L’Inter ruba alle vecchine, puzza e picchia i bambini con gli occhiali (noi e la stampa sportiva: vedere quasi la stessa partita)

Una premessa doverosa va fatta. Almeno tre di noi de Il Nero e l’Azzurro (degli storici intendo, poi ci sono i collaboratori più occasionali e il numero sale), sono giornalisti. Abbiamo quindi la lucidità e la predisposizione adatta a non gridare al complotto e gli strumenti per valutare con serenità il lavoro di altri giornalisti. Per qualche giorno abbiamo scherzato sulla Rai e sulla sua (magari), inconsapevole tendenza a tifare per chiunque giochi contro l’Inter, che sia il Pordenone, il Milan o la Nazionale Topi d’Appartamento. I colleghi di Rai Sport salutano le prestazioni dei nostri avversari con entusiasmo, costruiscono un impianto epico del racconto che spesso ce ne fa rivalutare la professionalità (allora son vivi!), e non si curano troppo del dettaglio, che saremmo noi.

Ieri sera però ci siamo un po’ preoccupati. A partita in corso un analista capace e in genere molto equilibrato come Luca Marchegiani ha smesso i suoi panni e vestito quelli di Suor Paola, vedendo schemi perfetti della Lazio a ogni piè sospinto (una Lazio tosta e ordinatissima ma decisamente contropiedista), e attribuendole talmente tante volte la vittoria ai punti che alla fine ci abbiamo creduto, abbiamo spento la televisione convinti di aver perso tanto a poco.

Ilaria D’Amico ha aperto lo studio celebrando le gesta di una squadra che poteva essere l’Ajax di Crujiff, il Barça di Guardiola ma non la Lazio di Simone Inzaghi, che per la cronaca veniva a San Siro da inseguitrice e doveva vincere per ridurre il gap, e che invece ha giocato una buona partita, senza mai riuscire a dominarla.

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Numeri quasi identici, parate più difficili per Strakosha, il solo liscio di Felipe Anderson (palla a lato di poco), a fare la differenza. Poiché siamo persone di lumi, prima di scrivere abbiamo deciso di rivedere la partita. Nulla, la sostanza non cambia. La Lazio che veniva a San Siro per ballare sui resti di una squadra in drammatica difficoltà, ha invece giocato alla pari, senza strappi, prendendo il largo solo nella fase centrale della ripresa, dopo i cambi (che sono invece la chiave in negativo della stagione nerazzurra).

Il problema è che Sky non è una televisione locale e le sue firme non sono quelle di caratteristi e guitti improvvisati. Ma il capolavoro è arrivato come spesso accade dalle pagine online della Gazzetta dello Sport. In un pezzo corredato da foto (link al video), di Candreva che sputa e insulta (cosa che peraltro ha fatto, gesto stupido per un professionista, anche se contestato ingenerosamente), si parla di una Lazio che incanta e diverte. Incanta e diverte. Proprio così, ed è questo il motivo ed il momento in cui è d’obbligo farsi delle domande.

Abbiamo visto la stessa partita? Abbiamo assistito alle stesse partite, nelle ultime due disgraziatissime settimane? Perché se è scontato che non ci sia alcun complottto a mezzo stampa contro l’Inter, altrettanto scontata e ormai proverbiale è la fragilità della nosta comunicazione e la pochezza strutturale dell’Ufficio Stampa.

Ogni grande squadra costruisce la sua leggenda anche dal racconto che sa fare di se stessa. Lo sapeva Mourinho, lo sa Spalletti, lo sanno gli allenatori che usano le parole giuste. Non siamo ancora una grande squadra ma di certo godiamo di una stampa pessima.

A settembre era culo, a ottobre un miracolo, a novembre si attendeva il crollo, a dicembre abbiamo giocato contro squadre meravigliose, noi poveri mendicanti del buon calcio. Nella speranza che tra Sky e Gazzetta qualcuno si renda conto del grottesco, sarebbe cosa buona che finalmente all’Inter si lavorasse un po’ sui rapporti con i media, che magari non è divertente come vestirci tutti da scemi per Natale e farci cantare allo stadio, ma quando si gestisce un’azienda sportiva con milioni di tifosi potrebbe essere un buon segno, una confortante dimostrazione di professionalità.

Per ora accontentiamoci della Lazio, che diverte e incanta.

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