Vent’anni fa è una frase a colori

I colori non rendono giustizia al tempo che passa. I nostri genitori, quando parlavano di “20 anni fa”, si riferivano ad immagini in bianco e nero. Stamattina invece, mi sono svegliato in un’epoca nella quale “20 anni fa” è una frase a colori. Cambiano solo i protagonisti, ma persino lo sponsor è lo stesso. Nel frattempo ci hanno cambiato la maglia. Blu scuro, blu più chiaro, azzurro cielo, pigiama, ma sempre il nero e l’azzurro. Lui è Youri Djorkaeff, e la sua sforbiciata resterà un patrimonio dell’interismo. Che giocatore Youri, e non solo per quel gesto. Lì c’è l’istinto, un po’ di fortuna, un assist no look di Petruzzi che in pochi ricordano. C’è Cervone, o Sterchele (non ricordo e poi cosa volete che me ne freghi) che resta fermo dopo un intervento non proprio da scuola calcio.

C’è un’esultanza moderata, nello stile del giocatore, c’è il mio tentativo di replicare sull’asfalto di un cortile, a Bari, quel prodigio. Il ricordo di gomiti sbucciati e palloni di spugna incastrati sotto le macchine. Il ricordo di una fronte sudata in una domenica di gennaio. I cappotti ammucchiati sulle aiuole, e questo sì ti riporta di venti anni indietro. Casa di Giovanni, dove vedevamo novantesimo minuto, la madre che urla, le Cipster da aprire rigorosamente di domenica, perché gli altri giorni non sono consentite. C’è tutto questo nella rovesciata di Djorkaeff. Prima di lui il numero 6 è un numero da libero, da difensore centrale. Per noi non può significare né Baresi, né Scirea. Per noi è Mandorlini, Bia, Fresi.

Sì, ma c’è Youri. E Youri non è solo uno che resta in volo per vent’anni, e finisce sull’abbonamento della stagione 97-98 al posto di Ronaldo. Djorkaeff è un giocatore capace di arretrare di venti – trenta metri, proprio per lasciare a Ronaldo tutto lo spazio di cui ha bisogno per scatenare la sua progressione. Ed è lo stesso giocatore, e un giorno la storia del calcio me ne renderà conto, capace di giocare un Mondiale 98 straordinario, sebbene in pochi se ne siano accorti. È stato lui l’uomo di equilibrio, quello che ha dettato i ritmi dalla prima all’ultima partita. Quel Mondiale ha sancito che due numeri 10 possono stare tranquillamente insieme anche in una nazionale europea, a patto che uno dei due si chiami Youri Djorkaeff.

Piedi buonissimi e cervello fino, giocatore di biliardo prima ancora che di calcio. E quando un giocatore di biliardo vola in cielo per coordinarsi in quella maniera, mettendo il pallone all’incrocio dei pali, è lì che crea l’inatteso, lo stupore, la magia. La voglia di provare. E vent’anni fa era tutto più semplice, anche tentare una goffa sforbiciata sull’asfalto. Quella di Djorkaeff non è stata una rovesciata, non ha nulla della cilena di Unzaga. Un gesto controverso, tanto che nel 1918 un arbitro fischiò fallo a ogni tentativo di cilena fino a quando, secondo la leggenda, Unzaga prese da parte l’arbitro per dirgli che erano due anni che portava in giro per il Sudamerica tale gesto senza nessun problema (per la fredda cronaca, Unzaga fu cacciato dal campo).

La sforbiciata di Djorkaeff è un gesto unico perché va in cielo con il rigore di un armeno e colpisce il pallone con la delicatezza di un francese. Poi esulta con l’eleganza che si richiede ad un interista che ha appena compiuto un capolavoro. Forse è per questo che quel gesto non mi è mai riuscito. E a memoria non credo sia riuscito a nessun altro. So solo che è accaduto 20 anni fa. E vent’anni sono tanti, nonostante i colori.

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