Editoriale

Fenomeno

Quando perdi una persona cara non la trovi più. Quando ho perso mio padre ho cominciato a perdere le sensazioni, i cinque sensi e quel sesto senso che credevo di avere. Perché quando perdi un padre dimentichi giorno dopo giorno la sua voce, la misura di un abbraccio, l’odore della sua schiuma da barba. Non li trovi più. Mi sono sforzato. Ho cercato in tutti i modi di rimanere aggrappato alle sensazioni. Ho avuto per settimane l’odore di quei fiori che lo hanno accompagnato nel viaggio. Fisso nelle narici l’odore che mi faceva stare meglio.

Era maggio e di fiori era pieno. Su e giù con il treno da Foggia a Teramo ne avevo visti di fiori piegarsi al passaggio del mio intercity. Avevo 23 anni e tentavo disperatamente di separare il divertimento spensierato, stralunato e scellerato di un universitario con i dolori, i pensieri, le preoccupazioni costanti di un figlio con un padre malato. Tiravo una linea netta. Almeno ci provavo. Come quando trovi un pezzetto di legno in spiaggia e cominci a tracciare solchi, a disegnare il tuo nome, un cuore o giochi all’impiccato.

Mio padre è un Fenomeno, mia madre pure. Sono fortunato ad averli incontrati e amati così. Una coppia innamorata come se avessero sempre 20 anni. Li ho sempre visti così. Sempre fino alla fine. Il Fenomeno non ci ha mai fatto pesare le diverse malattie che lo hanno tormentato. Mio padre giocava a calcio. Era un calciatore vero senza cresta e tatuaggi. Era una grandissima ala sinistra, vedeva la porta come pochi e su punizione, dalla sua mattonella, non perdonava. Sinistro totale come il calcio totale che amava tanto, sempre meno di mia madre però.

Ha calcato campi di diverse categorie e ha timbrato il cartellino anche in serie A poi, quando dovette smettere per la malattia, cambiò lavoro tranquillamente. Non era uno che si buttava giù. Cambiava con facilità così come cambiava fascia. Perché si sa che se sposti un sinistro puro a destra lui rientra e tira. Questo spirito di adattamento credo di averlo preso tutto da lui.

Mio padre non era un nostalgico. Non vedevo mai nei suoi occhi il riflesso di un rimpianto. Era disarmante. Ma ci fu una volta, eravamo in ospedale a Bari, in cui lessi qualcosa di diverso nei suoi occhi. Mi raccontava di quei beveroni che alcuni preparatori atletici gli avevano dato. All’epoca c’erano pochi controlli. Diciamo zero. Giravano sostanze di merda. I giovani calciatori ricevevano cocktail enormi da bere prima della partita e nell’intervallo e la risposta a tutte le domande era “vitamine e sali minerali…solo vitamine e sali minerali”. Dal letto mi ha raccontato di una volta che negli spogliatoi lui e i suoi compagni si sentivano fortissimi tanto che a saltare sul posto sentivano di arrivare a sfiorare il soffitto.

E là che ho sentito un po’ di rimpianto ma a pensarci bene era più una sete di verità. Da quel giorno mi sono impegnato per fare qualcosa per lui. Ho contattato un giornalista che aveva firmato un servizio televisivo sul calcio malato. Si è interessato tanto alla vicenda e poi dopo alcuni mesi è uscito un articolo su un quotidiano nazionale con tanto di foto. La storia era interessante giornalisticamente perché di quel Foggia del 1971 ne erano scomparsi diversi per differenti malattie. Non poteva essere solo una coincidenza.

L’unico rimpianto è che non ho potuto mai farglielo leggere quell’articolo. Io che di rimpianti ne ho tanti, fanatico della nostalgia.

Io ho nostalgia anche di un minuto fa.

Ho ancora negli occhi Ronaldo, il Fenomeno. Lo seguivo su telepiù dai tempi del Psv. Velocità esplosiva, classe cristallina e tanta voglia di non abbattersi mai.

Quando passò al Barça ero contento di averlo un po’ più vicino. In blaugrana facevo tutte le partitelle con gli amici e se segnavo esultavo come lui. Corsa con un accenno di areoplanino e gancio con pugno chiuso al cielo sul finale.

Ronnie e quel suo sorriso a settanta denti mi erano entrati nel cuore. Non la so spiegare a parole la gioia quando passò in nerazzurro. Quando Branchini, uno dei suoi procuratori, fece trapelare la notizia ero impazzito totalmente. Presi e andai a Milano. Non è vero non ci andai. É un altro rimpianto.

A casa la domenica era tutto un Oaria raio Oba Oba Oba Oaria raio Oba Oba Oba. Ronaldo era il Fenomeno totale. Ho il record di visualizzazione Youtube dello spot Pirelli. E non so quanti fantamiliardi abbia speso ogni anno al Fantacalcio per aggiudicarmelo. Che giocatore ragazzi.

Ricordo come fosse oggi quel 12 aprile. Lazio Inter. Ronnie tornava in campo dopo un lungo infortunio. Io stavo preparando l’esame di informatica generale. Un libro enorme di 1600 pagine tutto sottolineato. Imparavo e ripetevo a memoria. Neanche il tempo di tappare l’evidenziatore verde fluo per godermi il grande ritorno che crac. Al sesto minuto si lacera completamente il tendine operato, cade a terra e grida. Il professor Saillant dovrà operarlo di nuovo.

Dramma e dramma nel dramma perché tra il capitolo sulla scheda madre e quello sulla ram faceva capolino il mio biglietto. Inter Juve a Milano la settimana dopo. Il mio appuntamento con Ronnie sfumava così tra le canne accese dei miei coinquilini gobbi. Mas que nada.

