Fading Blue (la nostra vita scandita dai Mondiali, la nostra vita senza i Mondiali)

di Hendrik Van Der Decken
I primi mondiali che ricordo e di cui ho coscienza sono quelli del 1974. Per chi non era ancora nato,  i mondiali (ancora in bianco e nero), erano l’unica occasione per vedere diffusamente in TV calcio esotico e campioni altrimenti confinati nell’immaginario di pochi minuti di sintesi nei mercoledì di coppa e nelle partite della nazionale.
Allora, il calcio e la sua storia, per i bambini che se ne volevano cibare e appropriare, passava rigorosamente per i racconti dei padri e dei nonni, e se si volevano informazioni più precise c’erano gli album delle figurine Panini, per il campionato e per le grandi manifestazioni internazionali, e gli “Almanacchi del calcio”, a cadenza annuale.
È lì che la mia cultura calcistica si è formata, imparando a memoria la formazione dell’Olanda (la so ancora, e chi se lo poteva immaginare allora che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei saputo pronunciarli tutti nel modo giusto), e della Polonia (questa un po’ più complicata, ma sino a 8/9 undicesimi ci arrivo ancora). In ognuna di quelle fonti, fossero quelle orali dei parenti stretti o quelle scritte degli almanacchi e degli album, cercavo i momenti di gloria della nostra nazionale e come è naturale che sia, si rimandava sempre ai mondiali vinti del ’34 e del ’38.

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Mio padre è del ’40, e anche lui era cresciuto con quel mito raccontatogli da mio nonno e dai rimandi in cronaca alla radio e sui giornali, perché neanche lui aveva mai visto l’Italia vincere la coppa Rimet. Certo, aveva visto l’Italia andarci vicino in Messico: l’Azteca, l’epopea di più di una generazione di italiani che sarebbero rimasti legati alla nazionale per sempre per colpa o per merito di quei supplementari con la Germania, il pareggio di Boninsegna in finale, e poi la supremazia di Pelé, Gerson, Jairzinho, Tostao, Piazza, Carlos Alberto, Rivelino (vado a memoria, scrivo i nomi e vedo le loro facce in posa nelle figurine dell’album Panini).
Ed è così che giungemmo ai mondiali del 1978 in Argentina. Io un po’ più grandicello, un po’ più curioso, un po’ più informato sui giocatori e sulle squadre, sempre rigorosamente tramite almanacchi, album delle figurine e “Eurogol” nei mercoledì di coppa sul secondo canale alle 23. E naturalmente il brivido di poter rimanere alzati fino a notte fonda col permesso dei genitori per vedere l’Italia battere l’Argentina, giocare un calcio molto bello e sconfiggere il pronostico che ci voleva a casa subito, tanto più quando Bernard Lacombe nella partita inaugurale ci infilzò dopo appena 40 secondi.

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Mi ricordo quei mondiali per noi bellissimi, il loro inizio e la loro fine, come se fosse ieri (e forse di quel periodo mi ricordo tutto così bene perché fu un brutto momento dappertutto per me, dal rapimento e l’omicidio di Aldo Moro ad una tragedia familiare che ci colpì duramente e all’improvviso). Mi ricordo che camminavo insieme a mio padre, dicendogli “Papà, hai 38 anni, chissà se farai in tempo a vedere l’Italia vincere un mondiale… Chissà se faro in tempo io!”.
Perché nonostante il quarto posto, vincere il mondiale sembrava una cosa impossibile, remota, lontanissima, ed anzi quando l’Italia ben figurava, come in quell’edizione, ci si aspettava quasi di conseguenza che sarebbero passati altri anni, altri mondiali, prima di vedere gli Azzurri primeggiare in qualche modo. Cominciava a serpeggiare la sensazione che l’Italia avesse perso una clamorosa occasione per vincere (nella nostra ingenuità di fanciulli non sapevamo ancora che quel mondiale non l’avrebbe potuto vincere nessun altro se non la squadra di casa, per quanto fosse una squadra fortissima e meravigliosa anch’essa). E sì, insomma, le critiche a Zoff forse non erano poi così esagerate, se solo non avesse preso quel gol da quaranta metri… (anche qua, il fanciullo non sapeva nulla dell’incidenza decisiva di una sciagurata sostituzione all’intervallo per risparmiare a Franco Causio le energie che sarebbero servite in finale).

