I puntini sulle Ing (analisi passionale delle intenzioni di Suning e di un mercato freddo)

Questo post non contiene verità assolute e non parte da posizioni solide e preconcette. Meglio chiarirlo da subito considerata l’aria che tira, che non è il sottile venticello della calunnia ma qualcosa di più, la somma di rabbia e insoddisfazione accumulate per troppi anni. Qui non troverete né le corbellerie di quelli che combattono i mulini a vento a colpi di hashtag (#SuningOut), né una morbida e acritica condiscendenza nei confronti della proprietà cinese e dei suoi tempi lunghissimi (tra i pezzi più letti della storia de Il Nero e l’Azzurro ci sono questo e questo, molto poco delicati e ossequiosi con Suning). Perché porsi delle domande è lecito, la sostanziale differenza la fanno il metodo e il tono.

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La prima domanda, la più scontata di tutte riguarda un mistero mica tanto buffo, un terribile buco nella comunicazione che andava colmato e che invece ha dato la stura alla tempesta di insulti (social e non), piovuti su Suning nel corso dell’ultimo mese. Walter Sabatini ha parlato molte volte quest’estate, soprattutto a metà luglio. Nella settimana tra il 15 e il 22 (qui, qui e qui) ha ribadito più volte due concetti fondamentali:

  1. L’Inter non comprerà giocatori affermati (quelli che gli anglisti più irriducibili ma anche quelli che non parlano più italiano chiamano top player). 
  2. Il calcio italiano non ha la solidità per competere sul mercato, tranne rarissime eccezioni.

Rileggete con grande calma e un po’ di obiettività le interviste e scoprirete che Ausilio e Sabatini hanno semplicemente agito di conseguenza, hanno rispettato un piano concordato con la società che prevede l’investimento in giocatori giovani e di grande potenziale, ma non l’inserimento di campioni dal valore (anche di mercato), conclamato.

Poi ci sono eccezioni e opportunità, ma devono essere sostenibili (l’ingaggio di Bonucci, per fare l’esempio più clamoroso di un’anomalia del mercato che poteva cambiare la stagione dell’Inter, non rientra nel mucchio delle iniziative sostenibili e avrebbe avuto l’effetto di una pietra in uno stagno finalmente calmo grazie alla lunga mediazione con Icardi e al piccolo miracolo Spalletti-Perisic).

A illudere tutti però, giacché il sottile venticello di cui sopra non si è scatenato da solo, è stata questa conferenza stampa di Sabatini, unita a una raffica di dichiarazioni sulla maestosità (cit Spalletti), e la forza di Suning. Dov’è finito il colpo di cui si parlava con grande chiarezza, senza possibilità alcuna di essere frainteso? È svanito, evaporato al sole di agosto tra mille falsi obiettivi (da Di Maria in giù), e un ottimo mercato in uscita, vero inedito degli ultimi anni.

Il problema è che nessuno si è premurato di correggere quella dichiarazione né di fornire spiegazioni in merito, lasciando il campo ad analisti finanziari improvvisati e auto convocati. Suning sta disinvestendo? Suning vuole venderci? Suning sta fallendo? Il Partito Comunista Cinese tifa Juventus? C’è lo zampino della Boldrini che ci vuole morti? Nel dubbio, meglio spararla enorme piuttosto che non attendere la fine di agosto e valutare solo allora il valore della squadra e della rosa.

Bene, siamo a fine agosto e nel silenzio imbarazzato di Ausilio e Sabatini (che ci raccontano solo della trattativa Karamoh, come se davvero fosse complessa e interessante, ma non spiegano il perché dello stallo e in fondo forse non è nemmeno compito loro), nel silenzio meno imbarazzato di un amministratore delegato che funge da segnaposto e non si sbilancia, la situazione è quantomeno curiosa.

Il mercato in entrata è stato ponderato, razionale e ha finalmente seguito un criterio di necessità, salvo poi bloccarsi quando mancava poco al traguardo. Borja Valero, Śkriniar, Vecino, l’infinita vicenda Dalbert e Cancelo sono tutte buone idee che hanno già dato qualche frutto nelle prime due giornate. Ma la coperta è corta e l’accelerazione del mercato in uscita (Murillo, Andreolli, Medel, Jovetic e Kondogbia), ha lasciato dei buchi preoccupanti, in particolare in una difesa che si regge sull’architrave Skriniar-Miranda e che ha un solo cambio: Ranocchia. Proprio lui, il Capitano che cadde in disgrazia e che pare psicologicamente irrecuperabile.

Il silenzio di Suning ci lascia ancorati a due sole possibilità, consapevoli che la rosa è questa e che a meno che oggi dalla Cina non arrivi una busta contenente centinaia di milioni (che comunque andrebbero spesi bene e in un giorno non è facile), questa resterà.

  1. Il Fair Play Finanziario ad personam: colpisce solo l’Inter ma nessuno ci ha spiegato perché. Fosse così, siamo maturi a sufficienza da capire che un anno di sacrifici può portare ad anni di felicità e che la pianificazione (sono i maestri dei piani quinquennali o no?), è una buona prassi.
  2. Il diktat del Partito, che ha bloccato o almeno calmierato gli investimenti nello sport e nel calcio in particolare. Fosse così sarebbe dura, durissima, perché l’Inter si ritroverebbe ostaggio di chi l’ha salvata, voluta e sedotta con promesse di gloria non più realizzabili.

Quale la verità? Non ci sono indizi e non ce ne danno, nel mezzo ci siamo noi che con razionalità e passione (in questo caso convivono), ci aggrappiamo a un ottimo allenatore e alla sua idea di calcio, che non è poco, sperando che non stia davvero affrontando la giungla con mezzo litro d’acqua, un coltellino svizzero e provviste ultra centellinate (cit Fulvio Santucci).

Altro non sappiamo, altro non è dato sapere e come qualche tempo fa non possiamo che constatare come Suning non stia correggendo una grave pecca: possedere una società sportiva in Italia significa gestire una gigantesca mole di amore ed emotività. La freddezza e il silenzio non sono buone chiavi di comunicazione e non è troppo tardi per capirlo, non ancora.

PS Non abbiamo festeggiato la permanenza di Perisic come una vittoria, sarebbe goffo. Le grandi squadre tengono i migliori, vincono e poi ma solo poi li vendono al massimo del valore possibile. Di certo non vendono i pezzi migliori per questioni di bilancio, altrimenti cambierebbe l’etichetta e non sarebbero più grandi squadre.

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