L’Internazionale Football Club Milano spiegata a Zhang Jindong (prima che sia troppo tardi, faccia qualcosa di interista)

Caro Signor Zhang,

mi permetto di scriverle questa nell’eventualità sempre meno remota che di quel che accade in questi giorni a lei sfugga la dimensione grottesca e la grande sofferenza che sta procurando a tutti noi tifosi dell’Inter, la società ma soprattutto la squadra di cui lei è azionista di maggioranza e per la quale ha speso, sta spendendo e presumo che spenderà ancora una quantità di denaro enorme e imbarazzante.

Ci siamo lasciati qualche mese fa con quel suo Fozza Inda! buffo e benaugurante, perché l’incitamento è comunque un messaggio diretto e naturale, pazienza per la pronuncia. Poi sono successe cose, tante cose, troppe cose.

Prima mi permetta di raccontarle chi siamo noi. Userò una metafora semplice, la più semplice. L’Inter è la macchina che lei ha scelto di usare nel giorno del suo matrimonio. Una bella macchina, prestigiosa, magari un po’ agée, sicuramente non velocissima. Una macchina che ha visto giorni migliori e che pur tuttavia può farle fare un figurone. Noi siamo i barattoli. Ha capito benissimo, noi tifosi siamo i barattoli e gli addobbi, i festoni attaccati alla macchina, quelli che fanno una terribile e festosa caciara e che la rendono unica. La macchina ci trascina, noi trasformiamo la macchina in qualcosa di bello. Senza di noi è solo una macchina, forse anche un po’ triste. Lei ha comprato la macchina ma temo non le abbiano spiegato che in qualche modo che a lei sfugge, la macchina è anche nostra.

Non mi fraintenda, da queste parti la proprietà privata è ben tutelata e non da ieri, lei ha pagato profumatamente una serie di diritti garantiti e certi e nessuno mette in dubbio che il suo munifico sforzo abbia tecnicamente salvato l’Inter da destini ben più foschi, ma quello che forse non sa è che anche in quel caso, anche se fosse andato tutto a catafascio quei barattoli e quei festoni, noi tifosi saremmo rimasti attaccati alla macchina, ben saldi e rumorosi fino alla fine e anche oltre. Perché se nella sua antica cultura l’attesa e la pazienza sono valori assoluti, mi preme farle sapere che di pazienza noi ne abbiamo e ne abbiamo avuta in quantità industriali, rimarchevoli anche se misurate secondo i suoi millenari parametri.

La nostra pazienza e la nostra dignità sono state messe a durissima prova da altri prima di lei, siamo stati costretti a indossare gli abiti stazzonati e tristi dei perdenti prima, dei milionari fatui e un po’ fessi dopo, abbiamo assistito a sconfitte umilianti che son servite a rendere ancora più belli i trionfi successivi, quelli indimenticabili.

Ora Signor Zhang, se osserva con attenzione la macchina che ha comprato noterà che siamo ancora lì ma siamo un po’ meno festosi e parecchio più perplessi.

Le rubo altri cinque minuti per raccontarle cos’è l’Inter. Questo è il paese dei campanili, siamo capaci di detestarci a morte per il solo fatto di essere nati a pochi chilometri di distanza, figuriamoci quando nel mezzo c’è il calcio, il tifo e ci sono squadre amate da milioni di barattoli proprio come noi. Programmare e attendere sono una buona cosa, ma non bisogna mai dimenticarsi che competere e farlo nel quotidiano è la benzina che alimenta la sua macchina: la nostra passione. Poco razionale mi dirà, ma da queste parti va così. Al di là dell’importante questione del brand e delle sue infinite possibilità di espansione a oriente, quello che ci preme, quel che ha a cuore chi ama e segue una squadra è la possibilità di competere e di farlo con dignità, senza mettersi in ridicolo.

L’Inter è una squadra strana e bellissima Signor Zhang. Chi non la tifa la detesta, ma di loro non curiamoci, ci interessano poco (giusto lo scrupolo di non farli divertire e godere come in questi giorni, ma ci arriviamo), fatta di nevrosi collettive, pulsioni al bello per il bello, senso epico della sconfitta ed euforia pura nella vittoria. Non ci fa diversi tanto il Pazza Inter, che le squadre pazze sono inaffidabili e noiose, ma quella strana e inspiegabile spocchia che abbiamo e che avevamo anche quando non si vinceva da tanto, troppo tempo. Comprare l’Inter significa comprare anche questo magma di emozioni furibonde e rispettarlo come si rispetta un patrimonio vero e unico. Perché se lei ci mette il denaro, noi siamo quell’incalcolabile valore aggiunto senza il quale la squadra, il brand i progetti di internazionalizzazione non contano più nulla e valgono zero.

Quelli più informati sostengono che dietro la sua acquisizione e più genericamente a tutti gli investimenti cinesi nel calcio europeo ci sia un diktat molto chiaro e secco di Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese in cerca di un’inedita conferma al potere, di un prolungamento della sua sfera d’influenza da conquistare anche con strumenti non tradizionali (per la Cina). Uno di questi è la propaganda, arma fenomenale che si nutre di messaggi chiari, uno dei quali è sempre stato e sempre sarà la supremazia sportiva. Sempre quelli più informati sostengono che Xi Jinping abbia chiesto agli industriali più potenti e in vista di investire nel calcio europeo per costruire conoscenza e riportarla in patria, per costruire consenso in cambio di qualche solida facilitazione fiscale e della sua gratitudine. Di tutto ciò, anche se fosse vero, vorrei lei sapesse che ci interessa poco, pochissimo. L’altra squadra di Milano è stata usata nello stesso modo per un ventennio e i suoi tifosi son pasciuti e ancora soddisfatti. A una condizione, però.