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Insomma, né io né mio padre ci saremmo mai, mai e poi mai sognati che sarebbe bastato aspettare quattro anni, solo quattro anni! e avremmo potuto rispondere – anzi, urlare – un fragoroso “sì” a quella domanda: “Sì, perdinci! Ho fatto in tempo a vedere l’Italia vincere il mondiale, e contro ogni pronostico, alla faccia di tutti che ci volevano a casa prima ancora di cominciare, alla faccia del Brasile fantastico dei giocatori più forti che abbia mai visto giocare tutti insieme nella stessa squadra, dell’Argentina di Maradona, della Polonia di Boniek e della Germania di Kalle, di Hansi Müller, di Stielike, di Bonhof e di tutti gli altri!”
L’Italia era campione del mondo, e a me in fondo non importava più cosa sarebbe successo da lì in poi. Fu l’estate della mia vita, il mio mondiale, e come ogni adolescente che si ritiene al centro del mondo credevo quasi che Paolo Rossi i gol li avesse fatti solo per regalrmi quella gioia. A me, personalmente. E quindi, ora che la coppa era stata finalmente alzata (“Papà, l’abbiamo vista! Abbiamo fatto in tempo a vederla, che dici? E chi se lo immaginava, pà!”), a me non importava più niente. Chissenefrega cosa farà la nazionale da oggi in poi.

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O almeno così credevo. Venne l’86 con il carico di emozioni e di aspettative, e di poter rivivere le gioie di quattro anni prima, e forse era già lì, dentro l’insipienza dei 18 anni, l’intuizione che tutto è nostalgia e che il tempo non torna mai lì dove l’hai lasciato. E forse è per questo che i gol di Platini e Stopyra fecero male (calcisticamente parlando, non ci fu partita, ma a 18 anni non stai a guardare quei dettagli). La trepidazione con cui aspettai la partita inaugurale contro la Bulgaria non me la potrò dimenticare: a un certo punto mi sentii quasi male dall’ansia. Insomma, non era vero che non me ne fregava niente. Proprio no.
Poi il ’90, un altro grande mondiale. Certo, anche quello fu una delusione ma una delusione di tipo nuovo: ero deluso di non aver vinto. Neanche dieci anni prima ero convinto che non avrei mai visto l’Italia alzare la coppa, in fondo anche con un certo fondamento visto che ne erano passati 44 dall’ultima, ed ora ero deluso per essere arrivato terzo, maledetti rigori. E pure tu, Walter, porca miseria… Potevamo vincerla, ancora. Una roba impensabile, eppure era lì, a portata di mano. Anzi, avrebbe dovuto concludersi così. Così e in nessun altro modo. E invece.

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Il ’94: un’altra finale! Davvero, chi poteva pensare una cosa del genere? Ormai diventava quasi una routine essere tra i primi, costantemente. Beh, avevamo anche il campionato più bello, i giocatori più forti del mondo da ormai una dozzina d’anni stazionavano costantemente in serie A, le squadre italiane facevano a gara a chi vinceva più coppe europee, c’era Robertobaggio, che era nel 1990 quello che per noi era Giggirriva. Insomma, non so se fosse l’età, ma si era fatta strada nella mia mente una coscienza calcistica ben precisa: l’Italia è nell’élite del calcio mondiale e ci sta alla grande, ci sta sempre ed è normale che sia così. Ogni mondiale potrebbe essere quello buono per rivincerlo e riprovare gioie indimenticabili. Certo, ancora i rigori, maledetti loro.

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E pure nel 1998, siamo ancora lì a parlare dei rigori. Quelli non dati a Ronaldo, quello sbagliato da Di Biagio. Ma ok, va bene, siamo ai quarti di finale: si capisce che il livello tra le nazionali si assottiglia, molte squadre si equivalgono, anche quelle che vengono calcisticamente da più lontano, vinci o perdi per un nulla, una traversa ai rigori, appunto. O un golden gol come quello degli europei del 2000. Però diventa tutto più sfumato, meno netto nei contorni e anche nelle emozioni. Forse perché sono i primi mondiali della mia vita che non posso godermi dall’inizio alla fine, senza perdermi neanche una partita, per il semplice e ottimo motivo che lavoro a tempo pieno. E se lavori ti perdi anche Italia-Cile, mica solo le partite di cui ti interessa meno, perché la giocano di pomeriggio, e la possiamo sentire solo alla radio.
Nel 2002 pensai che una generazione così talentuosa non capiterà mai più, e dissi a me stesso che “se non lo vinciamo stavolta davvero non potrò mai più vedere l’Italia campione del mondo” (“Vabbé, papà, alla fine almeno una volta l’abbiamo vista. Siamo fortunati, pensa agli spagnoli”) (Giuro, dissi proprio così, dovrebbero ringraziarmi). Moreno ci mise molto del suo, ed è storia. Però la sensazione che qualcosa stava cambiando cominciava a farsi strada.
Troppe polemiche ogni lunedì, troppi dubbi, troppe cose che erano chiare a tutti tranne a chi ancora ci credeva un po’.

