Il centravanti con il numero 11

Sono sempre stato per l’amore a prima vista. E alla fine degli anni ’80 ci si innamorava attraverso le foto del Guerin Sportivo, al massimo guardando i servizi di Zuccalà alla Domenica Sportiva. E che storie erano quelle. Penso sia nata lì la mia passione per il calcio raccontato, diverso dai servizi di Novantesimo Minuto, quelli lineari e cronologici. Conservo un fotogramma prezioso di Aldo Serena, all’epoca dei fatti l’attaccante più forte del mondo per me bambino. Più di Van Basten, più di Careca, più di Voeller, semplicemente perché segnava più di tutti loro. E saliva in cielo, come in quella foto.

Lui vola, si appoggia sulle spalle di Favero, il terzino della Juventus. Forse commette anche fallo, oppure il fallo è del terzino della Juve che si abbassa e fa “ponte”, ma Serena arriva su quel pallone con un tuffo da supereroe e schiaccia il pallone dentro la porta. Tacconi fa solo u passo indietro, non ci prova nemmeno a tuffarsi. Una settimana prima, con un altro tuffo, ha consegnato il derby a Trapattoni. È la stagione di grazia 1988/1989, al secolo consegnato come lo scudetto dei record. Quello dei 58 punti. Ci fecero anche un profumo con quel nome, si chiamava così “58”.

Serena volava, segnava di destro e di sinistro, non batteva rigori né punizioni, perché quelle erano questioni tedesche. Nel tempo libero cantava con Berti. Due bellezze anni ’80, si narrano storie sulle loro conquiste che farebbero impallidire i calciatori di oggi. Nell’anno di grazia in questione, Aldo Serena condivide l’attacco con Ramon Diaz. È una scelta di ripiego, perché Madjer, il tacco di Allah, non supera le visite mediche, e il terzo tedesco verrà acquistato un anno dopo. Serve un attaccante di transizione e la scelta ricade su un argentino che ha giocato ad Avellino e a Firenze. Usato sicuro, e vediamo che succede.

Succede che Ramon Diaz è il partner perfetto. Non solo segna tanti gol, ma altrettanti ne propizia con il suo talento da rifinitore. Un bambino confuso ha bisogno di certezze, e Serena quelle certezze te le spazza via. Gioca con il numero 11 ed è il centravanti. In un epoca in cui gli attaccanti puri giocano con il 9 e le seconde punte, quelle generose – mai dire generoso ad un attaccante – altruiste e che in sostanza si fanno il culo per la squadra giocano con il numero 11. Nella squadra dei record il 9 ce l’ha il rifinitore, l’11 Serena e il 10 è un giocatore semplicemente unico, perché non è un regista, non è un centrocampista di quantità, non è rifinitore ma sopratutto non è una rottura di coglioni per un allenatore che deve metterlo in campo. È Matthäus, e nella sua carriera farà il numero 10 anche quando giocherà da libero.

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Quando arriverà Klinsmann (un calciatore che io ho adorato, per la sua intelligenza e per la sua cultura oltre che per i gol), Aldo dovrà fare un po’ meno il 9 e un po’ di più l’11 e quei due non si prenderanno mai, un po’ come Crespo e Vieri, notte di Amsterdam a parte. Ma io mi preparavo al Mondiale, perché lì sì che io avrei vinto la mia scommessa. Altro che Vialli, Carnevale, Mancini. C’è Aldo Serena, il più forte del mondo, l’attaccante che vola. Quello con il numero 11 (anche se a Italia ’90 gioca con il 20) Per l’occasione Aldo si fa crescere le basette, anche se la IP quando crea il gadget più figo della storia non ne tiene conto. Vicini porta ai Mondiali anche Schillaci e per Aldo ci saranno poche, indimenticabili, occasioni.

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Contro l’Uruguay entra e segna, trascinandomi sul balcone ad esultare, mostrando ai miei amici la foto del suo tuffo contro la Juventus. Contro l’Argentina sarà lui a portare la croce dal centrocampo al dischetto, nel tentativo di cambiare una storia già segnata. Maradona che ha appena spiazzato Zenga, Donadoni che ancora piange, Goycochea  che è lì che aspetta con la faccia di chi sa che quel tiro lo para con lo sguardo, restando fermo. E infatti, Serena (che all’Inter i rigori non li batte nemmeno in allenamento) accetta quel destino. È in quel momento che ho visto Serena atterrare tra noi. Non più immortalato in una foto mentre sovrasta uno juventino nell’anno dei record, ma fermo a centrocampo con le mani sul viso e pochi compagni a consolarlo.

Poco mi importa del suo successivo passaggio al Milan, dei suoi anni a Torino, delle sue telecronache da seconda voce. Non c’è immagine più bella di quella foto che ho conservato per anni sul muro della mia camera, insieme a quella degli 883 e di Alessia Mertz, che per la cronaca fu preferita ad Angelina Jolie proprio da Max Pezzali. Un po’ come io avrei preferito Serena a Van Basten o a Careca. Loro mica volavano.

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