Pastore, il gregge e l’idiosincrasia per i 3 punti (psicopatologia di una squadra che non sa più vincere)

9 partite, quasi due mesi (per la precisione 56 giorni, escludendo anche la sosta invernale di inizio gennaio) senza riuscire a portare a casa una vittoria. Partite giocate bene a metà e poi perse, rigori sbagliati, pareggi concessi agli avversari negli ultimi minuti a causa di disattenzioni banali. Il bestiario interista degli errori di dicembre e gennaio è talmente pieno da poterne discutere per ore, nottate, giornate intere se uno ne avesse il tempo.

È come se l’Inter fosse in un loop temporale di cui non si intravede l’uscita. Quello di Ferrara è solo l’ultimo capitolo di una storia che ormai sembra doversi ripetere all’infinito, come il giorno della marmotta di Bill Murray in “Ricomincio da Capo”.

Si parte bene (o si riparte alla grande dopo una brutta partenza, tipo l’anno scorso), magari si arriva anche nelle posizioni di testa o subito a ridosso. A un certo punto però qualcosa si inceppa, la squadra perde sicurezza e non vince più. Gli stessi calciatori a cui fino a poco tempo prima riuscivano anche giocate difficili fanno errori che si vedono dalla prima categoria in giù, le sicurezze acquisite crollano e va tutto a puttane.

Magari si arriva in zona Europa League, campando di rendita grazie ai punti accumulati in precedenza, nel caso peggiore (quello dello scorso anno) invece si molla completamente, chiudendo l’annata con prestazioni indegne e con noi tifosi a chiederci i perché di un’ennesima stagione buttata.

Stramaccioni, Mancini, Pioli. Tutti loro hanno cercato di invertire la rotta, senza riuscirci. Spalletti ci sta provando, ma è difficile cambiare le cattive abitudini introiettate nella testa e nella coscienza di questa squadra. Il discorso della coperta corta non può essere una giustificazione. Un calo fisico è da mettere in conto, ma certe prestazioni non possono essere solo solo dal fiato corto (anche perché si gioca una volta a settimana).

La partita di oggi è un po’ la summa del momento attuale. Una squadra lenta, incapace di chiudere una partita che sembrava in pugno dopo il regalo di Vicari e che ha subito gli assalti finali della Spal passivamente, come se stesse aspettando il pareggio da un momento all’altro. Persic quasi incapace di creare occasioni da gol (oggi solo una, sprecata pure male da Vecino), Icardi perso lì davanti ad aspettare palloni che non arrivano e quasi estraneo alla manovra (oggi ha toccato meno palloni di Handanovic), Borja che sbaglia passaggi di 5 metri, Candreva totalmente fuori partita e sostituito a fine primo tempo.

L’Inter ha difficoltà a trovare le soluzioni che tanto hanno funzionato nei primi 3 mesi.  Alle prime difficoltà poi ci si dimentica delle sicurezze acquisite in precedenza, di quanto costruito con fatica per mesi, e ci si lascia trasportare verso la mediocrità, come se emergesse una specie di idiosincrasia alla vittoria. L’uomo di Certaldo, senza nemmeno troppi giri di parole, lo ha fatto capire parlando proprio di Perisic e Icardi, due di quelli che dovrebbero guidare il gruppo:

“Icardi e Perisic? Sembra quasi che vogliano convincerti che qui funziona così, che a un certo punto si vada per forza sotto le proprie possibilità. Se si abbassano forza, carattere e psicologia insieme diventa difficile. E anche se provi a lavorare su questo, non le ritrovano facilmente”

Pensare che chiunque arrivi a gennaio possa essere l’uomo della provvidenza è sbagliato. Rafinha ha bisogno di ritrovare la gamba un po’ alla volta e neanche uno come Pastore sarebbe in grado, da solo, di sistemare le cose. “Il pastore comunque è importante, perché tiene unito il gregge”, ma se il gregge poi va comunque per fatti propri c’è poco da fare.

Da una situazione del genere si esce solo tutti insieme, altrimenti il finale è già scritto.

 

 

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