Ed ecco il mondiale del 2006 e il gol di Grosso, e andiamo a Berlino, e un altro calcio. Ho gioito, certo, ma non come prima. Anzi, a dire la verità non mi sono neanche avvicinato tanto così ad aver gioito la metà dell’esplosione di gioia totale, assoluta, annullante di quell’undici luglio 1982. “È perché allora eri un ragazzino, oggi non più, è normale”, disse mio padre. “Hai ragione, pà. E chi ce lo doveva raccontare a noi due quel giorno di agosto di tanti anni fa, che avremmo visto l’Italia vincere i mondiali non una bensì due volte! Una roba da non credere, eh? Due mondiali! E c’è chi non ne ha visto neanche uno!”
Forse era così, un po’ ci ho creduto, e un po’ ci ho voluto credere.

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Ma se ripenso al 2010 ed al 2014 capisco che qualcosa si era rotto. Se avessimo fatto due campionati del mondo del genere prima del 2006 sarei impazzito dalla rabbia, ci sarei rimasto male per mesi. Invece tutto quel che è girato attorno al calcio post-calciopoli aveva lasciato i segni, anche profondi, sul mio legame con la maglia azzurra. Non è che non ci sia stato male, ma l’incazzatura finiva dopo dieci minuti dal fischio finale. Forse è davvero l’età quella lente decisiva che ci fa vedere le cose in un modo o in un altro. Non c’entra niente Lippi, Calciopoli, le notti magiche, Tardelli, Bearzot, l’Azzurro Tenebra di Arpino. No, è solo l’età, l’unica vera prospettiva di quel che vedi.

Ma in tutta questa galoppata, e davvero come diceva Buffa nel suo “Storie Mondiali”, i campionati del mondo di calcio danno il ritmo della nostra vita, non si era mai, e dico mai, contemplata la possibilità di non andarci, ai mondiali. Semplicemente, non era possibile. Certo, l’Italia non disputò eliminatorie per otto anni di fila, e questo quindi aiutò notevolmente la sensazione. Però solo l’almanacco illustrato del calcio e i fedeli album Panini riportavano quel 2-1 a Belfast per l’Irlanda del Nord che non ci mandò in Svezia (sempre la Svezia, evidentemente ci devono essere loro in mezzo) nel ’58. Mio padre, interrogato, liquidava la cosa con uno stringato e interlocutorio “Ah sì, l’Irlanda del Nord” che mi faceva pensare che, giustamente, nel ’58, nell’estate dei suoi diciottanni, lui come tutti i coetanei della sua generazione se ne stracatafottesse. Dei mondiali e pure dell’Irlanda del Nord.
Però, e forse anche stavolta è colpa dell’età, o della saggezza dello stomaco, o di quelle sensazioni da tifoso che si hanno, ed ogni tifoso sa riconoscere quasi come se fosse un sintomo di una malattia, quando sei sicuro che la tua squadra oggi vincerà, o perderà, e lo sai, lo sai è basta. E 99 volte su 100 finisce proprio come quel sintomo che ti aveva assalito a tradimento la mattina della partita, o il giorno prima mentre facevi tutt’altro, ti aveva promesso: vittoria, sconfitta.
Quel giorno del sorteggio in cui han messo Italia e Spagna nello stesso girone, ho avuto la percezione fisica, immediata, reale, che avremmo tranquillamente potuto non andarci stavolta, ai mondiali. “Beh, è una possibilità. Ma dai, ci sono i play-off”. E lo so papà, ma io non credevo all’Italia campione del mondo, vuoi che non creda che possiamo rimanere a casa dal mondiale? Non ci voglio neanche pensare. Un’estate senza l’Italia ai mondiali? Dai, figurati. Dai, la Svezia, vabbé, adesso segnano, dai, con tutti gli errori fatti, lo scarso talento che abbiamo, le pene dei vertici del calcio italiano e della sua gestione, la tragedia di cosa è diventata l’Italia in ogni campo, mica solo nel calcio, ma dai adesso un gol lo fanno. Uno solo, basta quel tiro, quel colpo di testa, guarda adesso se lo fanno da soli gli svedesi, manca poco. Mancano cinque minuti, manca un minuto, nel tempo di recupero, dai, l’ultimo angolo, adesso la butta dentro.
Finita. Davvero, ha fischiato la fine. Non c’è più tempo. È finito il tempo dei mondiali.

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Non ho mai avuto così tanta nostalgia come ora di quella notte sardo-madrilena, mentre ci abbracciavamo impazziti di felicità, e vedevamo Gentile e Cabrini, Tardelli, Oriali, Conti, tutti abbracciati sul prato del Bernabeu, bellissimi come eroi greci. E non smettevo di stringere mio padre in un abbraccio infinito. “Hai visto? Ce l’abbiamo fatta! L’abbiamo visto, è successo davvero!” È la nostalgia assurda di quando non avevamo ancora vinto nulla, se non in un tempo remotissimo e appartenente a un altro mondo, un altro pianeta, un altro calcio, non il mio. La nostalgia di una vita intera, delle emozioni che questo sport bellissimo e terribile regala a tutti quelli che amano il calcio.
Non andremo ai mondiali, papà. E chi ce lo doveva dire che avremmo visto i Mondiali senza gli Azzurri?

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