La sventura di essere Ventura al giorno d’oggi.

Non è vero che siamo 60 milioni di commissari tecnici e questo è il primo e più grande dei problemi. Il calcio non è più cosa da bar fumosi e infinite dispute sul trequartista ideale, un’intera generazione di tifosi romantici se n’è andata e ai ragazzini interessa sempre meno scegliere tra Mazzola e Rivera. I Calciatori Brutti, Chiamarsi Bomber e tutte le altre traduzioni social di questo concetto dovrebbero averci messo in allarme eppure continuiamo a stupirci di come il gioco in quanto gioco sia finito fuori fuoco, lontano dal centro dei pensieri.

L’ignoranza, il bomberismo e altre vaccate dello stesso tenore hanno occupato la scena e non intendono abbandonarla, foraggiate sia dall’inconsapevole cattivo esempio dei calciatori (oggetti dell’ironia che gongolano inconsapevoli), che dalla strana condiscendenza di chi dovrebbe spazzarle via a colpi di buona informazione e professionalità e invece per pigrizia ne fa il fulcro della sua nuova professione. Video stupidi, tette e bomberate sono il panem et circensem della Generazione Sassuolo (nel senso di ragazzi pettinati male e con una buona propensione al borriellismo). Certo c’è l’altra faccia della medaglia, ci sono i benemeriti de l’Ultimo Uomo e quelli di Undici, c’è chi reagisce al Medioevo con una preparazione analitica e una specificità davvero impressionante, ma la battaglia sembra persa. Il calcio italiano è una brutta storia, raccontata male e custodita peggio. Un baraccone in cui non sono importanti l’obiettivo e il viaggio ma la macchina con cui ci arrivi e le canzoni che la accompagnano.

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I ragazzi del 2006 erano già vecchi nel 2006, almeno agonisticamente parlando. Con poche eccezioni (De Rossi, l’eterno Buffon e Barzagli), quel gruppo di calciatori aveva attraversato una tormenta lunga anni e vinse un mondiale che in pochi avevano pronosticato, il coronamento di un percorso accidentato, una leva calcistica che raccolse il massimo a fine corsa. Poi il deserto o quasi, l’infinito struggerci in polemiche da nulla mentre il bomberismo insofferente prendeva la scena. Peggio giochiamo, più ci divertiamo. Con l’eccezione formidabile di Antonio Conte, che al di là di ogni tonto giudizio di campanile è un allenatore fuori dal comune e un lavoratore compulsivo (tolto il vezzo incomprensibile dei capelli, Conte è una persona divorata dal senso della missione e tanto seria da apparire lugubre), l’Italia del dopo 2006 ha tritato allenatori e dirigenti a un ritmo impressionante. Un buon Europeo, un’eliminazione sconcertante ai Mondiali sudafricani, un secondo posto agli Europei, un mondiale terribile (all’insegna dell’ignoranza, tra giocatori che non si allenavano e fratture nello spogliatoio), e poi il miracolo di dedizione e passione di Conte.

Non siamo più 60 milioni di commissari tecnici perché il calcio ha perso la sua dimensione epica e centrale, sostituito nel cuore dei ragazzini (lo dicono fin dal 2013 le ricerche di mercato commissionate dalla Lega Serie A che purtroppo non leggerete in giro), da sport meno logori, più colorati, più credibili.

Vi chiederete quale sia il nesso tra social da baraccone, la crisi tecnica del calcio italiano, Antonio Conte e la brutta sconfitta con la Spagna di sabato sera. Eccolo, presto detto. La Nazionale paga da sempre lo scotto di amori a termine, in questo è la perfetta traduzione del carattere di queste parti.

Tutti tifosi quando conviene, tutti censori quando va male, nessun tifoso quando si gioca per obiettivi minori.

Fare l’allenatore della Nazionale è un compito terribilmente ingrato per una serie di motivi che comprende l’inadeguatezza del salario. Non è terribilmente incongruente? Alleni la squadra che rappresenta un Paese intero, nelle tue mani ci sono i calciatori più talentuosi e preziosi ma il tuo stipendio è lontano, molto lontano da quelli degli allenatori dei club. In più i calciatori tendono a vestire controvoglia la maglia di una Nazionale che dai club è delegittimata di continuo, temuta come portatrice malsana di infortuni e ladra di tempo prezioso.

