Il 5 maggio e la poiesis nerazzurra

A pensarci bene, la cosa incredibile è che sono passati 15 anni. Cioè, 15 anni, ti rendi conto? Sarei dovuto diventare più saggio nel frattempo, e invece eccomi qui, ad inveire per un intervento infelice di Nagatomo che spiana la strada al Napoli. Ognuno ha il suo 5 maggio, anche se lo chiama in maniera diversa. Perché noi, in fondo, abbiamo questo spiccato dono dell’auto-ironia. A noi non piace dimenticare, perché la sconfitta, la tragedia (drammaturgicamente parlando) fa parte della nostra essenza. È il momento che ci unisce, che ci consola, quando ti giri e vedi un altro interista che sospira e pensa “Dai, in fondo abbiamo visto di peggio“.

E dall’altra parte nessuno risponde. Sprofonda la testa tra le mani, nella maglietta, lo sguardo perso nel vuoto di una non risposta piuttosto che di un vaffanculo. Mica lo so se gli juventini si ricordano la data della caduta di Perugia, e sinceramente non me la ricordo nemmeno io. Perché se per loro “vincere non è importante, ma l’unica cosa che conta” è inevitabile che una giornata infausta sia stata nascosta in fretta e furia assieme alle imprecazioni dei tifosi e agli scheletri nell’armadio.

Noi no, a noi non piace nascondere nulla. Il 5 maggio 2002 fa parte della nostra storia, quanto il 5 maggio 2010. Rappresentano le due facce del nostro essere interisti. Non si può essere nerazzurri senza passare dal maldestro retropassaggio di Gresko, o dalle lacrime di Ronaldo. Non si può essere interisti senza sospirare assieme a Vieri quando nell’intervista a Sky dice “L’abbiamo buttata, ma che dobbiamo fare? La vita va avanti. Eravamo i più forti, ma l’abbiamo buttata“. Perché in fondo c’è un 25 maggio che è un 5 maggio all’ennesima potenza, ed è quello del Milan che si fa rimontare tre gol dal Liverpool, ma anche quella data non viene rinfacciata con la stessa veemenza. Perché solo noi potevamo essere così abili e letterari da legare la più fragorosa delle cadute (ci sarebbe un altro 4 a 2 in casa della Lazio, sempre all’ultima giornata, nel 1935, con doppietta di Silvio Piola, che consegnò il quinto scudetto di fila alla Juventus) ad una poesia dedicata a Napoleone.

Il tempo dominante di quell’ode è il passato remoto, usato per parlare del Generale e delle sue imprese, e serve a segnare una realtà compiuta, terminata. Spesso usato in apertura del verso e a inizio strofa vuole dare l’idea di una svolta fra un “prima” glorioso e un presente in cui tutto si è spento. Un po’ come per l’Inter di Cuper, quella che culminò in quel pomeriggio romano, con Ronaldo che chiese di andare via. O me o lui. Lui disse Moratti, che in cuor suo avrebbe voluto rispondere “Te Ronnie, per tutta la vita“. Il presente segna invece il momento della scrittura del poeta, fa riferimento al momento presente in cui Manzoni scrive, ma anche al tempo della fede (Dio che atterra e suscita/che affanna e che consola) e indica un tempo immutabile ed eterno. Come la nostra fede. Quella non è mica crollata quel giorno. Anzi, si è rinvigorita: meglio una caduta che l’anonimato di questi anni.

Così percossa attonita, la terra al nunzio sta.

Quindici anni dopo, siamo ancora un po’ attoniti, come la faccia spaesata di Sergio Conceicao, o il l’espressione perduta di Kallon poco prima di entrare nel momento più inutile della partita, forse della sua stessa carriera.

La storia di Napoleone, e del suo 5 maggio trova un senso solo se rapportata a un disegno divino e provvidenziale, e la nostra provvidenza si paleserà il 5 maggio del 2012. La sconfitta e la sofferenza da essa provocata diventano nell’ode un momento di riflessione e di pace spirituale, se vissute attraverso la fede. Così diceva il mio professore al liceo. Così sembra a me, a 15 anni di distanza. Preferisco ricordare e custodire il momento del 1 a 2. Tutti a festeggiare Vieri – c’è persino Gresko che sorride – , un’immagine che poteva diventare un quadro, è invece è stata seppellita da quella di Ronaldo che si tiene la testa tra le mani. Di quel 5 maggio resta il ricordo del dopo: cosa facciamo adesso? Restiamo qui. Parliamo? Scherziamo? Facciamo finta di nulla? Aspettiamo 13 anni?

L’abbiamo fatto, ma non è servito. Perché un 5 maggio non ne cancella un altro. Non è questa la sua funzione, non per noi. Sono due facce della stessa medaglia, due facce che custodiamo gelosamente, anche davanti a chi pensa di rinfacciarcele. Illudendosi che noi siamo qui a volerle dimenticare. Ma la nostra poiesis è diversa. E la caduta va celebrata quanto la vittoria. Tutto ei provò: la gloria, maggior dopo il periglio, la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio; due volte nella polvere, due volte sull’altar. Buon 5 maggio, a chi vince, a chi perde, a chi rinfaccia, a chi rinnova.

 

 

 

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