“Nella guerra, determinazione, nella sconfitta, resistenza”. Noi che dopo Inter – Juve siamo tutti soldati di Churchill

di Alice Nidasio

Inter-Juve ci ha lasciato zero punti, l’amaro in bocca, le polemiche di sempre e verità più o meno manifeste. Ci ha confermato che Orsato non è (stato), all’altezza, che la panchina bianconera è anni luce da quella nerazzurra, che Mandzukic per fortuna ha superato l’intervento ed evitato l’amputazione di un arto, che Santon è un bravo ragazzo, ma che ha probabilmente deciso una stagione in 5’ senza averne il titolo, ma senza nemmeno troppe colpe: Spalletti sbaglia tempi e scelte con una puntualità rara. Si parla di una partita eh, perché rispetto a questa Nuova Inter, i suoi meriti vanno ben oltre qualche intuizione corretta tra formazione e modulo. Ci ha ribadito che sui binari dove viaggia la rivalità tra Torino e Milano, il treno deraglia sempre inesorabilmente (e non potrebbe essere diversamente, loro sono sempre gli stessi, a 360º). Inter – Juve ci ha detto che San Siro, quando 70 mila interisti cantano, non ha niente da invidiare ad Anfield o alla Bombonera. Queste però, diciamolo, sono cose che non raccontano novità a chi segue l’Inter il giusto.

Gli inediti di questa partita sono altri, e sono importanti. Immaginate un qualsiasi Derby d’Italia della storia recente del nostro calcio: al 15’, Inter in 10. Il panico.
Sugli spalti, davanti alla TV, e forse anche in campo e panchina. Perché post 2010, quando il (lecito) delirio di onnipotenza li conduceva fieri ovunque, la percezione della Juve è tornata ingombrante e pesante. Ha vinto 6 (7), scudetti di fila, ha fatto del #FinoAllaFine un dogma e si è ripresa quello status per cui, pensare di batterla in 11 è difficile. Figuriamoci in 10. E poi ci sono i precedenti: l’Inter le ha strappato 3 punti in due occasioni negli ultimi 5 campionati: l’anno scorso nel girone d’andata (2-1) e nel 2013 con violazione di domicilio allo Stadium (1-3).
Ma sabato, intorno a San Siro, l’aria era diversa. Sembrava quella dello scontro – scudetto (il loro, in effetti). Il clima sapeva di una sfida equilibrata, senza un esito certo. E per i primi 15’ minuti della partita è pure stato così. Ma quando Vecino diventa “kamikaze”, gli altri 10 davanti hanno un bivio: sopperire o trasformarsi. Inaspettatamente scelgono di diventare Squadra e accade nel momento in cui il crollo era annunciato: sotto di un gol a inizio secondo tempo, quando la più probabile delle scene li avrebbe visti rassegnati e inclini all’errore. Perché tanto, inconsciamente, l’alibi è già confezionato (non inventato): ci sono l’espulsione di Vecino a svantaggio e la mancata espulsione di Pjanic a vantaggio pronte da utilizzare come attenuanti di una sconfitta inevitabile. Invece accade la magia: Brozovic (ri)trova la sua Epicità, Cancelo disegna assist sul velluto, Icardi e Perisic (con Barzagli) firmano i gol della rimonta. Ed è proprio in quel momento che si compattano. Contro tutto quello che sta succedendo, ribaltano la logica del più forte che annienta il più debole. Non sono uomini, ma leoni. Che si muovono in branco, sfruttano il territorio e resistono eroicamente. “Quel che importa non è la nostra vittoria, bensì la nostra resistenza” diceva Mauriac e forse anche noi, oggi. Perché al di là del veleno (giustificato), per una sconfitta che può costare troppo, l’impressione è che su qualche piano, l’Inter abbia stravinto. Perché tra le cose che ci ha lasciato e insegnato QUESTO Inter – Juve, c’è la consapevolezza. D’identità, di appartenenza e di giustizia contro le ingiustizie. E allora se l’Inter ha perso in campo e in classifica, rischia di aver vinto sul fronte più complicato di una battaglia verso la quale, negli ultimi anni, sembrava non avere nemmeno armi da impugnare. Le lacrime di un Capitano, la delusione rabbiosa sul volto di tutti e i 70 mila che spingono mentre si compie la carneficina in campo sono le verità di Inter – Juve al fischio finale. Sono questi i segnali di vita in un terreno per anni inesplorato e arido. Quelli da cui rinascere affinché sul campo, ogni battaglia futura, si potrà combattere alla pari.

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