Editoriale

L’esperanto di Franco

“Signor De Boer? Salve sono Ausilio, le volevo comunicare che la panchina dell’Inter si è liberata, il sig. Mancini è andato, per cui ci piacerebbe affidarle un progetto tecnico di tre anni…”

“Thank you Mr. Ausilio. Io no parlo italiano. Pero a lo mejor io credo puedo dire sì”

Deve essere andata più o meno così, e da quel giorno Frank, che da questo momento della storia chiameremo Franco, ha cominciato a parlare italiano. Senza ironie, perché provateci voi, virtuosi degli idiomi, ad accettare un lavoro in Olanda il 10 agosto e tenere brillanti meeting in lingua originale, due mesi dopo. Sì, ma può parlare inglese, dicono i puristi degli idiomi, quelli che non sbagliano mai un congiuntivo. Peccato che siano quelli a cui non andava bene che Schumacher parlasse in inglese, dopo 5 anni di Ferrari.

Perché se non ti sforzi, se non ci provi, se non ti metti alla prova pensando che c’è tempo per imparare, allora non ci riuscirai mai. Franco è così, prendere o lasciare (la sensazione è che da parte di una certa stampa ci sia una forzatura verso il lasciare): testardo, caparbio, a suo modo solitario y final. Le sue conferenze stampa e le sue interviste non brillano per il ritmo, ma contengono quasi sempre una moneta d’oro per chi la vuole cogliere, e quella moneta è in italiano, la lingua del paese in cui lavora.

No, Franco non ha avuto il tempo di Josè per prepararsi, né l’anno sabbatico di Guardiola che a dicembre dell’anno prima sapeva già dove doveva andare. “Può benissimo parlare l’inglese e lo spagnolo” dice Caressa, ma lui insiste con l’italiano, pur sapendo benissimo che la gente ha fretta. Fretta di vedere un gioco, fretta di vedere la sua mano, fretta di risultati e persino fretta nel sentirlo padrone nell’esercizio di una delle lingue più difficili del mondo. Caressa rincara la dose: “Questo esperanto che parla De Boer non serve a nessuno, se pensa che questo è italiano magari pensa anche che la sua squadra gioca bene“.

Premesso che Caressa è laureato in lingue, e parla benissimo inglese, spagnolo e tedesco – giusto dargliene atto, altrimenti si cade nell’errore di scrivere le baggianate che ho letto, e cioè che Caressa non sa le lingue -, a maggior ragion dovrebbe sforzarsi di capire che dietro la testardaggine di De Boer c’è la volontà incontrovertibile di metterci la faccia ben oltre il dovuto, abbattendo di fatto i gradi di separazioni tra lui, i tifosi e la stampa, accelerando i tempi di apprendimento a forza di errori. Fa quasi tenerezza nel momento in cui chiede all’intervistatore di turno qual è il vocabolo giusto per esprimere un determinato concetto, eppure lui non sorride, non cerca scuse, va avanti, nonostante le prese per il culo del giornalista di turno. Certo che sarebbe più semplice parlare in inglese, un perfetto inglese, o spagnolo, un buonissimo spagnolo, ma De Boer è un olandese e lavora in Italia, e vuole comunicare nella nostra lingua.

De Boer usa la metafora di una macchina di Formula Uno che piano piano – parole sue – deve iniziare a carburare. Ma lui, meno piano degli altri, sta cercando di comunicare con il nostro Paese. C’è solo un modo per capire questa stampa, per diffidare di certe domande: ascoltarle senza filtri, senza interpreti, sbrigandosi a capire il sarcasmo ipocrita di chi ti tratta come un ospite che ha i mesi contati. Ma la cappa della buona educazione incombe ancora su De Boer, che magari un giorno scoprirà le mille risorse della maleducazione come sistematico stile di vita. È una pratica che va sbrigata a forza di derapate lente. E sui metodi di comunicazione non c’è da fare troppo gli schizzinosi. Franco non ha bisogno di sedurre, non fa parte del personaggio, non fa parte del progetto.

Adelante Franco, in italiano.

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