Metterci la faccia, almeno quella (una piccola prece a Suning, padrone un po’ troppo enigmatico)

di Enzo Sara

Siamo fatti così. Noi interisti siamo diversi, speciali, irripetibili. Una categoria a parte, nel bene e nel male. Provate a immaginare per un attimo se, per un terribile e malefico sortilegio, diventassimo per poche ore tifosi di quella impronunciabile squadra dalle magliette in bianco e nero. (Periodo ipotetico, superfluo sottolinearlo, dell’irrealtà e dell’impossibilità). Mi sembra già di sentire le nostre voci. “Ma che razza di prestazione a Verona. Senza la doppia superiorità numerica, non avremmo battuto il Chievo nemmeno se la partita fosse durata una settimana”. E ancora: “Sono due mesi che giochiamo da schifo”. Oppure: “L’allenatore non ci capisce più niente. Ma quale vittoria della Champions, dove andiamo così conciati?”.

Invece, per fortuna (malgrado tutto), siamo interisti. Orgogliosamente interisti. E applichiamo quei parametri di dura severità e malcelato pessimismo alla nostra squadra, che nelle ultime sette partite – il bilancio è ancora più allarmante se ci aggiungiamo le due gare di coppa Italia – ha racimolato la miseria di 5 punti segnando incredibilmente appena 4 volte (compreso un autogol piovuto dal cielo).
Abbiamo in corpo delusione e rabbia, amarezza e preoccupazione. Il tutto, peraltro, amplificato dal fatto che questa profonda crisi attuale arriva dopo lunghi anni di flop più o meno clamorosi. Eppure, nell’ora più buia, ci tocca fare ancora uno sforzo, l’ennesimo. Provare a contemperare il cuore e la mente, a filtrare con la ragione le sacrosante critiche, a mescolare in giuste dosi quello che ci detta l’istinto e ciò che ci impone il realismo. Anche a costo di tenere a freno la nostra competenza e sotto controllo la nostra passionalità, che forse sbiadiscono ma di sicuro non scompaiono con l’allontanarsi dei giorni ruggenti.
Un esempio per tutti, il più “complessivo” ed emblematico: Spalletti. Mi sembra pressoché unanime e inconfutabile la nostra convinzione del fatto che contro la Spal abbia commesso errori gravi ed evidenti. Cancelo a sinistra, Gagliardini per potenziare le barricate sul campo di un avversario da zona retrocessione, Rafinha dopo il 90′ sono apparse scelte cervellotiche e sbagliate fin dall’inizio, cioè a prescindere dal risultato e senza alcun bisogno di attendere il verdetto del terreno di gioco. Ma, soprattutto, sono sintomi di una perdita di serenità e di lucidità da parte del tecnico di Certaldo. A parere di chi scrive, però, prima di trasformarlo nell’unico capro espiatorio e nel solo bersaglio di comodo, dovremmo porci due domande-chiave. Domanda numero uno: davvero l’organico a sua disposizione gli consente alternative tali da garantire la certezza di vedere in campo elementi più affidabili e soluzioni decisamente più convincenti? O, piuttosto, l’allenatore si trova di fronte al bivio tra commettere un errore anziché un altro, o meglio tra correre un rischio anziché un altro? Ma soprattutto, domanda numero due: se è vero come è vero che sta dando segnali di confusione, è mai possibile che anche lui accusi la stessa sindrome già patita da tutti (TUTTI) gli allenatori del dopo Triplete? Come e perché da noi, nel post-Mourinho, sono diventati inadatti e/o incapaci – senza differenze e distinzioni di sorta – i vari Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri, Stramaccioni, Mazzari, Mancini, De Boer, Pioli? Non sarà che i veri problemi risiedono altrove?
E così, tornando alla stretta attualità, si arriva al nodo cruciale del discorso: la società. La proprietà. All’interno esisteranno anche gerarchie chiare e precise, ma è innegabile che tifosi e addetti ai lavori abbiano troppo spesso la sensazione di una piccola babele, di una strana piramide in cui ogni figura rimanda ad un’altra senza che nessuno si senta direttamente responsabile e men che meno “colpevole”. Spalletti rinvia al mercato, che significa Ausilio, il quale è pero a sua volta “coperto” da Sabatini, che comunque rimanda a Steven Zhang, che ovviamente fa riferimento a papà Zhang Jindong, a cui resta pur sempre – prima che la catena si chiuda – l’ombrello (o alibi, per chi preferisce) del fair play finanziario. Scatole cinesi, è proprio il caso di dirlo.
Ma anche qui occorre sforzarsi, per quanto possibile, di non trasformare ogni più che legittima insoddisfazione e insofferenza, ogni polemica pienamente giustificata in un cupio dissolvi o in un gioco allo sfascio. In assenza di qualche Ambrogio Brambilla, italiano e milanese doc, interessato a rilevare l’Inter, per ora questo passa il convento.
Una cosa, però, possiamo e dobbiamo chiederla. Anzi esigerla. O addirittura pretenderla. Il vertice societario ha il dovere – perché noi ne abbiamo il diritto – di uscire allo scoperto, mettendoci la faccia e pronunciando finalmente parole di chiarezza. Le nostre ansie e i nostri dubbi non possono arrestarsi e perdersi nello sguardo gelido, cupo, enigmatico e un po’ inquietante di Zhang junior in tribuna a San Siro. Il progetto Inter esiste ancora? Si sono allungati i tempi per attuarlo? Se ne è ridimensionata la portata? Ci facciano capire, magari sdrammatizzando un tantino questo clima da “Champions o morte”, che non giova al raggiungimento dell’obiettivo né alla serenità dell’ambiente. Ci dicano qualcosa. Qualcosa di interista. Suning, se ci sei batti un colpo (e non stiamo parlando di mercato). Non sappiamo neanche noi quale, ma batti un colpo. Uno qualsiasi, a viso aperto.

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