Mente, cuore, leadership. Elogio del Cuchu, da sempre allenatore (anche senza patentino)

Ogni qual volta un calciatore importante appende gli scarpini al chiodo c’è sempre chi si chiede se un giorno, più o meno lontano, passerà dall’altro lato della barricata, quello in cui si trova chi una squadra la allena.

Allenare è un mestiere complicato, che comporta carichi di responsabilità e stress molto superiori a quelli di chi scende in campo. Se un calciatore che smette decide di diventare allenatore può iniziare dalle giovanili, iscriversi ai vari corsi e passare gli esami, ma per arrivare al top non basta conoscere la tattica e gli schemi, altrimenti tutti quelli passati da Coverciano potrebbero guidare una grande squadra. Non tutti i grandi allenatori poi sono stati grandi calciatori, come hanno dimostrato Arrigo Sacchi e i più contemporanei esempi di Mou e di Maurizio Sarri.

Sul futuro da allenatore di alcuni campioni che ho visto negli anni passati e in quelli più recenti (Mancini, Montella, Simone Inzaghi e suo fratello, che però ha ancora molto da dimostrare) non avrei scommesso più di tanto. Non mi hanno mai dato l’impressione di poter essere possibili futuri occupanti di una panchina di Serie A. Su Esteban Cambiasso invece ci punterei a occhi chiusi. Per lui il diploma Uefa A è solo un titolo abilitante e nulla più, perché in campo era più allenatore di tanti altri che lo sono già da qualche tempo.

Nel Cuchu calciatore si intravedevano già le stimmate del futuro mister: la conoscenza profonda del gioco, la dote di capire le situazioni prima degli altri (quella che nell’Inter di oggi possiede Borja Valero, un altro che fra qualche anno vedrei decisamente bene su una panchina), la capacità di essere guida tecnica e “spirituale della squadra, cuore e anima di un gruppo di calciatori che ascoltava ogni singola sillaba che fuoriusciva dalla sua bocca.

Ci sono tante foto che lo raffigurano col dito puntato verso qualche compagno, avversario o semplicemente verso qualche zona del campo. Una posa tipica di un allenatore, intento a parlare agli altri e a impartire istruzioni.

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E di parole ne diceva tante, ma mai banali. “Parlo molto, per i compagni anche troppo. L’ho sempre fatto. Il centrocampista centrale ha una visione migliore del campo e viene spontaneo dire quello che vede“.

Diego Milito qualche tempo fa disse che per lui il Cuchu era il secondo allenatore e che quando le partite si mettevano male lo osservava per capire il da farsi.

Si, perché Cambiasso sapeva sempre cosa fare. Nelle situazioni più complicate era in grado di prendere quasi sempre la decisione giusta, anche perché abituato a giocare in quasi tutte le posizioni del campo, fin dagli inizi. Mezzala, trequartista, centrale di difesa e poi mediano. Come ricordava il bravissimo Matteo Caccia in un articolo di qualche tempo fa, alla domanda “Che giocatore sei?” la sua risposta era che non aveva mai giocato dove voleva, ma solo dove decideva di metterlo l’allenatore.

Per poter essere un universale come lui bisogna capirne più degli altri, saper fare più cose contemporaneamente. Lui riusciva come pochi a oscillare come un pendolo tra la fase offensiva e quella difensiva senza far mancare l’equilibrio alla squadra. Lo si poteva capire già dalle prime volte in cui ha indossato la nostra maglia, in quel 2004 che vide arrivare tra squilli di tromba e proclami da conquistatore uno spompato Davids.

Doveva essere lui il titolare, ma Cambiasso (arrivato sotto silenzio a parametro zero dal Real, che all’epoca tendeva masochisticamente a privarsi di giocatori come lui senza troppi problemi) era ben altra cosa, e lo si capì quasi subito.

Gli ultimi anni da calciatore li ha passati tra Leicester e Atene, per mettere nel proprio bagaglio esperienze importanti in vista di quel futuro già deciso. Visti gli anni passati con i vari Kuzmanovic, M’vila e Gargano avrebbe potuto giocare ancora con noi, meno partite ma sempre di qualità, chiudere la carriera nella squadra per cui ha dato tutto, magari entrare fin da subito come allenatore delle giovanili e crescere un po’ alla volta. Thohir in quel 2014 però voleva sbarazzarsi di ogni legame con l’Inter precedente e lo congedò senza mai fargli sapere se gli avrebbe o meno rinnovato il contratto.

Fu informato solo alla fine. Una mancanza di rispetto inspiegabile, senza senso. Quella decisione ha cambiato tante cose per Cambiasso, forse nel lungo periodo il fatto di aver giocato in campionati differenti gli darà vantaggi che altrimenti non avrebbe avuto.

Il suo percorso da allenatore è tutto da scrivere, ma in futuro vederlo sulla nostra panchina, a guidare una grande Inter, sarebbe una gran bella cosa.

Nel frattempo si è buttato nell’avventura a Sky, che lo ha chiamato nel salotto di Sky Calcio Show come opinionista, e già ci ha dato diverse soddisfazioni rispondendo per le rime a Massimo Mauro e a Caressa.

Mente, cuore, leadership. Le doti ci sono tutte, come la voglia di non risparmiarsi e dare tutto, come quando era in campo. “Se vuoi fare l’allenatore, solo una cosa sai con certezza: che non sai dove lo farai”. Noi intanto ti aspettiamo Cuchu, c’è un’altra storia di vittorie da scrivere in nerazzurro.

 

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