Tutte cose note e arcinote la cui somma però è un fardello troppo grande per persone normali. Non è più tempo di ragionevolezza ed esperienza, purtroppo servono fenomeni anche in panchina, qualcuno che sappia gestire il disastro con piglio e creatività, che riesca a trascinare un gruppo mediocre verso obiettivi impensabili, irrealizzabili. Fallita la rivoluzione sacchiana, sposato il modernismo e la pragmatici di Lippi, se mancano talenti formidabili in campo ci tocca portare comandanti più che carismatici in panchina.

Gian Piero Ventura è un ottimo allenatore, ha avuto una carriera lunga e non è mai riuscito a prendere una delle 5 panchine giuste. Sfortuna, opportunità o poche buone relazioni, quale che sia il motivo Ventura ha galleggiato nell’Olimpo senza mai issarsi in vetta. Attenzione, allenare in Serie A significa appartenere al gruppo degli eletti, quello da cui decollano i migliori del mondo (e che in giro per il mondo ottengono risultati eccezionali). Le torture mediatiche e il bullismo a mezzo stampa di questi giorni sono ingiusti, pazienza se la reazione di Ventura è stata goffa e le sue scelte scellerate. Non sono un tattico e non posso capire fino in fondo il piano di gara dell’allenatore, posso solo rilevare che a tutti è parso un po’ ingenuo e che non me l’aspettavo da un 70enne scaltro come Ventura, ma questa vale come osservazione fatta nel bar fumoso di cui sopra.

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In senso assoluto Ventura non ha colpe, è un allenatore di medio livello e di grande esperienza cui viene affidata una squadra difficile, fatta di buoni gregari e qualche talento sopravvalutato e in lotta per trovare un posto al sole. Ventura costava il giusto (pochissimo), piaceva ai senatori del gruppo e ha portato un po’ di serenità a una squadra elettrizzata, eccitata e stremata dal ritmo di Conte, quella foga che però ci aveva portato a un centimetro, a un rigore dal sogno e illusi di essere di nuovo una potenza calcistica. Ventura è una persona perbene ed è giusto che difenda la sua professionalità, non può pagare per tutti e non può essere il capro espiatorio di un sistema che funziona poco e male, che produce giocatori molli e viziati, gente che pensa parecchio al contorno e poco alla sostanza. Ventura è il prodotto di una logica che ha trasformato la Nazionale in un fardello di cui disfarsi con poco, salvo poi diventare tutti isterici di fronte al rischio di non disputare i Mondiali.

I grandi atenei americani hanno professori eccelsi, professionisti strappati alla professione per creare una nuova classe dirigente, nuovi scienziati, avvocati e ingegneri. Per convincerli a rinunciare alla professione e scegliere l’insegnamento, dedicarsi anima e corpo all’insegnamento, quelle università offrono ai professori contratti simili a quelli che otterrebbero lavorando. Ingaggi competitivi. La qualità si paga, se i calciatori non lo fanno per la gloria, perché dovrebbe farlo un allenatore? Parlando di nuovo di sistema, una rivoluzione culturale è un processo lungo, insegnare i valori dello sport e del calcio è più complicato che non postare tette (di nuovo), palleggi da foca, pettinature stupide e magliette volgari. Nessuno pretende di farlo in poco tempo, magari di avviare il percorso, quello sì. Conte è stato una bellissima foglia di fico ma prima di capirlo siamo riusciti a polemizzare anche sul suo ingaggio, garantito da uno sponsor. Perso lui, la strada non doveva essere quella della terapia lenitiva del dolore, non ci dovevamo addormentare con Ventura per svegliarci nudi e scoprire che Ventura non è adeguato. Bisognava insistere e costruire, portare idee. Non è più tempo di Azeglio Vicini e dei bravi allenatori con un lungo cursus honorum federale. A dire il vero non è più tempo di Tavecchio e di una gestione da salumeria dell’angolo, ma quello è di nuovo un discorso più lungo.

Se il calcio italiano è in crisi (lo è dal 1966 a dire il vero, ma fingiamo sia una novità), inutile aggredire Ventura. Ventura è l’effetto, la causa siamo tutti noi, come sempre. Anche quelli che non avrebbero schierato il 4-2-4 a Madrid.

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