La maglia del Capitano

di Giacomo Dotta

Capitano, mio capitano.

Che già avessi dovuto scegliere io, lo ammetto, quella fascia non te l’avrei mai messa con tanta leggerezza. Non per altro, ma perché il tempo ha un suo valore e le cose bisogna meritarsele così: nel tempo.

Capitano, sarai comunque tu il mio capitano. E di tempo stavolta non ne abbiamo: sta per arrivare un Milan carico all’interno di un derby nel quale, c’è da starne certi, vincerà chi sarà più intelligente, più audace e più concentrato. E noi di recente siamo stati tutto tranne che intelligenti, audaci e concentrati.

Ma eravamo senza di te, capitano. Non ne faccio una colpa agli altri: soffrivamo già prima e non ne siamo usciti in queste settimane di ulteriore sofferenza. L’abbiamo scampata in qualche modo, mentre Eder viveva là davanti la stessa solitudine di cui anche tu hai sofferto in passato. Insomma, è andata così, inutile piangere sul latte versato e sui punti mandati in fumo. Là davanti non stanno troppo meglio di noi e la nostra corsa è su quelle due romane che, detto tra noi, farebbero il possibile per farsi fuori l’un l’altra. E poi dietro c’è il Milan, che prima o poi dovrà giocoforza rallentare. Prima o poi? Speriamo ora, subito, adesso. Perché stiamo di nuovo per scendere in campo. Perché ora tocca a noi.

Capitano, quando ti siederai nello spogliatoio ti chiedo soltanto di dedicarmi 30 secondi. Guardami, capitano. Guarda il numero. Guarda il tuo nome sui miei colori. Guarda le sfumature, perché dietro ognuna di quelle c’è un dribbling di Ronaldo, c’è una rovesciata di Djorkaeff, c’è una sgroppata di Berti, c’è un volo di Zenga, c’è un tiro di Ibrahimovic, c’è lo sguardo di Mourinho. Guardami bene, perché dietro quelle sfumature non ci sei ancora tu. Non basta fare qualcosa per lasciare un segno, qui: qui si fa la storia o si precipita nell’oblio. Qui i grandi hanno messo una firma che dura per sempre. Qui i colori sono una seconda pelle o una eterna scottatura.

Capitano, mentre mi indossi e rimani un attimo al buio con la testa che infila il colletto, guarda dentro te stesso e chiediti cosa vuoi davvero da me, perché io so cosa vorrei da te. Voglio presentarmi sotto la curva e urlare, urlare di gioia, di quella gioia che lascia un segno e scalda i cuori. Perché è in quei momenti che i muscoli si gonfiano e la fascia sul braccio pesa di meno.

Poi, quando mi hai indossata, guarda negli occhi i tuoi compagni forte della tua nuova armatura. Se ti guardano, è perché cercano un gesto, un cenno di intesa, un motto di carisma. Poi scenderemo in campo assieme e ascolta me: guarda la curva. Guardali, sono lì per me e per te. Non possiamo deluderli e questa è la nostra grande occasione. Riprendiamoceli, uno a uno. Ricostruiamo quel che è andato perduto, punto dopo punto. Ricominciamo, gol dopo gol.

Capitano, mio capitano. Ti accompagnerò per tutti i 90 minuti e voglio tornare nello spogliatoio strappata, sporca, stiracchiata, malconcia. Saranno i segni di una lotta da cui non ci siamo tirati indietro. E quando ti spoglierai a fine partita spero potrai tornare a guardarmi con orgoglio e sentire tue tutte quelle sfumature di nero e di azzurro.

Se così sarà, il tempo tornerà dalla tua parte e la buona sorte dalla nostra.

Capitano, arriva il derby.

Prendimi, sono la tua maglia.

Guardala.

Sentila.

Amala.

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