Lettera aperta ad Andrea Ranocchia, bravissimo ragazzo.

Caro Andrea,

entrambi sappiamo perché sei rimasto. Troppo alto l’ingaggio che ti intrappola, troppo povero il blasone delle squadre che ti hanno cercato, troppo faticosa anche la sola idea di ricominciare da capo, di riscattare una carriera che al momento pare lontanissima dalle aspettative. Di te abbiamo scritto, su di te abbiamo scherzato, siamo anche stati feroci. Un fuoco di fila che è durato fino al momento in cui è stato chiaro che di questo disastro non hai più colpa, vecchio mio, perché il nemico sta nella testa e non nei piedi.

Sei arrivato per vestire la fascia da capitano per almeno un decennio, difensore di tecnica e gran fisico, l’erede di Sandro Nesta, il crack di una generazione. Non è andata così. La prima volta che ti ho visto dal vivo, in campo con la maglia dell’Inter è stata una delle tue prime in assoluto. Si giocava contro la Roma, finì 5 a 3 e da subito ti mostrasti tremebondo e perplesso. Poteva essere l’emozione. L’Inter ce l’avevi nel destino, da quando la affrontasti alla tua prima in A con la maglia del Bari. Emozione, responsabilità, il dovere di giustificare tutti quei milioni investiti su di te.

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Ti ho visto giocare partite orribili, lisciare palloni elementari, dimenticare il tuo attaccante in area con l’angoscioso vuoto di chi dimentica le chiavi nella toppa e si chiude fuori, il contrario esatto della trance agonistica: il tuo è stato sonno agonistico.

Ti ho visto andare col culo in terra quando tutti i manuali del buon difensore l’avrebbero sconsigliato, cercare di anticipare avversari troppo più veloci di te. Eppure allenatori capaci, seri e competenti ti hanno cercato e voluto anche negli anni peggiori, a testimonianza di una magia che se non è svanita da qualche parta sarà pure nascosta.

Hai la faccia buona Andrea, la faccia da bravo ragazzo che frega molti di quelli come te. Gentile, timido e serio, molto diverso dai tagliagole che van per la maggiore nel ruolo, quelli pettinati con un coltello da scalpo e pronti a mangiare carne umana in diretta tv.  Sei pure nato ad Assisi, parti avvantaggiato sul tema di bontà, santità e pazienza.

Ora sei rimasto all’Inter e hai davanti due giocatori diversi, uno a fine corsa e l’altro che si affaccia al calcio dei grandi con grinta e cattiveria, tutta quella che ti è mancata in questi anni. Guardiamoci in faccia Andrea: sappiamo entrambi che capiterà presto. Ti toccherà entrare in campo in quel covo di serpi velenose che è San Siro, dove gente come noi sarà pronta a sbavare e sbraitare per uno dei tuoi mille errori, gente che riverserà su di te la frustrazione di vite infelici, rabbia repressa. Capiterà.

Siamo avvinti in un abbraccio scomodo, le tue paure e le nostre. Eppure c’è un barlume di luce in fondo a questo spaventoso tunnel lungo 7 anni. Alle tue spalle c’è un ragazzino di buone speranze, uno di quelli che come te ha fatto urlare al miracolo gli osservatori. Si chiama Zinho Vanheusden e non ha paura. Tutti si aspettano qualcosa da lui, da te nulla. Sei libero da pressioni e obblighi, ti diamo tutti per finito. Tutti tranne Spalletti, che ti ha difeso a spada tratta fin dal primo allenamento e ti ha definito un bravissimo ragazzo.

È vero Andrea, sei un bravissimo ragazzo con un gran pasticcio in testa ed è probabile che sia anche colpa nostra. Sei arrivato quando al centro della difesa c’erano Lucio e Samuel, l’asticella era troppo alta e ti abbiamo demolito, ci siamo nutriti della tua fragilità e ti abbiamo trasformato in una macchietta. Non succederà più Andrea, facciamo un patto. Noi smettiamo di comportarci come bulli, tu provi a giocare al pallone come se allo stadio non ci fosse nessuno. Anzi, come se ci foste solo tu e l’attaccante, perché purtroppo quello c’è.

Proviamoci Andrea, almeno fino a gennaio ci tocca farlo.

Ti vogliamo bene,

 

Il Nero e l’Azzurro

 

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