Editoriale

Éder Citadin Martins o anche della mediocrità di chi non stringe una mano tesa

di Tommaso de Mojana

Éder Citadin Martins, o più semplicemente Eder, fra un paio di settimane compirà 30 anni.

Quel giorno, verosimilmente, festeggerà giocando con la maglia della Nazionale un’amichevole contro la Germania. Si giocherà a San Siro, per cui è altrettanto verosimile che al termine della sua fatica troverà qualche amico o parente con cui fare un brindisi, prima di rimettersi a disposizione del suo allenatore in vista del derby del 20 novembre.

Quel che non è ancora certo è chi sarà l’allenatore cui si metterà a disposizione. Chi guiderà (o si dice timonerà?), il famoso traghetto che dal molo dell’ignoto ci porterà (tradunt), innanzi al Cholo Simeone.

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Pioli, si dice. Che sembra aver superato la concorrenza dei vari Guidolin, Leonardo e Blanc col suo vice che in realtà non era il vice ma che continuava a venirci a vedere (questa storia è meravigliosa quasi quanto quella dello United che voleva Nagatomo, ma temo sia inutile approfondire, che poi di meraviglioso non c’è davvero un bel niente).

Comunque, chissà se quel giorno Éder, ragazzo schivo che peraltro era apparso tanto lucido quanto umile nelle dichiarazioni del post Bergamo, ripenserà a quando domenica sera, uscendo dal campo, si è rifiutato di stringere la mano protesa del suo allenatore.

Gesto abbastanza comune, vero. Senza dover scomodare Roby Baggio e Sacchi, soltanto nell’ultima giornata anche i suoi colleghi Insigne e Bacca non le hanno certo mandate a dire ai loro allenatori, colpevoli di averli sostituiti: altro che “siamo tutti titolari” o “mi alleno duramente, ma alla fine decide il Mister”.

Ma dato che abbiamo i nostri problemini, evitiamo di guardare in casa degli altri e torniamo quindi a Éder e a cosa possa spingere un attaccante che in 28 partite ha segnato 2 gol, entrambi inutili ai fini del risultato, a non stringere la mano al proprio allenatore dopo che questo ha deciso di sostituirlo.

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A cosa possa spingere un attaccante che ultimamente sta relegando in panchina uno dei migliori giocatori dell’intera rosa della squadra in cui milita, uno dei migliori esterni d’Europa, a non avere un minimo non dico di riconoscenza (l’articolo infatti non si intitola “come mai Éder non ha baciato i piedi a de Boer?”), ma di rispetto nei confronti di chi per mesi ha puntato su di lui senza averne indietro praticamente nulla.

“Se fossi il presidente innanzitutto manderei via l’allenatore, dopo prenderei i giocatori, li appenderei al muro e li prenderei a calci in culo uno ad uno”. Disse più o meno così un tale che simpatico non ci sta per nulla, ma che sapevamo già allora avesse detto tutto tranne che una fesseria.

Oggi come allora “il presidente” (ai tempi era così, oggi si dice “la dirigenza” perché nessuno ha ancora capito chi prenda questo tipo di decisioni), ha ascoltato la prima parte della frase. Oggi come allora ci interessa soprattutto la seconda, e oggi come allora sappiamo che ben poco verrà fatto in tal senso.

Che poi cambiare l’allenatore adesso ha l’effetto di prendere un Plasil per curare l’ulcera, e non aver ancora identificato il sostituto equivale a sputarlo cinque minuti dopo, il Plasil.

E allora arrivederci Frank, noi ci teniamo gli Éder Citadin Martins, e permettiamo loro di sbattere la porta come e quando vogliono, di non stringere la tua mano protesa durante una partita delicata e col risultato ancora aperto, di non avere nessun timore di far la loro fine quando metti in castigo Brozovic o Gabriel Barbosa, sicuri che alla fine puniranno te, mica loro.

Corri, Éder Citadin Martins, più forte di prima, per dimostrare che quello giusto sei tu e che il cattivaccio era lui. Un giorno, siamo sicuri, ti ricorderai di quella mano protesa, e ti pentirai di non averla stretta.

Quella mano, Frank, te la diamo volentieri noi. Arrivederci. E grazie.

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