I Cannibali (l’amore e il tifo ai tempi dei seimila trofei bianconeri)

Succede alla fine del primo tempo, quando la partita è sullo zero a zero e Donnarumma non ha ancora omaggiato la Juventus di una vittoria molto più larga di quanto abbia detto il campo fino a quel momento. È questione di un attimo, un fallo che andrebbe fischiato a favore del Milan che viene cancellato dalla decisione di Damato di mettere fine al primo tempo, senza nemmeno considerare la questione disciplinare. Succede in un attimo ma l’atmosfera cambia radicalmente e dall’agonismo si passa al sospetto.

La Juventus vive del riflesso pavloviano dei suoi avversari, un eterno Giorno della Marmotta in cui si pretende che il copione sia scritto e sempre identico. Una piccola catena di furti che portano al risultato finale e pazienza se il risultato poi diventa eclatante e non concede appello: la Juventus vince perché ruba, comunque.

A forza di rubare però la Juventus ha messo in bacheca 7 scudetti e 4 Coppe Italia consecutivi, il che ci porrebbe davanti al più grande, smaccato, spudorato e impunito furto con destrezza di tutti i tempi. Proviamo a uscire per un attimo dal nostro corpo fatto di ossa, sangue, muscoli, nervi e quotidiani sportivi e cerchiamo di analizzare con lucidità il ciclo bianconero.

Nel 2010 la Juventus uscita a pezzi da Calciopoli e depressa dalla gestione Elkann passa di mano. Cambio di scenario, con Andrea Agnelli torna in pista un culto muscolare e ostile della competizione, quello che gli anni morbidi dell’Operazione Simpatia di Cobolli Gigli avevano quasi completamente cancellato. Quattro stagioni di pose manfrediane, di qualche ammissione di colpa, di una ricerca fallimentare del bandolo di quella matassa vincente che prima dell’inchiesta del 2006 sembrava infinita, inesauribile. Ci prendiamo il lusso di non parlare di Calciopoli, abbiamo più volte ribadito che se esisteva un Sistema, quel modo di governare il calcio andava smantellato. Sulla prassi seguita per riportare le lancette a zero restano dei dubbi enormi, i processi richiedono tempo e calma, anche solo per fare accettare il verdetto a chi è giudicato colpevole. Ma siamo in Italia e il concetto di giustizia è molto morbido e adattabile alle circostanze. La Juventus che ammetteva le colpe e patteggiava per ripartire dalla serie B è stata cancellata con un colpo di spugna e sulla lavagna è apparsa una storia nuova e vecchissima.

In Corso Galileo Ferraris è cambiato tutto fin dal giorno uno. La nuova gestione ha dovuto fare i conti con qualche errore di programmazione e la prima stagione è stata un disastro, una piccola serie di fallimenti troppo simili a quelli precedenti, ma dietro la facciata è cambiato la musica. Uomini nuovi, management nuovo, idee vecchie, intuizioni vincenti comprese quella di una comunicazione durissima e arrogante che però arruffando il popolo ha ottenuto il risultato di compattare un ambiente depresso.

Ci sarebbe da chiedersi a quale altra società sarebbe permesso di esporre nel proprio stadio due titoli revocati e di contarli sfacciatamente nel proprio palmarès, ma una delle più grandi regole del galateo bianconero è che a fare la voce del padrone ci sarà sempre qualcuno che ci casca e ti asseconda, che a violare le regole sostenendo che siano sbagliate, ci sarà sempre qualcuno disposto a riformarle o a ignorare le violazioni. Questo il tema centrale del condizionamento ambientale, che poi è solo una delle tante strategie spericolate che si possono tentare per la vittoria, un all in spregiudicato ma disponibile a tutti. Con lo stadio di proprietà in arrivo e un ricambio generazionale forzato, la Juventus affronta la stagione 2011-12 senza l’assillo del risultato e senza dover giocare le coppe, ma soprattutto viene messa nelle mani di uno che quell’ambiente lo conosce bene: Antonio Conte.

Il calcio ossessivo e maniacale di Conte trova terreno fertile nella cultura del lavoro di Vinovo. Il combinato disposto tra la compulsività di Conte, il talento di Fabio Paratici e i buoni rapporti di Marotta con gli agenti e le istituzioni del calcio spinge la Juventus a giocarsi un risultato insperato con una squadra di seconda fascia (alla quale però si è aggiunto il talento intramontabile di Pirlo, in principio poco gradito a Conte). La Nuova Juventus Cannibale non è tutta opera di Andrea Agnelli ma è un suo disegno, nasce dalla capacità di delegare ai tre di cui sopra (e a un giovane e talentuoso uomo di marketing come Francesco Calvo), la gestione delle operazioni.

Funziona.

Arriva il primo scudetto, arriva con il previsto codazzo di polemiche arbitrali. L’avversario è il Milan e un gol regolare di Muntari sparisce nelle tasche di arbitro e guardalinee. Poi certo, le partite sono tante e serve regolarità, ma l’assillo della Juventus è che non ci possono essere vittorie senza macchia, ci sarà sempre qualcuno pronto a delegittimare la qualità del lavoro e propendere per una catena di favori arbitrali e istituzionali. Da quel momento in poi la Juventus va in discesa, altre due stagioni vincenti con Conte e poi il cambio di panchina e l’arrivo di un aziendalista capace di calarsi subito nei ruolo come Allegri, che al primo anno centra un’inaspettata finale di Champions League (la vera ossessione della proprietà).

