Editoriale

La maledetta Atalanta (di Gasperini e altre faccende amene)

*prima che partano insulti: il titolo è ispirato al libro The Damned United di David Peace. Leggere il pezzo prima di giudicare.

Io lo so come va a finire questo incubo. È scritto. Finisce che quello con la voce da Topo Gigio, quello che parla sempre male di noi, vince lo scudetto. Che poi per me, barese di nascita e di tifo (dalle mie parti si dice “doppiofedista”) è un perlappunto doppio incubo, suggellato dai gol di quello lì che si vendeva le partite, derby contro il Lecce compreso. Poi torno lucido e penso: “Ma se davvero l’Atalanta vincesse lo scudetto?” Le congiunture astrali che hanno condizionato la Gran Bretagna l’anno passato potrebbero giungere dalla nostre parti attravrsando Germania. E poi c’è la statistica a dar manforte alla mia teoria. E dopo gli enne campionati di fila vinti dalla Juventus – non me li ricordo e non lo voglio sapere – dovrà pure arrivare il turno di qualcun altro.

Che non sarà il Milan. Né la Roma. Né il Napoli. Seguitemi con un po’ di disillusione e senza giungere a conclusioni affrettate.

Ora, io alle favole non ci ho mai creduto, o quantomeno ci credo molto poco. Perché le favole finiscono con una morale, almeno è così per quelle di Esopo, meno per quelle danesi. Ho persino scoperto che quelle coreane non contemplano l’inatteso (questa chicca vi può servire per far colpo a ristorante sulle donne, funziona sempre). E siccome alle favole non credo, dico che il calcio attraversa una fase di rinnovamento che non è casuale. Del Leicester si è parlato così tanto che potrei solo annoiarvi, del RB Lipsia – il cui nome non è acronimo di Red Bull, ma di Palla-erba, che geni questi ex comunisti tedeschi – si sta parlando moltissimo e vale la pena sottolineare che i soldi della multinazionale austriaca non sono stati dilapidati su inutili giocatori demotivati da lasciare in panchina, ma su stadio, settore giovanile, un direttore sportivo di esperienza e capacità comprovata che sta portando avanti un progetto – sia benedetta la parola progetto quando non è usata a sproposito – quinquiennale. Con buona pace dei tifosi del buon vecchio e nostalgico Lokomitiv, sempre sia glorificato. E da noi? Che succede in Italia?

Succede che finalmente abbiamo una non favola anche noi, e la nostra non favola si chiama Atalanta. La allena un tizio che ci sta antipatico, per motivi più postumi che pregressi, eppure col senno di poi potremmo provare persino a comprenderlo. Fu mandato via da alcuni giocatori che lo esposero ad una colossale figura di merda a Novara, non gli fu dato lo stesso tempo che per esempio gli è stato dato quest’anno (i neri e gli azzurri non sono tutti uguali), gli furono venduti i giocatori su cui aveva puntato. Immaginate sempre la differenza tra avere Eto’o e avere Zarate. Quello. Su altri argomenti come la difesa a 3 non torno, perché ci vorrebbe un tattico e in fondo perché questa dissertazione servirebbe davvero a poco oggi. Fatto sta che Gasperini fu fatto fuori con un blitz e arrivò Ranieri. A fine stagione decretammo che erano scarsi entrambi, come tutti gli altri che si sono succeduti in seguito, da Mazzarri a De Boer.

Ma parlavamo di favole, anzi di non favole. Gasperini ha ereditato una squadra costruita da Mino Favini, mattoncino dopo mattoncino, circa 30 ani fa a Zingonia. Quando disse che all’Atalanta non servono fenomeni ma buoni giocatori. Perché sui talenti c’è poco lavoro da fare, è sui buoni giocatori invece che si vede il lavoro degli insegnanti. Quei buoni giocatori infatti si chiamano Donati, Zauri, Bellini, fino ad arrivare a Caldara, Gagliardini e Sportiello. Quello che è certo è che Gasperini ha tra le mani qualcosa come 60 milioni di euro prodotto dai giovani del vivaio. Che sarebbero molti di più se Andrea Masiello avesse un mercato, perché in realtà non ce l’ha. Andrea Masiello è la vera storia di questa squadra: è la faccia sporca e cattiva di un prodigio sportivo, culturale ed etico. Fa a cazzotti, ma mica poi tanto. Dopo aver pagato il suo conto con la giustizia sportiva nessuno gli avrebbe dato fiducia, per molti anche giustamente (non fatemi esprimere, sono barese). Oggi è tornato il Thuram bianco, e poteva succedere solo in quell’ambiente e con un allenatore che ne ha fatto il perno inamovibile della difesa a tre rinnegata dai nostri all’epoca.

Una non favola è una cosa bella. Perché non è qualcosa di estamporaneo, ma è figlia del lavoro della Società, dei giocatori, dell’allenatore. Nel caso dell’Atalanta mi piace dire che la chiave del successo è la filosofia. Si tramanda, si acquisisce, si condivide o meno. Chi porta da quelle parti troppa personalità finisce per contraddire la stessa filosofia e fa la fine di Antonio Conte di cui un giorno leggeremo certamente un libro chiamato “La maledetta Atalanta“. Quei due mesi l’unico grande fallimento, e viva iddia che ce ne sia uno, dell’ex ct della nazionale. In questo senso Gasperini è l’uomo giusto, e può lavorare su basi che non ha trovato all’Inter (in primis la pazienza e la fiducia) portando una dote molto preziosa, all’Inter degli ultimi tempi sconosciuta: la lungimiranza.

Gasperini, che in questo pezzo, in segno di rispetto e fratellanza non chiameremo Gasp, non è scarso, anzi. Sia messo agli atti. Ma a noi non piace saltare sul carro del vincitore. Il suo astio contro l’Inter possiamo capirlo umanamente, ma vorremmo che si trasformasse in banale voglia di rivalsa contro chiunque non gli ha dato la possibilità di allenare ai livelli che forse avrebbe meritato. Se Ranieri ha conquistato uno scudetto in provincia dopo aver avuto la chance a Milano, Roma e Torino, Gasperini può compiere l’impresa opposta. Rinnegato da noi ma anche snobbato dalla Juve che l’ha lanciato ma mai cercato e da tutte le altre “grandi” che tanto grandi non sono più. È vero, a noi piacciono i signori, i tipi alla de Boer, quelli che non rivangano, ma in questa situazione stiamo silenziosamente tifando per lui. Perché chi c’è dietro alla Juve se non l’Atalanta? Una squadra che ha un vivaio che fa invidia al mondo, un’organizzazione e dei ritmi di gioco da squadra europea. E certo, il merito è anche di Gasperini. Di fiabesco ha solo la voce, ma è un demiurgo tremendamente realista. Ci scusi Gasperini se non ci siamo fatti vivi prima. Ma ci creda, i danni che ha subito lei per tre mesi, noi li portiamo addosso.

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