Ci son tanti modi di investire il proprio denaro, l’equivoco sta solo nel risultato atteso e nelle modalità. Potrebbe anche essere che a lei di tutto ciò interessi pochissimo e che l’Inter sia una formalità assolta, in cui versare ogni tanto parte minima dei suoi enormi ricavi e da condurre come un piccolo fastidio lontano. Anzi, di cui delegare la guida a gente che conosce poco ma che in qualche modo le è stata raccomandata e segnalata da chi le ha ceduto la società.

Signor Zhang vorrei che questo non fosse un brusco risveglio ma le garantisco che siamo in  pessime mani.

Quello che sta succedendo in queste settimane, quello che succede da luglio è un piccolo incubo. Piccolo perché sportivo e irrilevante rispetto alle tragedie vere, ma pur sempre un incubo senza fine. Dirigenti inadeguati, spaventati, senza guida. Comunicazione allo sbando, il bullismo dei mezzi d’informazione accettato come fosse naturale e ora quest’ultima terrificante pirlata dei casting. Si dice così dalle nostre parti, pirlata e spero che esista una parola analoga nel suo vocabolario, si dice così quando si vuole definire qualcosa di stupido, puerile e inadeguato. Una scemenza ma un po’ peggio.

Ora Signor Zhang, né io né larghissima parte dei barattoli che stanno attaccati alla sua macchina, a quella che lei ha comprato per qualche centinaio di milioni di euro abbiamo le possibilità economiche per sollevarla dall’imbarazzo e nemmeno abbiamo la confidenza o il potere per interrompere questo scempio, ma lei sì. Avrà di certo considerato che un’azienda gestita così male rappresenta un danno economico enorme, bene ci metta pure quello morale e faccia la somma. Intervenga, usi il pugno di ferro che le ha permesso di trasformare Suning nel colosso che è, usi scaltrezza e applichi la sua imprenditorialità. Faccia qualcosa, faccia qualcosa di interista (per citare un film che di certo non avrà visto ma che in qualche modo rappresenta bene il nostro disagio).

Perché possiamo essere antipatici, ganassa, sbruffoni, nervosi, inquieti, possiamo sopportare le sconfitte ma lo squallore no.

Signor Zhang, questi sono forse i giorni peggiori e più angoscianti della nostra vita da interisti e se nessuno finora gliel’ha detto, eccoci. Faccia qualcosa o cerchi qualcuno, perché non necessariamente un matrimonio deve durare per sempre e le macchine si rivendono. Permettere alla stampa e ai giocatori di esonerare un allenatore (de Boer), non avere alcuna alternativa e far trapelare la notizia dei casting, permettere che un proprio stipendiato venga brutalizzato e minacciato (Icardi), permettere che quello stesso dipendente pubblichi un’autobiografia delirante, non accorgersi che chi dovrebbe guidare la società e occuparsi di tutto ciò latita sono segnali gravi. Non è importante come molti sostengono che lei o chi per lei sia qui, ma è fondamentale che le persone a cui lei delega la gestione e che vengono profumatamente pagate per farlo siano capaci e affidabili.

Siamo in pessime mani Signor Zhang, pessime mani.

I miei più cordiali saluti,

Un Barattolo Perplesso

4 pensieri riguardo “L’Internazionale Football Club Milano spiegata a Zhang Jindong (prima che sia troppo tardi, faccia qualcosa di interista)

  1. In questa bellissima lettera c’è tutto il nostro disappunto e l’amarezza dei giorni che stiamo vicendo. Complimenti per quanto avete scritto. E se questo 8nvestitore cinese capirà il senso di queste parole dovrà decidersi a porre rimedio a questa situazione. Nella speranza che presto si metta mano a questa situazione mi auguro che si risolvano tutti questa situazione. Forza Inter.💖

  2. La lettera è di enorme, inestimabile pregio. Scritta assai bene. Questione tecnica : L’UNICO PROVVISORIO ESCAMOTAGE ha SOLO un nome : Leonardo !!! Traghettatore poi, a giugno, Direttore Generale & uomo mercato (Thiago Motta e Verratti già con il suo sì già pronto…) con il conseguente arrivo FINALMENTE del Cholo Simeone, con possibile arrivo dei “suoi” fedelissimi Godin ed Arta Turan. HO DETTO !!!

  3. Ragazzi leggo e mi rendi conto che è difficile per i cinesi capire il mondo Intet e il calcio italiano. Proviamo noi a comunicare con loro e provare a capirci. Ad esempio chiedete ad un ragazzo cinese nato a Milano e possibilmente interista che conosce la cultura cinese di tradurre la lettera e farla recapitare al destinatario.
    Proviamo a inviare loro messaggi prima che i risultati disastrosi trasformino la nostra pazienza in astio.

    1. Caro interista per sempre io credo che qualche dirigente della nostra amata INTER abbia tradotto molto chiaramente l’editoriale che hai scritto,anche se questo non giocherebbe a aloro.anchea non gioverebbe

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