Sola non la lascio mai (come e perché l’Inter ha la tifoseria più fedele e numerosa d’Italia)

Vincere aiuta a vincere, oppure anche vincere insegna a vincere. Non so da dove Mancini abbia tirato fuori le frasi di buon senso che usava spesso nel suo primo periodo nerazzurro, ma raccontano bene il processo di ricostruzione e l’impresa cui Moratti lo chiamò nel luglio del 2004, quando c’erano da rimettere insieme i pezzi e curare le ferite di anni quasi vincenti, quasi trionfali, terribilmente deludenti.

Vincere aiuta a vincere ma non c’è n’è bisogno per amare, perché noi interisti viviamo una perenne condizione di euforia da innamoramento adolescenziale per la squadra. Anche negli anni più cupi, con qualche eccezione nei finali deprimenti (1993-94 quando rischiammo inopinatamente la B), la tifoseria nerazzurra si è sempre presentata compatta a San Siro, esigente e nervosetta come da sempre e per sempre, ma mai assente o distaccata. Poi magari contestano, fischiano e storcono il naso gli interisti, ma ci sono.

L’estate passata è stata un lungo stillicidio di notizie date e smentite, annunci roboanti poi rientrati e attese deluse. In pochi (e noi ci mettiamo felicemente tra quei pochi), avevano pronosticato un buon inizio e tutto faceva pensare a un autunno tiepido non solo nelle temperature ma anche al termometro della passione e delle presenze allo stadio.

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Invece è andata come leggete qui sopra (fonte Panorama – Lega Serie A). Primi per affluenza e con un interessante dato alla voce load factor, che significa percentuale di riempimento rispetto alla capienza dello stadio. Capienza che nel caso di Inter e Milan andrebbe riconsiderata alla luce della chiusura del terzo anello. I più smaliziati diranno che tutta questa grazia viene da una stagione partita col vento in poppa, risultati imprevisti e molta fortuna, un combinato-disposto di fattori che ha portato allo stadio anche i soliti noti, gli interisti da stagione buona. Errore.

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Lo scorso anno (dati Lega Serie A – Archistadia), l’Inter è stata prima per numero assoluto di spettatori paganti (885000), prima per dato medio e fine stagione ha realizzato un lord factor del 58,3%. Un dato interessante e certamente indebolito dai balbettii iniziali, dalla cattiva stampa ricevuta da De Boer e dal boicottaggio della squadra nei confronti di Pioli nel finale. Vincere aiuta a vincere ma non è necessario ad amare, come si diceva.

Ma facciamo ancora un passo indietro, torniamo alla stagione 2015/6, quella della partenza lanciata di Mancini e dell’Inter ruvida degli 1 a 0.

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Ancora davanti a tutti, ancora primi per numero di spettatori per gara. Cosa ci raccontano questi dati, cosa ci dicono sull’Inter e sulla sua tifoseria? In primo luogo questi numeri sfatano uno dei tanti luoghi comuni sulla freddezza e sui capricci degli interisti, dipinti come umorali e opportunisti e invece più leali e fedeli di tifoserie portate in palmo di mano, come esempio di calore. Poi è evidente che al di là dei risultati esiste una fiducia di fondo che non è stata intaccata e che nei 7 anni successivi alla sbornia del triplette non si è ancora esaurita, anzi, ha invertito la tendenza e cresce con grande costanza.

A chi servono questi dati? A Suning per pianificare e anni per sorridere. C’è un coro della Nord che recita: sola non la lascio mai. Ecco, ora sappiamo che è vero e che non riguarda solo quella parte dello stadio, perché l’Inter è di tutti noi, di tutti quelli che piano quel biglietto e si presentano a San Siro, domenica dopo domenica, nella buona e nella cattiva sorte.

 

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