Bagonghi, il culo basso come un nano da circo, l’istinto del gol di un gigante (Storia di Roberto Boninsegna, in arte Bonimba)

(Il titolo è una citazione di Gianni Brera)

di Enzo Sara

Lo chiamavamo Bonimba. Ma il suo destino calcistico era scritto nelle ultime cinque lettere del cognome. Roberto Bonin-segna è stato il prototipo del bomber di razza, l’immagine vivente del gol, il simbolo indiscusso delle qualità che un grande attaccante deve avere in repertorio. Inesorabile in area di rigore, la sua specialità, eppure dotato di numeri che lo rendevano a suo modo versatile e particolarmente difficile da controllare per i difensori avversari. Al proverbiale tiro mancino, scherzetto che giocava ai portieri con incredibile frequenza, aggiungeva una capacità di sfruttare il colpo di testa straordinaria e per certi versi sorprendente, vista la sua non eccelsa statura fisica. Poi l’abilità nel farsi trovare pronto, a cui erano strettamente connessi il suo cinismo e la sua incisività sotto porta. Lucido e freddo dal dischetto, stabilì il record di rigori consecutivi trasformati in serie A (ben 19). E anche in acrobazia seppe dare il meglio di sé.

6187273E-81B5-49DF-8943-B9BC00EA5DA0.jpeg

In copertina, sull’album delle memorie e delle nostalgie nerazzurre, non può non esserci quella sua rete in rovesciata a San Siro contro il Foggia. Una prodezza il cui ricordo ci lascia senza fiato, proprio come accadde allora. Un gesto tecnico abbagliante e spettacolare, ad altissimo coefficiente di difficoltà. Perché all’Inter, lo sappiamo, non può – e forse non deve – esserci niente di facile. Quel giorno Boninsegna diede la stura a una goleada (5-0), che consentì di apporre anche il sigillo della matematica su uno scudetto conquistato dopo una rimonta esaltante quanto ardua, che pareva impensabile e che fu resa possibile dalle reti che valsero a Bonimba il titolo di capocannoniere (bissato l’anno successivo). Una rincorsa tutta in salita e irta di ostacoli, iniziata dopo l’avvento in panchina di Giovanni Invernizzi al posto di Heriberto Herrera e coronata da uno strabiliante trionfo. Roba da Inter. Era il 2 maggio 1971, a dimostrazione del fatto che non sempre il mese di maggio comincia con brucianti amarezze.

0CF7B751-F839-4B42-9BFB-FFAC6F01D216.jpeg

Inevitabile ripensare all’avvio e, ahinoi, all’epilogo della sua storia in maglia nerazzurra. Cresciuto nel vivaio interista, era stato incautamente lasciato andare ed era passato al Cagliari, dove formava con Gigi Riva un fenomenale tandem d’attacco. Ricordo ancora il giorno in cui appresi dalla radio (ero in vacanza) l’annuncio ufficiale del suo arrivo all’Inter. Alla mia soddisfazione fece da contraltare una smorfia, un’ombra di dispiacere, sul volto di mio padre che era in attesa accanto a me. Eppure lui non era solo un appassionato, ma un tifoso che s’intendeva davvero di calcio. Il fatto è che l’operazione comprendeva come contropartita anche Angelo Domenghini. E sapere che uno dei perni della Grande Inter avrebbe cambiato casacca, evidentemente, destava un velo di tristezza in chi aveva vissuto e si era goduto quella indimenticabile epopea. Non so quante volte, in seguito, presi in giro mio padre per quella sua reazione di cuore e non di testa. Per una volta avevo avuto ragione io e dovevo “approfittarne”…

Ci lascia invece un’eco di malinconia e di rabbia sottile l’ultimo atto dell’avventura nerazzurra di Boninsegna. Passò, infatti, alla Juventus in un malaugurato scambio con Pietruzzo Anastasi, praticamente impalpabile nella sua esperienza a Milano, mentre Bonimba continuò a segnare e a vincere in bianconero. Al momento della cessione aveva 33 anni e troppo presto lo si era considerato in declino, un primattore ormai destinato a imboccare il suo Sunset boulevard. Una cosa, comunque, appare certa: non era stato lui a volere la cessione. Anzi, in qualche intervista ha rivelato di averla avvertita come una “sconfitta” – parole sue – a livello personale. Erano altri tempi, in cui il cartellino di un calciatore era di proprietà del club. Si trattò, dunque, di una scelta sbagliata a livello dirigenziale, di cui lui fu mero destinatario (se non vogliamo usare il termine “vittima”). Ma nessun tradimento, niente da perdonargli. Del resto, sono troppe per non essere genuine e sincere le sue professioni di interismo, fatte e ripetute non solo nelle sue vesti di osservatore dell’Inter, ma anche come allenatore delle Nazionali giovanili o direttore tecnico nella sua Mantova. È per questo che una sorta di memoria selettiva cancella in noi quelle ultime stagioni in bianco e nero, lasciandoci impressa solo un’immagine a colori. I nostri colori.

Il racconto non si può chiudere senza altre due istantanee, targate Germania. La partita di Moenchengladbach, ovviamente. Notte di streghe e di fantasmi, dopo che Boninsegna fu costretto a lasciare il campo perché colpito, intorno alla mezz’ora del primo tempo, dalla famosa lattina di una bibita scagliata in campo da un tifoso tedesco. Per l’Inter, in pratica, finì lì. Ormai era un match da giocare soltanto a tavolino. E in quella sede subentrò un altro immenso Fuoriclasse dell’interismo: l’avvocato Peppino Prisco, che ottenne la ripetizione del match e il conseguente ripristino dei reali valori calcistici.

3748DD7D-CAF9-4043-AFFE-8121FB8A5159.jpeg

Infine, ovviamente, la semifinale dei Mondiali di Messico 1970. In quella che molti definirono la “partita del secolo” il bomber di Mantova realizzò la rete dell’1-0 e offrì a Rivera l’assist del definitivo 4-3 contro la Nazionale tedesca. Due azioni che dimostrano come certe etichette (tipo “uomo da area di rigore”) vadano maneggiate con cautela quando si tratta di applicarle a Campioni autentici e completi. Il primo gol, infatti, fu messo a segno con un pallone ricevuto sulla trequarti, scambiato con un compagno e spedito in rete con un secco tiro fatto partire prima dei sedici metri, più o meno all’altezza della lunetta. Nell’azione conclusiva e decisiva, Boninsegna ebbe addirittura uno spunto quasi da ala: con l’ultima goccia di benzina rimasta nel serbatoio, sulla fascia sinistra, raccolse un lancio di Facchetti, accelerò e si sbarazzò di Schuster, servendo in mezzo un passaggio d’oro, che Rivera sfruttò al meglio.
Immagini e ricordi consegnati alla storia del calcio. Momenti in cui, tra i protagonisti, non poteva mancare Boninsegna. E non poteva mancare un’ampia fetta di Inter.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: