Editoriale

La triste storia di Giò Di Tonno, gobbo a San Siro

Il tempo è galantuomo. Quando nel 2008 Giò Di Tonno ha sollevato al cielo la targa del Comune di Sanremo e ha festeggiato la vittoria del Festival in coppia con la bellissima Lola Ponce, i suoi familiari hanno tirato un lungo sospiro di sollievo e non sono stati gli unici. La carriera di un cantante è disseminata di ostacoli e trappole, la prima delle quali è l’impazienza. L’autostima alla lunga rischia di sgretolarsi e non c’è nulla di peggio per chi fa il lavoro più bello ma anche il più difficile, per chi tesse le note e le mette insieme come flusso di cose dell’anima, belle, allegre o tristi che siano. Giò a Sanremo c’era andato per la prima volta nel 1994 e ci son voluti 14 anni per portare a casa targa e gloria, anche se abbastanza effimera e breve. Comunque Giò s’è dato da fare negli anni e ha avuto una splendida carriera teatrale, perché cantare non basta, ci vogliono altre doti per sopravvivere al mercato fetente e lui le ha. Recita, all’occasione balla senza sfigurare e così Riccardo Cocciante lo sceglie per interpretare Quasimodo in Notre Dame de Paris. Il musical è un successo clamoroso, ha un successo clamoroso tanto che si contano 520 repliche per la gioia di David Zard, uno dei più famosi e longevi produttori del mondo. Di recente Giò s’è fatto un giro a Tale e Quale Show, perché esistono ragioni del cuore e ragioni di visibilità e portafoglio, non scherziamo nemmeno. Veniamo a noi. Qualche anno fa chi si occupava della direzione artistica (sic), o più semplicemente della comunicazione e del marketing dell’Inter ebbe un’idea semplice ma rivoluzionaria: usare l’intervallo per promuovere spettacoli, musica e intrattenimento o più semplicemente per vendere qualcosa alle tantissime persone in attesa del secondo tempo,abbandonate al loro destino sugli spalti. Poteva essere il 2004 o il 2005, purtroppo la data non la ricordo perché la routine da stadio appiattisce il contesto, le date e le stagioni, e tiene in rilievo solo risultati e marcatori, una patologia acuta che le mogli rimproverano spesso a chi in casa dimentica tutto e tutti ma ricorda bene quel gol di Recoba, proprio quello lì. Fatto sta che dopo aver tentato di far giocare il pubblico scimmiottando l’NBA, dopo una stagione di goffe gare di rigori e shoot out e qualche breve e timido tentativo di trasformare lo stadio in una rumorosissima discoteca, è giunta l’ora dello spettacolo, quello vero. Premetto che spero, spero davvero che Giò Di Tonno non abbia memoria e non si sia accorto di tutto ciò, ma quel giorno toccò proprio al cast di Notre-Dame de Paris l’ingrato compito di educare al bello del teatro tutto il pubblico di San Siro.

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Fu bello da vedere, molto intenso. Con un problema, uno solo. Giò Di Tonno interpretava Quasimodo, come detto. Quasimodo è gobbo, irrimediabilmente gobbo e a quella aggiunge a seconda delle versioni altre più o meno gravi menomazioni. Ma sul fatto che Quasimodo sia gobbo non v’è dubbio, non ci piove. Per quanto sia giusto sperare che l’umanità sia un luogo migliore, perché provocare gratuitamente così un intero stadio? Perché presentare il povero Giò Di Tonno come gobbo in uno stadio che non aspettava altro? Da un certo punto di vista, molto parziale e tifoso, fu un trionfo. Cantarono tutti insieme, dedicarono al povero Giò il coro che in genere a San Siro si canta per altri gobbi, molto meno sfortunati di Quasimodo (ma anche di questo si potrebbe discutere). Fu divertente, fu un disastro e fu anche l’ultimo spettacolo teatrale nell’intervallo di una partita casalinga dell’Inter.

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