Contro il Contropiede (in bocca a lupo Frank!)

di Michele Tossani

E così Frank de Boer torna in pista: sarà l’ottavo manager in sette stagioni a Selhurst Park, dove sostituisce Sam Allardyce, dimessosi al termine di questa stagione dopo aver guidato le Eagles alla salvezza. Dopo aver toccata il suo apice recente sul finire della stagione 2015/16 (quando la squadra si era trovata in vantaggio sul Manchester United nella finale di FA Cup), il Palace ha ottenuto appena quattro punti sui possibili 30 all’inizio della stagione 2016/17 Season, con il conseguente licenziamento di Pardew poco prima di natale. Allardyce compì il miracolo sportive di centrare una salvezza a quel punto insperata, ottenuta alla penultima giornata. Dopodiché, come detto, Big Sam ha rassegnato le dimissioni. La scelta di De Boer è interessante per almeno due motivi. Il primo perché, con l’ex Ajax, il Palace fa una scelta in controtendenza rispetto alla sua storia che ha visto il club come una casa per allenatori britannici, tanto è vero che (se si eccettua il breve interregno di Curtis Fleming nel 2012) l’unico allenatore non proveniente da quelle latitudini è stato Attilio Lombardo, allenatore per 7 partite nel 1998.

Il secondo motivo è dato invece dal fatto che il 47enne vincitore di quattro Eredivisie sulla panchina dell’Ajax ha intenzione di provare a portare il calcio totale olandese a Selhurst Park. Proprio questa idea di calcio è quella che ha convinto il presidente del club, Steve Parish, e gli azionisti di maggioranza, gli americani David Blitzer e Josh Harris, a preferire FdB ad altri candidati, come ad esempio al manager del Burnely, Sean Dyche. Il lavoro di De Boer dovrà concentrarsi anche sull’Academy del Palace nella quale l’ex aiacide cercherà di replicare i successi ottenuti ad Amsterdam, dove ha contribuito a forgiare parte dell’ultima nidiata di talenti de Lancieri, a partire dai vari Christian Eriksen, Daley Blind e Toby Alderweireld.

Influenzato dal pensiero tattico di Louis van Gaal e di Johan Cruyff, chiamato proprio dal grande numero 14 a riportare in vita all’Amsterdam Arena quei principi di gioco che si erano un po’ smarriti nelle stagioni precedenti, De Boer è rimasto fedele a quegli storici dettami tattici durante tutta la sua giovane parabola da allenatore. Così, partendo da un 4-3-3 che poggiava molto sulle ali, FdB ha cercato di organizzate le squadre in modo da essere ordinate tatticamente abili a portare un pressing ultra-offensivo che favorisse veloci transizioni. Sono questi gli stessi ingredienti che De Boer ha utilizzato in Olanda e che ha cercato di riproporre con l’Inter. Con scarso successo in verità, dato che la sua esperienza in Serie A si è chiusa senza troppi rimpianti dopo appena 84 giorni. Chiamato infatti in fretta e furia a sostituire Roberto Mancini, De Boer ha cercato fin dall’inizio di trasmettere una nuova mentalità e un nuovo stile di gioco. Tuttavia, i giocatori interisti, hanno fin da subito mostrato di non gradire il tipo di calcio proposto dall’olandese e di trovarsi a disagio di fronte alle richieste offensive, con tanto di linea difensiva alta, proposte da De Boer. Tutto questo, unito ad un certo stile naif nella cura della fase di non possesso palla, ha portato l’Inter deboeriana ad avere una certa identità tattica in fase offensiva ma a risultare lunga e incapace di difendere quando la palla entrava in possesso degli avversari.

Una rivoluzione fallita, come spesso accade nella storia e che ha visto FdB combattere anche contro gran parte delle stampa (con Caressa sugli scudi), per un malcelato senso di superiorità nei confronti dell’ex Ajax, ha finito per criticarlo al limite della denigrazione personale (ricordiamo le battute sullo stentato italiano di De Boer, quando i nostri allenatori all’estero parlano solitamente un inglese a dir poco risibile), senza mostrare la pazienza necessaria prima di valutare gli eventuali frutti di questa rivoluzione culturale prima che tattica. Per di più, con il risultato di incensare oltre ogni limite il suo successore e senza nessuna autocritica verso la damnatio memoriae orchestrata verso De Boer quando, finiti gli effetti benefici solitamente determinati dal cambio di allenatore, la squadra nerazzurra è ricaduta in quei limiti tecnici e tattici che, evidentemente, non erano colpa di FdB ma strutturali alla rosa interista.

Ora, messe da parte le difficoltà milanesi, ancora una volta, De Boer si lancia in una sfida nella quale è chiamato a invertire il modus operandi di una squadra che, fin dai tempi di Neil Warnock e Tony Pulis, è abituata a giocare di rimessa. In questa ricercar di una transizione favorevole, l’ex Inter potrà contare sul talento degli esterni Wilfried Zaha e Andros Townsend, e sulla fisicità del numero 9 Christian Benteke. Questi tre giocatori (soprattutto il 24enne Zaha) rappresentano sulla corta il prototipo del giocatore che serve a De Boer per trasformare gli Eagles in una squadra prettamente offensiva, cioè un giocatore veloce, abile tecnicamente e in grado di destabilizzare il sistema difensivo avversario con le proprie incursioni. Se De Boer riuscirà a tirare fuori il meglio da questo trio e a sistemare le falle difensive degli Eagles (magari risolvendo anche la questione portiere, con Wayne Hennessey reduce da stagioni di incertezze) quella al Palace potrebbe rivelarsi come la stagione del rilancio del tecnico olandese dopo il flop interista.

In bocca a lupo, Frank. Qui ti abbiamo sempre voluto bene.

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