Quella Juventus, così come quella dell’anno scorso, sono due capolavori di pianificazione e negarlo sarebbe molto disonesto. In particolare quella che perse con il Barcellona era una squadra formidabile, costruita sulla saggezza dei veterani (Buffon, Barzagli, Pirlo e Tevez), e sulla sfrontatezza dei giovani (Morata, Pogba). In più, a completare una rosa inventata con pazienza, c’erano Vidal, Chiellini, Bonucci e Marchisio.

Negli anni successivi la Juventus ha controllato il vantaggio, amministrato il distacco che in Italia ha creato grazie all’equilibrio tra un fatturato in crescita costante, una serie di investimenti in cartellini (non solo quelli che vanno in campo ma tutti quelli che i bianconeri controllano in serie A), e un’operazione di immagine e restyling del marchio che in Italia non percepiamo ma che all’estero comincia a dare risultati eccellenti (quella doppia J su cui tanto si ironizzò, e la detorinizzazione della squadra, intesa ormai come una franchigia italiana).

Agnelli siede stabilmente all’ECA e rappresenta il calcio italiano, le partite della Juventus si giocano su tanti, tantissimi fronti. Dopo 7 scudetti consecutivi e 4 Coppe Italia però ci ritroviamo di nuovo qui a parlare di furti, sistema e nuovo scandalo arbitrale.

Ha senso?

No. Questo può in qualche modo significare che ci piace la Juventus, che siamo filo-juventini, che l’arbitraggio di Orsato è stato un buon lavoro?

No, per nulla. Significa solo che se vogliamo elevare il discorso dalla modalità Bar Sport (anzi, Social Bar Sport), a delle considerazioni appena più evolute (non troppo, quelle le trovate su Ultimo Uomo, Rivista Undici e Calcio&Finanza), serve usare una lente d’ingrandimento non deformata dalla rabbia e dalle ragioni del tifo e arrivare a una verità inconfessabile.

La Juventus vince perché è forte e vince perché sa come usare la nostra rabbia, anche quando è legittima, per farne un’arma potentissima. La Juventus vive di una cultura sportiva che è al limite dell’etica ma che le consente di prolungare all’infinito la sua forza, una cultura fatta di nervi e spigoli, di senso di accerchiamento (misterioso, perché i più forti e numerosi son difficili da accerchiare), e da narrativa del torto subito. La Juventus è geneticamente modificata, abituata a essere al centro di polemiche vere, verosimili e pretestuose, se ne fotte della nostra indignazione. Vince perché si è convinta che vincere sia l’unica cosa che conta e pazienza se cade in contraddizione, pazienza se di tanto in tanto scivola, inciampa e fa appello ai sentimenti altrui.

La Juventus vive di parole chiave. Una di queste è irresponsabile. Lo dice spesso Agnelli, l’ha imparato Marotta, lo dicono a tutti i livelli della dirigenza juventina quando si sentono lesi in un loro diritto vero o presunto. Dare a qualcuno dell’irresponsabile è una scelta di campo semantico molto interessante, significa trasferire su di lui il peso di un eventuale errore. Sei irresponsabile se ti sei preso la responsabilità dei decidere ed eventualmente sbagliare.

La storia del rapporto della Juventus con la classe arbitrale sta tutto in quell’aggettivo (esclusa la penosa parentesi di Moggi). Se un arbitro sbaglia qualcuno lo aspetterà e gli ricorderà che si è preso la responsabilità di fischiare contro la squadra più forte e blasonata d’Italia, con quella che attacca di più, che investe di più e che ha più tifosi. Questo si chiama condizionamento ambientale ma anche ossessione per il successo, che può piacere o meno ma è del tutto legittima. Alla fine di Inter – Juventus di qualche giorno fa si dice che Agnelli fosse nella zona mista (o nel tunnel degli spogliatoi, le leggende metropolitane non sono mai precise a sufficienza), per chiedere ragione dei due rigori non assegnati alla Juventus.

Stiamo parlando di una partita in cui a gridare alla scandalo siamo stati noi interisti, eppure dei nostri dirigenti nemmeno l’ombra, dei loro sì. Ecco la differenza, una delle differenze. Subito dopo quella partita scrivemmo che al netto degli orrori di Orsato l’Inter ha una grave colpa, quella dell’invisibilità e del vittimismo postumo. La Juventus no, con prepotenza occupa tutti gli spazi e raccoglie i dividendi.

Torniamo alle prime righe. La Juventus festeggia il settimo Scudetto consecutivo e raccoglie la quarta Coppa Italia. Non c’è competizione, il pericolo è quello di un campionato morto ancor prima di nascere, di un gap incolmabile. L’impressione è quella di un calcio sempre più noioso (a meno che non si tifi Juventus, ma forse lo è anche per loro), di un prodotto sempre meno vendibile e di un futuro a tinte fosche.

Come ne usciamo? Ci sono due modi. Uno è continuare indefessi a ripetere che la Juventus ruba, che c’è un sistema e che non si può far nulla, solo attendere la magistratura, di nuovo. L’altro è tentare di analizzare le ragioni di una serie di successi forse irripetibili, ragioni profonde e in parte fastidiose, ma molto concrete.

Gli anticorpi alla cultura della vittoria esasperata e ostile si sviluppano nel tempo, con la serietà e l’organizzazione, con una società capace di contare nelle sedi istituzionali e costruire un modello vincente, con continuità e non a strappi. Dopo, se e quando, parleremo di errori arbitrali. Per ora mettiamoci comodi a guardare i cannibali che si mangiano tutti i trofei mentre noi soffriamo in silenzio.

 

 

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