God Bless Jurgen Klinsmann (bye bye USA)

Jurgen ha avuto un grande problema, è stato un calciatore intelligente ed un ct avanguardista. Ho detto ct, non allenatore, perché la sua esperienza al Bayern Monaco, togliamoci subito il pensiero, è stata tutt’altro che indimenticabile. Ma fare il ct è un’altra cosa, non si spiegherebbero altrimenti le carriere di uomini come Bora Milutinovic, Azeglio Vicino, Franz Beckenbauer, Carlos Bilardo. Allenare una nazionale è prima di tutto una questione di cultura, di conoscenza degli uomini. Quando arrivò all’Inter, Corrado Orrico rimase sorpreso nel constatare che la vera differenza tra i giocatori che allenava a Lucca e quelli che aveva trovato a Milano era nella testa, e Jurgen Klinsmann era un filosofo. Molte sue immagini dell’epoca lo vedevano impegnato nella lettura di un libro o di un giornale.

Chi scrive lo ha amato alla follia come calciatore, per cui mi perdonerete se questo sarà un pezzo emotivo, seppur supportato da alcuni dati oggettivi. Jurgen non è stato il miglior centravanti possibile. Anzi. Ci sono voluti anni per capire perché l’Inter avesse rinunciato a Ramon Diaz, che insieme a Serena e Matthaus era perfetto, perché del 9 aveva il numero e il fiuto del gol, mentre del dieci l’eleganza e la capacità di creare superiorità numerica. Jurgen invece toglieva spazio a Serena, in compenso apriva enormi corridoi per Nicola Berti. Sapeva essere assist man, in un derby mise proprio Nicola nella condizione di decidere al novantesimo, cosa che rifece in una finale di Coppa Uefa contro la Roma, e diventava eccezionale quando trovava davanti a sé delle praterie.

Una sera del 1990 gli vidi fare una partita che non ho più dimenticato. A San Siro erano di scena due nazionali, ma quella sera, per la prima e unica volta, ho visto Inter – Milan in una Coppa del Mondo. Avevo dieci anni, ma la ricordo così quella partita. Un derby di Milano che vedeva i bianchi contro gli arancioni. L’Inter tedesca vinse, e lui fu l’uomo partita. Si è riso molto di Klinsmann, a volte in maniera decisamente fuori luogo. La pantegana bionda ha vinto diversi trofei in Europa, gli è sfuggito uno scudetto in una partita che fosse stata giocata contro la Juve sarebbe passata alla storia come un furto al pari del gol di Turone o del fallo di Iuliano su Ronaldo – invece per fortuna l’avversario era la simpatica Sampdoria -, ha alzato una Coppa del Mondo. È diventato ct prima ancora di diventare allenatore, ed ha compiuto due imprese eccezionali.

Perché le imprese non sono solo quelle di chi alza le Coppe.

La Germania che vediamo oggi è figlia di una rivoluzione culturale di cui Jurgen è stato promotore e parte in causa. Lui che in Germania non viveva più, ma che i tedeschi li conosceva bene. Forse meglio di chiunque altro, perché da lontano aveva visto una nuova e meno stereotipata Germania. Avete presente quando si dice “non si possono snaturare le abitudini di una scuola calcistica?“. Stronzate. Gli italiani non sono sempre stati catenacciari, lo sono diventati negli anni ’60. Il Brasile che vediamo oggi è figlio di un tentativo mai riuscito di copiare il calcio europeo durato fino al 1954. E l’Olanda giocava un calcio noioso come era noiosa, grigia e fredda la Amsterdam degli anni ’50. Camus la descriveva così: “Da qui, da secoli, fumatori di pipa contemplano la medesima pioggia, che cade sul medesimo canale”. Quando gli orange diventarono creature appartenenti a una civiltà calcistica diversa, più avanzata, e a vederli giocare apparivano cordiali e divertenti, si era già nel pieno di una rivoluzione culturale. C’erano gruppi beat dietro ogni angolo, il sesso non era più un tabù, e il calcio non poteva non essere altrettanto seducente.

Quando Jurgen Klinsmann ha capito che la Germania era cambiata ha creato le basi della squadra che avrebbe vinto il Mondiale 2014, dopo una nuova semifinale in Sudafrica. Un progetto che potremmo sintetizzare così: alzare il livello medio del calcio tedesco, perché la nazionale non si limiti a prendere i migliori dai club ma li arricchisca. Un modello che prescinde dai risultati della nazionale maggiore, che comunque non mancano di certo: terzi a Germania 2006, finalisti a Euro 2008, terzi a Sudafrica 2010, semifinalisti a Euro 2012, campioni in Brasile, semifinalisti all’Europeo. A Low il merito di aver continuato nella direzione del suo predecessore.

In America, è tutto diverso, ma per un cittadino del mondo, che canta l’inno degli Stati Uniti e vive Los Angeles, si tratta di capire i limiti e fino a dove ci si può spingere. Vero è che nel 2002 gli USA hanno raggiunto i quarti del Mondiale più strano della storia (dove strano è un chiaro eufemismo), ma la qualità della squadra del 2014 è frutto di un lavoro che solo in minima parte è stato fatto in campo. Per intenderci, Jurgen Klinsmann non è un allenatore con la tuta alla Sarri. Klinsmann è allenatore da camicia e jeans, al massimo da polo e pantaloni casual, uno che prima del campo conosce l’arte di comunicare con i media, sa muoversi in federazione, sa lanciare messaggi chiari, alcuni purtroppo (per gli americani amanti del soccer) mai ascoltati. Primo tra tutti quello, ai calciatori, di andare a formarsi altrove.

Sarebbe stato il passaggio decisivo, quello che poteva rendere una buona nazionale, una squadra finalmente competitiva. Oggi per la prima volta dopo 28 anni gli Stati Uniti si ritrovano fuori dal Mondiale, a fare un clamoroso passo indietro e a erigere un muro tra il movimento calcistico nazionale in crisi e una MSL in forte crescita soprattuto per merito di calciatori stranieri. Culturalmente, prima ancora che sportivamente, un disastro. Jurgen lo sa, ma non ride sotto i baffi, perché lui è di un’altra pasta. E presto lo capiranno tutti che, oltre ad essere stato un calciatore di estrema intelligenza, è un CT visionario. O almeno così mi piace pensare, spinto dall’ammirazione per l’uomo e la sua cultura, il suo non essere schiavo del calcio, della retorica dell’allenatore che passa tutta la sua giornata al campo di allenamento.

God Bless Jurgen.  

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