Semper lü (Perdonare Ganz e non pensarci più)

di Davide Franzini

Tempo fa ero a Bormio con un gruppo di amici, e fuori da una discoteca allungavamo la notte mangiando l’ultimo panino. Fa freddo, è ormai ora di andare, ma uno di noi ha ancora fame. Manda giù il boccone, pulisce le labbra col tovagliolo e poi fa cenno al paninaro: Me ne fai un altro, Maurizio? E subito arrossisce per la gaffe. Il paninaro ristà, scontrino in mano e sguardo nel vuoto; poi annuisce e mette carne sulla piastra. Si chiama Ganz, e chissà quante volte gli è capitata.

D’altronde come puoi pensare Ganz e non Maurizio, se sei interista e son le cinque del mattino? Di questi tempi, poi, fatti di sette partite e solo due gol, di centravanti stanchi e centrocampisti abulici. Di questi tempi Maurizio Ganz va per i cinquanta e ha passato l’ultima estate a sudare nella sabbia del Mondiale di Beach Soccer. E quando gli chiedono qual è la cosa che vorrebbe proprio fare, lui risponde “Avrei voluto giocare a calcio tutta la vita, e invece… vabbè”, lo dice con tono amaro e innamorato. Diversa lingua a parte, voi riuscireste a immaginare queste parole in bocca a, toh, Marcelo Brozovic?

Maurizio Ganz nasce nel 1968 a Tolmezzo, provincia di Udine, e ribolle di passione per il calcio; appena può lo gioca, appena può ne parla, a scuola lo infila nei temi, dove scrive che “un giorno diventerò un calciatore famoso, giocherò contro tanti campioni in tutti gli stadi d’Italia e del mondo”. È testardo e col pallone bravo, tanto che a tredici anni arriva la chiamata che sognava: arriva da Genova, lato Sampdoria, seicento chilometri di macchina da casa. Lui non ha dubbi, la maestra di italiano neanche, ma la mamma sì: Maurizio ha l’età in cui si va ancora messa con i genitori, il calcio è un sogno pericoloso e la mamma è la mamma, e vorrebbe tenerlo nell’ovile. Ma il padre sa benissimo che suo figlio arde di una passione viscerale, sa che bisogna darle ossigeno altrimenti finirà per consumarlo. E così dà il via libera e si parte.

A Genova è da solo, senza Whatsapp né Skype, e in tre anni vede la famiglia sei volte: Natale e poco altro. È ancora un bambino e fa fatica, di tanto in tanto piange, ma ha caparbietà friulana e stringe i denti finché a diciassette anni esordisce a Marassi: è la prima giornata di Serie A, la Samp di Mancini e Cerezo sta conducendo sull’Atalanta grazie a un autogol di Cesare Prandelli; Ganz entra l’ultimo quarto d’ora e fa in tempo a festeggiare la vittoria. Giocherà altre quattordici volte quella stagione, solo due la successiva, poi andrà a cercare spazio altrove. Nel 1991-92 è capocannoniere in B col Brescia, l’anno dopo se ne frega della rivalità orobica e va all’Atalanta, dove fa tre stagioni e tanti gol.

E siamo all’estate del 1995, la prima di Massimo Moratti presidente. Il pane costa quattromila lire al chilo, Zanetti cinque miliardi, Maurizio Ganz otto, ed è uno degli acquisti di sostanza in un mercato che porta a Milano artisti e giocolieri à la Benny Carbone.

Ganz arriva all’Inter che ha ventisei anni e una faccia a metà tra Beverly Hills e la televendita di un mobilificio; è basso e mingherlino e gli scorre calcio nelle vene. È un giocatore determinato, ha un buon sinistro con il quale ogni tanto batte calci d’angolo e punizioni (poche, perché quell’anno  in rosa c’è Roberto Carlos), ha un destro che sa usare. È veloce sui primi passi ma non in progressione, né ha un gran dribbling, e raramente tiene il pallone per più di due o tre tocchi.

Segna i suoi primi due gol al Torino, entrambi su rigore, mentre il primo su azione arriva a Firenze a fine novembre. Traspare l’indole dell’attaccante d’area: va dentro al momento giusto, si protegge dall’arrivo del difensore tenendo un occhio sul portiere, che poi beffa in pallonetto.

