Amarcord

Undici secondi (Auguri Julio Cruz)

Minuto 8 del secondo tempo. A San Siro si gioca un derby diverso da tutti gli altri perché di là, con i rossoneri, c’è Ronaldo. Ed è lui che decide la partita, fino a quel momento. Ha segnato una rete insolita, nulla a che vedere con gli scatti di un tempo. Si è girato in maniera piuttosto goffa, ed ha sorpreso Julio Cesar con un tiro dalla distanza. Poi, in maniera altrettanto goffa, e poco convinta, ha portato le mani all’orecchio. Una buona occasione per sperimentare l’effetto di cinquantamila fischietti, quelli che i tifosi hanno portato allo stadio per far capire a Ronaldo che la sua non è stata una decisione felice. È il minuto 8 di un derby diverso, perché lo scudetto (il nostro) passa da San Siro e loro possono rallentarci, non certo fermarci. Questo lo sappiamo tutti, l’11 marzo del 2007.

Ma quella è una stagione dove l’obbligo non è vincere. È stravincere, possibilmente conquistando i due derby, perché uno scudetto sul filo del rasoio, dopo quello conquistato in tribunale, non sarebbe accettabile. È il minuto 8 e Hernan esce scuotendo la testa. Si sfila dai capelli l’elastico che distingue il Crespo interista da quello milanista con i capelli corti. Quello che avrebbe meritato una Champions, ma questo non lo diciamo a nessuno. Il tabellone luminoso indica il numero 9, ed è bello che questa storia incominci da qui. Con il 9 più discusso della storia nerazzurra che segna contro l’Inter, un altro 9 in comune (lui mai in discussione, né da una parte né dall’altra) che gioca con il numero 18 e lascia il campo contrariato, e un 9 atipico che entra senza accennare un sorriso. Prima degli allenamenti del Banfield si dilettava a tagliare il campo da calcio con una macchinetta, e a volte si faceva fotografare. Ecco perché lo chiamano El Jardinero, al secolo Julio Cruz.

Undici secondi. Undici precisi. C’è un altro numero 9, il quarto di questa storia, forse il più nove di tutti, che per quella stagione gioca con il numero 8, e va via sulla fascia, lasciando Simic sul posto. Il tempo di mettere il pallone in mezzo, rasoterra. Dida tocca, ma riesce solo a deviare un metro più in là. Poi arriva lui, El jardinero. Come è possibile che uno entrato da 11 secondi sia nel posto giusto, vi spiega la dimensione di Cruz. Uno a uno. un sorriso? E perché mai. Julio si copre leggermente il volto con la maglia e guarda la curva. Nessun riferimento al numero dietro le spalle. Niente pollici ad indicare il numero 9, potrebbe essere il 20, il 18 (senza 1+8), per lui sarebbe davvero indifferente. Si torna a centrocampo, c’è un derby da vincere. Il sole che anticipa la primavera illumina San Siro, la famiglia Moratti si toglie di dosso un quintale di tensione. Perdere un derby deciso da Ronaldo proprio no.

Qualche minuto dopo è Maxwell – uno dei terzini più sottovalutati di questo secolo, o sopravvalutati da chi l’ha chiamato a giocare, o magari a seguire Ibra, nell’Ajax, nell’Inter, nel Barcellona e nel PSG – ad andare via sulla sinistra e mettere un altro pallone al centro. Questa volta Cruz fa il Ronaldo e prova a segnare di tacco. Alto. Allora è lui a trasformarsi in assist man. Non prima di aver rubato un pallone a Jankulovsky, non proprio un tipo leggero nei contrasti. Cruz gli va incontro, gli sradica il pallone da quel 45 di piede che il ceco si ritrova, accelera e poi fa una cosa di un’intelligenza estrema: si ferma, osserva Dida e decide di passare il pallone indietro, rasoterra, a Ibra: è la rete del 2 a 1. Ibra allarga le braccia con il suo fare, Cruz va sotto la curva, a prendersi il boato. C’è tutto Cruz in questi 10 minuti. La generosità, la tenacia, la tecnica (non sempre purissima), il senso della posizione. L’intelligenza. E la pazienza.

L’attaccante meno Morattiano dell’era Moratti: poco appariscente, silenzioso, senza le luci della ribalta addosso. Uno degli acquisti più azzeccati in termini di efficacia e contributo alla causa. La sua vittima preferita è la Juventus, in un momento in cui loro vincono gli scudetti e l’Inter vince a Torino. C’è sempre lo zampino del Giardiniere. Di testa, su punizione, negli assist a Martins, compagno ideale per la capacità di approfittare degli spazi che Julio gli consegna. Ma Cruz è un falso nueve con il fisico da centravanti inglese di inizio ‘900. Un metro e novanta per 84 chili (a Bologna 90), eppure capace di giocare anche da seconda punta, sacrificarsi – e per forza, se i tuoi compagni si chiamano Adriano, Crespo, Ibra, qualcosa dovrai pur inventartela – e segnare gol bellissimi come il pallonetto all’Arsenal in Champion’s League, in una delle partite che Cruz ricorda con maggior piacere, perché arrivata in un momento difficile per l’allenatore dell’Inter di allora, Hector Cuper.

Eleganza, tecnica, pazienza. Tanta. Ma anche garra, una qualità che di solito viene riconosciuta agli uruguagi, più che agli argentini. Ora, sarà perché noi abbiamo avuto nelle nostre fila Recoba e Alvaro Pereira, vale la pena ricordare che per fortuna esistono delle eccezioni anche in argentina. La garra del jardinero la vedi non soltanto quando sradica il pallone dai piedi di Jankulovsky, ma anche nella sfortunata notte di Valencia, quella che poteva essere lo sliding door si Mancini, invece consegna ai quarti di finale il catenaccio spagnolo, con rissa finale. Il più incazzato – e no, non mi vengono termini più adatti – è proprio Julio.

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Con Mancini Julio diventa indispensabile. E vince. Quattro campionati, due coppe italia e tre Supercoppe italiane. Con Mourinho il feeling è diverso, il portoghese ha altre idee, sebbene nel primo anno non sia chiaro nemmeno a lui quale sia la sua coppia d’attacco. Accanto a Ibra giocano, a turno, Adriano, Balotelli, Crespo (pochissimo), addirittura Obinna. La grandezza di Cruz sta nell’accettare il ruolo consapevole che c’è chi è pagato per prendere delle scelte e chi per rispettarle. Andrà via senza troppi clamori all’alba della stagione del triplete, ed è un peccato vedere più spesso Recoba, a San Siro, che lui. Perché questo argentino silenzioso e rispettoso ha segnato 75 reti in sei anni di Inter. Niente male per un (falso, ma mica poi tanto) nove capace di risolvere le partite in undici secondi. Undici.

 

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