La vecchietta del Muro

Al primo minuto fa capire all’avversario che tipo di giocatore sia. E’ una caratteristica meravigliosa della sua persona. (Massimo Moratti)

Si chiama “cattiveria“, e quasi sempre il sostantivo è accompagnato dall’aggettivo “agonistica” per far capire che è solo una questione di sport, un duello tra gentiluomini, e per sminuirne la potenza lessicale. Cattiveria, quanto ci sei mancata. Quanto una chiusura decisa di Ranocchia, o un tackle fatto bene di Santon. O un anticipo pulito di Murillo, lui sì che sembra cattivo. Sembra, perché in realtà l’irruenza non è cattiveria, è qualcosa di molto più vicino alla negligenza. Una volta Mourinho disse di Walter Samuel: “Ci sono giocatori che dopo aver preso un’ammonizione vanno tolti dal campo (quasi certamente si riferiva a Muntari), poi ce ne sono altri che da quel momento in poi sanno benissimo come gestirsi: uno questi è Walter“.

Non c’era partita senza la vecchietta del muro. Era l’intervento con il quale Samuel dava il benvenuto alla punta avversaria. Intimidatorio al punto giusto, mai particolarmente violento, sempre accompagnato da una mimica che non lasciava scampo: braccia larghe e l’espressione che hanno quelli che lasciano il posto agli anziani sull’autobus. “Prego, si accomodi, sono Walter Samuel. Come dice? La randellata sul polpaccio che ho appena rifilato a quello lì? No, non credo si sia fatto nulla. Volevo prendere il pallone ma è andata così, al prossimo intervento ci starò più attento. Grazie per la comprensione“.

“Non mi sembra, cerco di non dare spazio ed essere aggressivi. Se approfitto degli arbitri italiani che non ammoniscono nei primi minuti? No, non cerco un vantaggio”.

C’è tutto in questa dichiarazione: la consapevolezza che nei primi minuti non sarebbe mai stato ammonito. E non solo per demerito degli arbitri. Ma perché lui era bravissimo a dare la soglia di vigoria giusta a quell’intervento. Delicato ma presente.

Occhi sempre sgranati, una grinta che non puoi definire rabbia, perché Walter è un timido, un introverso, un cattivo dei film western. È cattivo perché gli hanno dato quel ruolo, e il suo ruolo è quello del muro. Sembra scontato pensare che fin da bambino abbia fatto una e una sola cosa: difendere la propria area di rigore. Un muro duro, di quelli che fanno pensare agli attaccanti avversari che è meglio girare al largo di quel destino, tutto quello che non pensano oggi le punte che giocano contro l’Inter. Perché Miranda è sì uno dei difensori più veloci del mondo, tra i più abili nell’anticipo, ma la cattiveria, quella che ti fa pensare che non passerai un bel pomeriggio, è un’altra cosa.

Giovanni Loseto, ex difensore del Bari, mi ripete spesso: “Oggi i difensori hanno perso la cattiveria. Io non sarò stato uno dei giocatori più forti del mondo, anzi. Ma Careca e Van Basten non erano mai contenti di giocare contro di me“. Nella proposta di calcio di de Boer (che abbiamo rispettato e difeso), la cattiveria non è una voce fondamentale. Nelle sue interviste in italiano non è mai stata citata. La parola più frequente era “lavoro”, poi “squadra”, “gioco”, “possesso” e infine, udite udite, “tempo”. Cattiveria? No grazie, siamo olandesi. Lui, Orlando e Michael Kreek hanno provato persino a rilanciare Ranocchia, uno che negli anni ’80 non sarebbe mai stato preso in considerazione come difensore.

“Samuel es la mosca en la supa”, così titolò uno dei più prestigiosi giornali sportivi iberici. Troppo grezzo per il popolo madridista, piedi ruvidi, petto villoso. All’Inter rimarrà per nove lunghissimi anni, parte fondamentale di una colonia Argentina su cui si baseranno i successi di Mancini prima e di Mourinho poi. Poco importa chi fosse il suo compagno di reparto, vicino a lui hanno giocato Cordoba, Burdisso, Lucio e Materazzi. Non gli è mai servito parlare, bastava uno sguardo per incutere timore. L’attaccante lo sapeva che dopo due, massimo tre minuti di gioco, arrivava il suo monito. Una “vecchietta” per far capire chi comanda, un brevetto tutto suo.

Ad un goal nel derby è legato uno dei suoi ricordi più belli da giocatore, insieme alla rocambolesca vittoria di Siena, dove l’inter si impose per 4-3 in rimonta dopo esser stata in svantaggio fino al novantesimo. Raggiunto il pareggio restò in attacco fino al 93’ minuto: il pallone giunge tra i suoi piedi e The Wall chiude gli occhi. Controllo, sinistro preciso nell’angolino e via a festeggiare togliendosi la maglia. Esulta come un bambino che non ha segnato mai e un po’ pensi che in fondo quel ruolo di difensore l’ha svolto per anni con rassicurante abnegazione, ma forse il suo sogno da bambino era fare gol. In quel momento, ma solo per un momento, Walter ha gli occhi di un ragazzino felice e spensierato. Avete presente quelli che poi dicono ai compagni: “Che vi avevo detto? So anche fare l’attaccante”. 

Ho sempre odiato prendere gol, anche in allenamento. Mai abituato all’idea, non ci riesco. Detesto vedere la palla che entra nella mia porta. Me lo ha insegnato Carlos Bianchi, il mio primo maestro. Poi Marcelo Bielsa, che ci allenava sui movimenti difensivi come nessuno.

Adesso c’è chi dice che il ruolo di Samuel sarà quello di collante tra il nuovo allenatore e la società, tra Pioli, Zanetti, un passato glorioso e un presente incerto. A me basterebbe vedere nei suoi occhi la cattiveria di quei primi 5 minuti. Quelli in cui andava in scena la vecchietta del muro. Una cattiveria di cui Samuel può essere portatore sano, e che non può che farci bene. Bentornato a casa, The Wall.

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