Quello che rimane di noi dopo ogni partita

Quello che rimane di noi dopo ogni partita è sempre un misto un grumo di rabbia e gioia inspiegabile.

Ieri ho visto i rigori di Inter – Pordenone ( R I G O R I  DI  I N T E R – P O R D E N O N E ) al lavoro accanto a due colleghe e due colleghi, tiepidamente interessati al calcio.

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Non c’era situazione peggiore. Dover spiegare chi, cosa, come. Far capire la catastrofe che la nostra squadra rischia di trovare dietro ogni angolo e i nostri umori che fanno l’altalena ad ogni domenica di campionato (o martedì di coppa italia).

Come lo fai a spiegare che quando Nagatomo segna quel rigore, tu vorresti correre per i corridoi deserti della Radio in cui lavori, ma qualcosa ti tiene, è quel qualcosa che fa battere pacatamente le mani al capitano Mauro Icardi che cammina verso Yuto per salutarlo, ma che dentro di tè c’è l’urlo di Grosso dopo il rigore finale di Berlino.
Perché la domanda è ma si può gioire per aver battuto una squadra di serie C agli ottavi di Coppa Italia?
La risposta è SI perché quest’anno è un anno di grandi giravolte e orizzonti che ci chiamano.

Oltre a questo però c’è il mondo attorno a te. Ci sono orde di amici milanisti, o juventini che sono con le dita su twitter e un’occhio al Meazza, gente che spera di riscattarsi da un gol di testa del portiere avversario o da un secondo posto che va stretto perché nessuno ci crede ancora che questa squadra sia là.

Non ci crediamo noi, figuriamoci gli altri.

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Non ci crediamo al punto che la partita di ieri quasi è sembrata rasserenarci. Come se questi primi quattro mesi di campionato fossero davvero troppo anche per noi e questo pareggino casalingo con il Pordenone ci ricordasse chi siamo una volta per tutte.

E poi arriva Yuto (che il correttore automatico continua a correggermi in “Aiuto”) che spiazza quel portiere che sembrava diventato il Sorrentino dei giorni migliori. L’avevamo coccolata questa partita col Pordenone, ritwittando i loro tweet più divertenti, gioendo del comune “mai stati in B” e poi sono arrivate le nebbie di san siro che si sono fatte fitte fitte e ci hanno ricordato che la nostra direzione non è mai troppo lineare, è sempre più casuale di quanto pensiamo, ma in quella foschia continuavamo a cercare lo sbarluccichio della pelata del nostro uomo al timone.

Luciano ci da una fiducia che non avevamo da parecchi anni. Si è messo lì a tener testa a giornalisti e avversari, rimbalza sui pali e respinge le accuse senza battere ciglio, con quell’abbigliamento sempre un po’ tamarro che lo fa sembrare un bagnino di Donoratico più che il comandante di una nave.

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