Amarcord, Editoriale

Essere Giuseppe Prisco (quanto ci manchi Peppino, quanto ci manchi)

Tutta una vita in due giorni, 80 anni condensati in due anniversari ravvicinati. 10 e 12 dicembre, nascita e morte di un uomo sottile, complesso e molto intelligente che ha vissuto intensamente se mai ha avuto un senso l’avverbio. Peppino Prisco ha respirato l’Inter più a lungo di chiunque altro, il suo rapporto con la squadra, la maglia e la tifoseria ha travolto il livello istituzionale dei suoi impegni con la società, di cui è stato prima socio, poi consigliere e infine (e ininterrottamente dal 1963), vicepresidente.

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Essere Peppino Prisco è un privilegio che tocca solo ad alcuni eletti, forse solo a uno. Alpino ma non solo, eroe della Julia e sopravvissuto alla ritirata di Russia, uno dei tre ufficiali ad avercela fatta. Un dolore che si trasformò in orgoglio di appartenenza, la presenza a tutte le adunate delle penne nere. La sua autobiografia, Pazzo per l’Inter, contiene alcune verità inconfutabili, a partire dal titolo. Peppino Prisco, nato Giuseppe in quel di Milano, era pazzo. Folle come solo alcuni geni possono essere, incline a una comicità naturale terribile e corrosiva, dotato di sinapsi talmente veloci da faticare lui stesso a star dietro al ritmo delle proprie intuizioni e delle battute. Più pazzo della stessa Pazza Inter che amò per una vita, con una dedizione che vale mille e mille hashtag amala e mani battute a casaccio sul petto da giocatori dimenticabili e dimenticati. Che poi se gli aveste detto hashtag avrebbe sorriso sornione e chissà cosa avrebbe risposto, perché Peppino era uno di quelli per cui le parole hanno un senso o almeno così andrebbero usate.

L’Avvocato Peppino Prisco, quasi il gemello diverso dell’interista innamorato, è stato uomo di potere, coinvolto in vicende delicate e drammatiche che lo hanno tormentato e lo hanno costretto a dimettersi da Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Una su tutte, quella che più lo ferì, l’inchiesta sul Nuovo Banco Ambrosiano di cui era consigliere e che gettò anche su di lui l’ombra di una colpevolezza che non solo mai emerse e che Francesco Saverio Borrelli cancellò con poche, secche e bellissime parole: «Non l’ho mai considerato come un imputato. Ho sempre pensato che fosse una persona profondamente onesta e per bene». Peppino, sopravvissuto e reduce, diventò avvocato nell’immediato dopoguerra, quando (come racconta Luca Fazzo in un bellissimo ricordo su Repubblica del 13 dicembre 2001), chi era scampato al macello della Seconda Guerra Mondiale veniva cooptato alla velocità della luce per ricoprire ruoli di responsabilità.

Responsabilità è una delle parole che a Giuseppe Prisco son sempre piaciute, metterci la faccia, muovere le cose perché altre ne accadessero. Come la Guerra mai o poco raccontata nei suoi orrori, anche la rinuncia alla carica di Presidente dell’Ordine segnò quel suo sorriso sghembo, perché Prisco non era stato un Presidente di rappresentanza ma uno di quelli a cui non era concesso di riposare, di cullarsi su carica e onorificenze. Negli anni di piombo era lui a scegliere i difensori d’ufficio per i brigatisti, negli anni più oscuri della storia del paese era lui a prendersi delle responsabilità. Quasi sempre e per non mettere in difficoltà altri, Prisco sceglieva se stesso, accettando le minacce di morte che piovevano dai gabbioni come un onere connaturato al suo mestiere, alla professione che amava.

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Sfairakrésis è una traduzione approssimativa di rompiballe, il greco antico applicato a uno dei più grandi timori di Peppino: le persone noiose, faticose o poco intelligenti. Le seccature inutili. Il giovane avvocato Prisco si era fatto produrre un timbro con quella parola greca un po’ zoppicante, un marchio d’infamia che applicava alle pratiche noiose, a quelle che proprio non voleva lavorare o che gli avrebbero fatto perdere del tempo.

L’Inter no, l’Inter non lo annoiava mai e i suoi 38 anni di vicepresidenza testimoniano un amore come ce ne sono stati pochi. Peppino Prisco era un malato di freddure e battute, anche cattive ma sempre  comunque divertenti. La banalità era un orrore a cui non si prestò mai e memorabili furono gli anni in cui lui e Oreste del Buono si rimpallavano feroci sfottò da un lato all’altro di San Siro. L’autoironia è il motore dei più grandi autori comici e Prisco ne aveva in quantità industriale, quella e un senso per lo scherzo che a volte raggiungeva livelli di rischio altissimi. Gli amici di Peppino erano rassegnati alla sua creatività furibonda, si aspettavano sempre e comunque il peggio. Arrivò a reclutare un clochard e istruirlo a irrompere al matrimonio di un amico presentandosi come uno zio un po’ in disgrazia. Nei suoi tanti anni di Inter le battute corrosive si sono alternate ai momenti di grande ilarità sui destini della sua fidanzata nerazzurra, della squadra per cui era disposto a mettere in subordine altri impegni ben più importanti. Non per lui, ovvio.

Lo abbiamo amato per la capacità naturale, per il suo talento unico nel dare un nome alle cose. Un ladro è un ladro, uno sfortunato è uno sfortunato, un velleitario parvenu è proprio quella cosa lì, perché Peppino faceva valere sempre e comunque il concetto fondamentale del suo interismo, i quattro quarti di nobiltà, la superiorità morale che solo l’intelligenza e la bellezza portano in dote. Ci ha insegnato a considerare il bauscismo un traguardo e non un limite, a divertirci e ridere delle insicurezze e del livore altrui, a guardare con compassione le ossessioni di chi non tifa Inter ma di Inter si riempie la bocca e si occupa sempre. Peppino avrebbe schifato l’autocommiserazione interista che ha fatto la fortuna di alcuni nei primi anni di questo nuovo secolo che lui ha lasciato troppo presto. Dell’amore si sorride ma tra amanti e amici, non ci si immola alla compassione di chi non è travolto dallo stesso sentimento. Peppino amava l’Inter, non gli interismi a scopo di lucro.

Ci manca tantissimo Peppino, come pochi altri. Lui e Giacinto Facchetti erano diversi, molto diversi eppure simili nell’incrollabile fiducia nell’Inter e nella gente interista. L’autore della battuta immortale se stringo la mano a un milanista mi lavo le mani, se le stringo a uno juventino mi conto le dita, non avrebbe apprezzato un finale nostalgico e sentimentale per il suo ricordo, ma per una volta faremo a modo nostro e non suo.

Ci manchi Peppino, ci manchi moltissimo, ogni volta che l’Inter gioca, ogni volta che qualcuno pensa sia facile o scontato indossare quei colori. Ci manchi perché nemmeno l’avvocato più abile e scaltro può salvare l’autostima di una tifoseria intera, ci vuole una persona speciale, unica. Ci vuole Peppino Prisco.

E facci un gol,
e facci un gol,
Peppino Prisco facci un gol,
ed è la Nord che te lo chiede,
Peppino Prisco facci un gol

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One thought on “Essere Giuseppe Prisco (quanto ci manchi Peppino, quanto ci manchi)

  1. Luca ha detto:

    “Dell’amore si sorride ma tra amanti e amici, non ci si immola alla compassione di chi non è travolto dallo stesso sentimento”. Bellissimo.

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