Un giorno questo calcio sarà tuo (una struggente lettera d’amore in forma di saggio)

Fulvio Paglialunga ha scritto un libro importante. Per leggerlo serve solo spogliarsi per qualche istante del nostro ruolo di tifosi e vestire quello più naturale di padri e figli. Un giorno questo calcio sarà tuo (Storie di padri, di figli e di pallone)è un libro davvero importante perché ci mette di fronte al bivio tra nostalgia ma soprattutto perché ci condanna a una grande responsabilità, quella di custodire il gioco e lasciarlo come lo abbiamo trovato e forse anche un po’ meglio. Leggetelo, regalatelo, fatene tesoro. Di seguito trovate il primo capitolo, il saggio è in libreria per i tipi di Baldini&Castoldi.

 

E` un gioco. Il più bello del mondo.
Al calcio dedichiamo energie, pensieri, attenzioni, tensioni, sentimenti. Possiamo raccontarlo in ogni modo possibile, ma per arrivare a quello che il calcio rappresenta nella vita di chi tifa, ha pas- sione e ha scelto il dio del pallone come capo della propria religione laica, bisognera` andare ancora un po’ più a fondo, fino a un rapporto d’amore puro come ne esistono pochi: quello tra padre e figlio.

Forse l’importanza che attribuiamo al calcio è questa: la nostra voglia di condividere un amore così grande, trasferire la stessa pas- sione, gli stessi colori, gli stessi riti di una vita ai nostri figli. Come fosse un’eredita`. Un patrimonio di gioie e sofferenze. Il calcio è lo scrigno di racconti che ogni padre a un certo punto apre. Da quel momento, il rapporto diventa altro.

Noi siamo quello che tifiamo. Il calcio appartiene alla nostra vita in qualunque forma si manifesti e si fonda su una decisione che ci segnerà per sempre. Scegliamo quale sarà la porzione di esistenza che dedicheremo al pallone: la prenderemo per discendenza, per emulazione o per contrasto, e la trasferiremo ai nostri figli.

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Con il pallone si nasce, si cresce, si muore. E` un ciclo vitale vero e proprio. Da piccoli è il gioco più semplice per scendere in strada con gli amici, il modo di rivendicare da subito un’appartenenza. Poi, con gli anni, l’effetto non cambia: è solo tutto piu` grande.

Il calcio parte dal padre. Quasi sempre. Perche ́ non è detto che chiunque abbia un papà innamorato del calcio lo diventi a sua volta, ma è certo che chi nel calcio investe ogni emozione lo fa senz’altro perche ́ gli è stato trasferito dal padre.

Raccontare al genitore le proprie prodezze calcistiche, da bimbi, è il primo momento in cui si è grandi. E da genitori all’improvviso sembra di avere un amico con cui condividere azioni e commenti, da cui sentirsi spiegare il passaggio o il gol decisivo. È una forma complice di divertimento. Ed è proprio lì, quando il calcio è solo un gioco – ma il più bello del mondo –, che non bisogna tradirlo: non bisogna renderlo una pesante aspettativa.

Il calcio è libero, leggero. Bello.
E invece.
E invece c’è chi, da genitore, lo vive come una rivincita personale, una speranza della propria gioventù, qualcosa di troppo grande che scarica sul bambino. Chiedere ai nostri figli di riuscire per forza a realizzare i sogni che noi abbiamo mancato rischia di essere un fallimento, qualunque sia il ragionamento, non solo se si parla di pallone.

C’è chi nel pallone prova a sfondare per seguire le orme del padre. E` la stessa logica del figlio del notaio, dell’avvocato, del parrucchiere. È andare, da grandi, a giocare nel campo professionale

 

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Parte dai padri, arriva ai figli: il calcio dei genitori. Una cosa piuttosto naturale, strettamente legata all’aria che si respira in casa, alle soddisfazioni che si vedono sul volto del padre e che si pensa da subito essere la vera forma di realizzazione della propria vita.

Ma il talento non si eredita. Non sempre. Ci sono infatti padri e figli legati da caratteristiche tecniche e caratteriali che sembrano farli somigliare anche in campo. Papà che furono campioni e figli che ne raccolgono l’eredità. Ma anche ragazzi che hanno fatto meglio del genitore, oppure schiacciati dal peso del cognome, distrutti dal dover essere per forza all’altezza.

Nelle famiglie in cui il pallone è un mestiere e un palcoscenico, i campioni possono diventare due. Si passano il testimone in una staffetta rara e per questo bellissima, sono romanzo e racconti incrociati. Ma possono anche essere storie di luce riflessa, quando uno dei due ha solo un accesso facilitato in assenza di qualità reali o tali da poter competere davvero. Ci sono, pure, fallimenti epocali, quando nella genetica del pallone sono riposte speranze ingiustificate e il figlio di qualcuno diventa l’emblema del nessuno di fama, franando nella mediocrità.

In realtà, non ci si stanca di sperare che esista sempre un «figlio di». Si pensi a Francesco Totti: esistono pochi giocatori che hanno rappresentato in modo così carnale una città, una squadra, i propri sostenitori e persino il loro carattere. Totti è nato a Roma, ha scelto Roma ed è diventato la Roma. È il motivo per cui i romanisti si dividono tra chi tifa per Cristian e chi tifa ma non lo dice. Cristian è il figlio di Francesco, è nato nel 2005 e vive già con le attenzioni di un grande, perche ́ ha scelto di giocare a pallone e quindi deve diventare come il padre, assecondare quel desiderio di continuità che appartiene ai sogni più spinti. Ma cos’è il calcio se non il modo di dare una forma ai sogni più spinti? Intorno a Cristian è tutto un «guarda, corre come il padre. Tira come il padre. Oh, ha fatto un tunnel». Cristian dovrà esordire in serie A nel 2021 per farlo a sedici anni come Totti senior, oppure il grande desiderio di non far finire una storia così enorme dovrà essere abbandonato. E non ce ne sarà un altro, perché il calcio può essere vocazione di famiglia, ma non un pozzo dei desideri. E quando lo è, è una sorpresa.

È anche per questo che è il gioco più bello del mondo.

 

Un Giorno Questo Calcio Sarà Tuo, Fulvio Paglialunga (Baldini&Castoldi)

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