Un gioco da ragazzi (addio Davide, grazie di ogni minuto felice)

Ci siamo fermati.
Abbiamo pensato fosse più normale che non doveroso. Normale perché se questo è un gioco, se è uno spazio che dedichiamo a cose leggere che fingiamo essere terribilmente importanti, quando capitano cose che invece sono terribili e definitive è inutile forzare la mano e andare avanti.
Bisogna fermarsi.
In molti si sono chiesti se sia stato giusto sospendere l’intera giornata di campionato, eccezion fatta per le partite del sabato.
La risposta è semplice: è stato normale, di nuovo.
Normale perché lo hanno chiesto i giocatori, che di Davide Astori hanno l’età, capiscono la vita per averne condivisa tanta sul campo e quindi capiscono bene la morte, la fine di ogni cosa.
Amici, avversari, conoscenti.
Ragazzi, persone, giovani uomini che domenica non sarebbero mai riusciti a giocare, giocare per davvero.
Ci siamo fermati anche noi, su questa pagina e sul blog.
Il tempo di stringerci al ricordo, grande o piccolissimo a seconda dei casi e della sensibilità, di pensare un po’ alle parole che usiamo, alle cose che diciamo quando il calcio ci fa perdere calma e pazienza.
Le parole, quelle che diventano pietre con troppa facilità e colpiscono nel segno.
Ragazzi, persone, giovani uomini che giocano a calcio per intrattenere altri ragazzi, persone più mature e uomini che giovani non sono più.
Il calcio, quello che vorremo tramandare ai nostri figli, quello che abbiamo ereditato così imperfetto eppure così umano, simile a noi.
In molti hanno dedicato pensieri e parole a Davide Astori, in troppi le hanno usate come se ancora il tifo potesse avere una parte in momenti come questo.
‘Anche se sono un grande tifoso di una squadra avversaria’, ‘Anche se detesto la squadra in cui giocavi’, sono tutti messaggi senza senso, magari pensati con amore ma scritti male, concepiti con una dose di protagonismo insopportabile.
Altri hanno obiettato che ogni giorno ci son tanti morti senza nome e senza volto e che per loro non ci si ferma. Vero, verissimo. A volte però capita che un’onda di emozioni ci travolga tutti, per dolore o immedesimazione o forse perché tutti insieme realizziamo quel dolore nello stesso momento, come un’epifania collettiva. Soprattutto quando la causa del dolore è la morte è quella di un eroe giovane e bello, di uno che non dovrebbe proprio morire a 31 anni, di uno che gioca.
Giocare.
Ricominceranno e ricominceremo a scriverne, perché è inevitabile che sia così.
Di nuovo, è normale.
Alla famiglia di Davide Astori l’abbraccio più forte, solido e commosso che abbiamo noi che scriviamo e voi che leggete, a lui un pensiero che non si affievolisce, che terremo vivo, che ci ricorderà che tutta questa cosa strana per cui perdiamo il sonno è solo un gioco, un gioco da ragazzi come Davide, un gioco da curare con i sorrisi, le parole e l’amore che quelli come lui ci mettono ogni volta che scendono in campo.
Che giocano, per noi.

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