Elogio dell’entusiasmo (Non vedere l’ora di tornare a San Siro)

Quello dell’entusiasmo non è uno stato d’animo che si riduce ad una semplice eccitazione partecipe. È qualcosa di estremamente più profondo, potente, massiccio. È, etimologicamente parlando, “il dio Dentro” (en – thèos), il risvegliarsi di una forza che ci pervade, tramite la quale non c’è meta che non sia a portata di mano, non ostacolo che non possa essere abbattuto, non collettività che non ne possa essere travolta e coinvolta. È uno stato d’animo attivo, che schiude l’infinita realizzabilità dei sogni.

L’entusiasmo siamo noi, ogni qual volta ci scopriamo innamorati dell’Inter, e accade spesso, dopo una stagione no, una così così, una di quelle in cui hai pensato “per un paio di anni non mi vedono, salutatemi il vicino di posto“. Quasi sempre l’entusiasmo, il nostro, coincide con un la presenza di un condottiero veemente, intelligente, preparato, ove per per “preparazione” si intende non arrivare all’Inter a cazzo di cane, ma iniziare a studiare il mondo Inter mesi prima, farsi un’idea delle difficoltà (bene) ma anche dei piaceri, uno di quegli allenatori che non avrebbero e non hanno pari cittadinanza altrove, perché solo in quel determinato luogo (hic et nunc) si crea l’alchima perfetta tra certi caratteri e i sessantamila di San Siro. Mi spiego: Luciano Spalletti non ha vinto nulla, e Dio ci scampi e liberi dalle tremende illusioni di questa bella partenza, eppure lo riconosciamo il vento dei tempi belli, la fiducia in certe buone parole, la grazia dei gesti di chi chiede attenzione, cura, passione. La voglia di sentirsi addosso il mondo Inter. Poi magari sono impressioni di settembre, ma tanto basta, al pubblico, per riempire uno stadio.

È la dimostrazione che per tornare a respirare il calcio, per vedere i bambini sventolare le bandiere, non abbiamo necessariamente bisogno di stadi più piccoli, di poltroncine in pelle umana, di cinema e centri commerciali dentro lo stadio. Non qui, non da noi. Da noi la questione è molto più semplice, e al tempo stesso incredibilmente complicata: abbiamo bisogno di un condottiero, uno che dia credibilità alla nostra follia, che ci faccia sentire interisti toccando le corde giuste. Il resto è merchandising, e non è argomento di questo pezzo. Perché non è un caso se da anni le linee guida della comunicazione, dove per “comunicazione” si intende il modo di rapportarsi con l’interno (noi), con i media e con gli altri, le dà l’allenatore e non la società. Di Mourinho è pleonastico persino parlare, piuttosto mi soffermerei sul fatto che, né a Madrid né a Londra (dove ha vinto due volte, ma è stato anche esonerato due volte), ha ricreato quell’entusiasmo e quella empatia di cui sopra. Sull’assunto che tra noi e Mancini, invece, non sia mai stato vero amore, nemmeno nei giorni felici, è altrettanto importante essere sinceri.

Cosa ci piace di Spalletti allora, e perché gli stiamo dando tanta fiducia arrivando a riempire San Siro per una partita contro la Spal? Perché Spalletti ha capito che al centro ci siamo noi, i tifosi. La gente, per essere ancora più eleganti, visto che dobbiamo trovare una definizione più ampia, senza tessere, scatti di anzianità e celolunghismi: “Io sono più tifoso perché fischio Icardi” o “Io sono più tifoso perché durante Inter – Milan 0 a 6 sono rimasto seduto al mio posto fino all’ultimo minuto”. Al centro c’è la gente, l’entusiasmo ritrovato, il non vedere l’ora di tornare a San Siro dopo una settimana di lavoro, fatiche, incazzature col capo. Al centro ci siamo noi che non vogliamo uno stadio più piccolo per stare più comodi. Ma vogliamo continuare a vedere una squadra che infiamma di passione, per venire a San Siro sempre più numerosi. Stringerci, sgomitare con il vicino di posto, abbracciare uno sconosciuto quando Perisic colpisce il pallone al volo e trova l’incrocio. Allora sì che “non c’è meta che non sia a portata di mano, non ostacolo che non possa essere abbattuto, non collettività che non ne possa essere travolta e coinvolta“.

Amala.

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