Ha doti tecniche Ganz, ha soprattutto un senso fino per la posizione giusta, il tempo giusto, i sincronismi per far sì che la sua traiettoria e quella della palla si incrocino in area di rigore. Ha la tempestività dei migliori rimbalzisti NBA nel correre verso il posto che ha scelto mentre i compagni stanno ancora decidendo cosa fare del pallone, e quando ha scelto il posto giusto – spesso – poi la mette dentro. Da questo intuito nascono molti suoi gol, un numero spropositato segnati di testa, sempre festeggiati con indosso quella maglia che pare di due taglie in più.

Ganz chiude la sua prima annata con quindici reti. È un operaio del gol affidabile e puntuale, ma nell’estate ’96 Moratti ha voglia di sognare: arrivano Ivan Zamorano, Nwankwo Kanu e Youri Djorkaeff, e non pare esserci spazio per il friulano. Ma lui è tenace e resta, e giocherà la sua miglior stagione di sempre. Risale a questi giorni la leggenda de El segna semper lü, che non è la verità vera, ma in effetti ci assomiglia: fa venti gol in quarantotto partite, numeri non esorbitanti ma di tutto rispetto considerando che i rigori li tira Djorkaeff, numeri in ogni caso sufficienti per essere il primo marcatore interista.

La riserva preferita è la Coppa Uefa, dove marzo è il culmine della stagione della caccia. E Maurizio si fa trovare pronto, prima eliminando l’Anderlecht con tre gol in due partite e poi indirizzando la semifinale con una doppietta in quindici minuti al Monaco:

Sarà capocannoniere della manifestazione con otto gol, ma nel momento topico fallisce l’occasione più importante: finale di ritorno a San Siro contro lo Schalke 04, secondo tempo supplementare, l’Inter vince uno a zero e il risultato della doppia sfida è in parità. Zamorano ha la palla sulla trequarti, Ganz è come sempre chirurgico nel taglio in profondità, Zamorano lancia, Ganz la arpiona alzando sopra Lehmann: portiere fuori, palla che sale verso la porta, palla che scende verso la porta, palla che sembra entrare in porta, traversa.

Finisce la stagione 1996-97 e arriva Ronaldo, e lo spazio di Ganz si chiude per davvero. Gli è concessa solo qualche sporadica corsetta in fascia destra, e così a dicembre chiede di andar via: le possibilità son Lecce e Milan e lui va dai rossoneri senza sentimentalismi, con la schietta determinazione che ci si può aspettare da chi è nato in Friuli e ha lasciato casa da bambino. La sua terza partita in rossonero è un nefasto derby invernale di Coppa Italia, in cui ne prendiamo cinque e uno lo fa lui. Esulta. Il galateo del tifo ultras impone striscioni e cori beceri, ma col distacco del tempo riguardiamo con sollievo a quelle immagini: l’esultanza di un uomo che ama follemente il suo mestiere e neanche ci pensa a mettersi in posa come imporrebbe la vetrina, come sempre più spesso vedremo fare da calciatori che paiono contriti manichini.

Giocherà un altro anno in rossonero riuscendo ad essere decisivo nella conquista dello scudetto di Zaccheroni (il gol al 95′ contro la Sampdoria è quello che decide, di fatto, il campionato) e alla fine del millennio andrà al Venezia. Lo accoglie un allenatore che dichiara schietto: “È il giocatore che ci serviva. Meglio lui di Vastic (centravanti austriaco che il Venezia sta trattando, nda): perché Maurizio è italiano e non avrà problemi di ambientamento. Ci darà subito punti e gol”. I gol arriveranno ma la salvezza no, e il mister sarà esonerato; manterrà la sua schiettezza pur ammantandola di enigmi, e diventerà Luciano Spalletti.

Ganz resterà nel mondo professionistico fino a trentanove anni, chiudendo la carriera con la bianca casacca della Pro Vercelli. Sorretto da passione smisurata continuerà a giocare nei campetti e nelle spiagge, disputando l’ultimo torneo internazionale nel 2010: è la Viva World Cup, campionato mondiale delle nazioni non riconosciute che si svolge sull’isola di Gozo. Maurizio Ganz indossa la maglia della Padania, che in semifinale sta conducendo per uno a zero sulle Due Sicilie quando manca poco al termine, e serve il gol che assicuri la vittoria: mutatis mutandis, sembra la finale Inter-Schalke. Ganz questa volta non sbaglia. Ma ci ripensa, a quella Coppa Uefa sfumata per un centimetro. Quella vinta 12 mesi dopo da Ronaldo, nella notte in cui mise a sedere Marchegiani.

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