eppure era tutto scritto. A riveder le stelle ci arrivi soltanto passando per gli inferi, e così abbiamo fatto. Quando ormai l’Acheronte era quasi attraversato, Icardi ha trovato la luce in fondo a un tunnel che sembrava non finire più. Quella parabola, più logica e pulita di quella di Eriksen, sfogo di rabbia dopo una partita di sofferenze, è un inno alla gioia che ha risvegliato tutti dall’abbandono. Noi tutti, uomini di poca fede, dopo aver visto abbiamo creduto. Come pochi mesi fa, a Roma, quel giorno. Come pochi mesi fa, a Roma, quel giorno, a un certo punto c’è stato infatti un pallone vagante in area. C’erano tutti in area quel giorno: c’era Icardi, c’era Skriniar, c’era anche De Vrij. E c’era Vecino. Perché solo una cosa può cancellare una maledizione: è il fato. E il fato aveva scritto quel dolce destino intriso di amaro, quella lunga risalita che sa di dolore, quella necessità innata di toccare il fondo prima di risalire. Quella risalita che termina con un balzo, un ultimo colpo di testa, qualche minuto di apnea e poi finalmente tutta la gioia urlata girando gli occhi al cielo. A riveder le stelle, questa volta per davvero.

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