Qualche anno più tardi ho perso Ronnie per sempre. É stato un lutto anche quello. Tornava in Spagna, sponda madridista. É che quando perdi un calciatore così ti mancano le sensazioni, quei brividi sul doppiopasso a Marchegiani, quel feeling nell’intervista-j’accuse-postpartita di Juve-Inter. E anche se cerchi di restare aggrappato a quelle sensazioni, anche se recuperi un vhs vintage con i migliori gol di Dadado, non sarà mai come prima.

Ho sempre allontanato il pensiero che Ronnie non sarebbe più stato quello di un tempo. Così come ho sempre creduto mio padre invincibile. É per questo che in tutti quei mesi in ospedale a dare il cambio a mia madre, non mi aveva mai sfiorato l’idea che potesse lasciarci. Sarebbe bastato guardare con occhi diversi, con occhi sinceri e più coraggiosi per accorgersi di tutto.

E così me ne andai. Dopo l’ennesima notte insonne su quella maledetta sedia del policlinico di Bari. Alle prime luci dell’alba la sostituzione con mia madre. Controlliamo i tacchetti, la maglietta a posto e ci diamo il cambio. Prendo il mio zaino e le mie occhiaie e torno a Teramo. Ciao Pà ci vediamo presto. Volevo continuare a studiare per i miei, per non dare altri pensieri. Volevo continuare a studiare anche per me, per pensare di meno.

I viaggi in treno, con il mare sulla destra, la gazzetta rosa, i miei fogli pieni di pensieri erano i miei momenti. Ero paradossalmente rilassato. Nel treno quando sono solo con me stesso sono sempre tranquillo. Ci sono troppe metafore in un viaggio, nei treni, i binari che non s’incontrano mai. Troppe belle metafore per pensare ad altro.

Arrivo a Teramo stanco, passo una giornata tipo. Studio, gioco alla play con gli altri, la sera esco in piazza e lancio qualche accordo con la mia chitarra. Lanciavo accordi come ami, qualcuna abboccava e l’amore era un po’ così. Come un accordo.

Ma quella fu la notte in cui aprì gli occhi come dopo una galleria buia lunga chilometri. Alle 5.14 di mattina squilla il cell “Ale devi tornare. La situazione è peggiorata.” Ogni giorno, da quel giorno, il mio cellulare è sempre acceso. É un trauma se squilla la mattina presto.

Alle 5.14 ho realizzato ciò che non volevo vedere e che avevo nascosto sotto pile pesanti di niente.

Non so quanto tempo ci abbia messo per arrivare a Bari con la mia panda. Andavo al massimo ma non a gonfie vele. Più veloce di Ronaldo, doppipassi alle auto di cilindrata più grossa, in fuorigioco lampante per il sistema tutor, cambi di direzione e contropiedi fulminanti. Era partita a senso unico, la panda.

Non vedevo l’ora di arrivare. Perché dovevo dirtelo Pà. Lascio la macchina in sesta fila e a volo scendo e corro da te. Dai che ci sono. Perché dovevo dirtelo Pà.

Entro e vedo mia madre, ci abbracciamo e mi accorgo che non avrei potuto dirtelo più. Un ti voglio bene strozzato in gola non se ne esce più e fa male lungo tutto il petto. I sensi di colpa sono stati miei fedeli compagni per anni. Come i miei fogli e la mia chitarra. Si dice che le cose accadono a chi è pronto per sostenerle. Io non ero pronto.

Credo di aver capito tanto di me e di te Pà. E quel ti voglio bene ce lo siamo detti un milione di volte in un milione di modi diversi. É solo che tra uomini c’è sempre quella distanza di sicurezza per non scadere nel romantico.

Quando perdi una persona cara e vivi quello che ho vissuto io, capisci che puoi essere importante per gli altri. Ogni volta che qualche amico ha perso un genitore ho visto nel suo sguardo un senso di complicità. Quel “ti capisco” non c’è bisogno di dirlo, quell’ “ora ti capisco, ma come hai fatto finora?” non c’è bisogno di sentirselo dire.

Restano le cicatrici, quelle tante. Che quando hai voglia di piangere, ci ripassi il dito su e senti affiorare tutto quello che ti serve. Nostalgia e amore. Quando ho voglia di piangere faccio così. Dopo sto bene come quando i miei genitori mi tenevano per le braccia e mi alzavano fino a toccare il cielo. É un’immagine che non dimenticherò mai.

Non c’è più sofferenza per la mia laurea, il mio matrimonio, il mio primo contratto, le mie prime dimissioni, i miei successi, le mie cadute, le mie paure, i consigli, i racconti di calcio, le risate con Totò e Troisi, i nostri sguardi d’intesa, il passaggio all’alba fino alla stazione ferroviaria, le tue freddure inglesi, la tua leggerezza, il tuo ottimismo, l’sms che ancora ti invio alla festa del papà, le canzoni stonate (perché sei stonato lo sai), la tua saggezza, il mio lunotto posteriore con te alla guida, la tua mano che non so più che sapore ha.

Non c’è più sofferenza. Resta fedele la nostalgia. Quella che non voglio togliermi di dosso perché è l’unico capo su cui riesco a sentire ancora il tuo odore. Ci affondo il viso, chiudo gli occhi e lascio che le cose passino. La stella è sempre la stessa, quando alzo gli occhi al cielo. So che la guardi anche tu. Non siamo poi così lontani.

Fenomeno.

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