Amarcord

Il Nero e l’Azzurro (del mare)

di Danilo Di Termini

Da sei anni vivo a Milano e due domande implacabilmente affiorano a ogni nuovo incontro: alla prima – “non ti manca il mare?” – ho imparato a rispondere no, lasciando cadere velocemente la conversazione. La seconda, quella con cui l’interlocutore cerca di empatizzare, “genoano o sampdoriano?”, ne porta con sé subito un’altra: “e come mai sei interista?” Rispondo con questo scritto, cui da oggi rimanderò con mio grande sollievo.

Sono nato a Genova, quartiere di Marassi, a 350 metri dallo stadio. Era bello lo stadio vecchio; ora non c’è più, l’hanno buttato giù per Italia ’90 e l’hanno ricostruito nello stesso punto: un po’ più brutto, col prato che non drena, togliendo i parterre, dove ogni partita c’era uno che inseguiva il guardialinee ricoprendolo, del tutto gratuitamente, di sputazza e insulti. Lo so perché da quando ho memoria – l’anno in questione è il 1970 – ogni santa domenica della mia infanzia l’ho trascorsa allo stadio: con mio papà e, se lui non c’era, con qualche vicino di casa. Un giorno col fruttivendolo del piano di sopra sono andato a vedere Italia Lussemburgo, 5 a 0 per noi, quattro gol di Gigi Riva (ma qui siamo già nel 1973) e ci siamo fermati a salutare Maurizio Barendson, che lui era una gran faccia tosta – il fruttivendolo, non Barendson – e io invece mi vergognavo come un ladro. E quando non c’era nessuno disponibile, andavo da solo, chiedendo a un signore qualunque, trovato lì fuori, di fingere di essere il mio papà; tanto bastava essere piccoli e accompagnati per entrare gratis. Quando dico ‘ogni santa domenica’ voglio proprio dire tutte le domeniche: a Genova ci sono due squadre e ogni settimana si andava a vedere una partita, qualunque squadra giocasse e qualunque squadra si tifasse.

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L’Inter di Dino Spadetto

Mio papà era genoano e preferibilmente mi portava a vedere il Genoa, il fruttivendolo era sampdoriano e così santificavo anche i blucerchiati, quell’anno peraltro in serie A con Lippi, Lodetti, Suarez e Spadetto (giocherà 175 minuti in tutto, ma tenete a mente questo nome, ora non vi dice niente, ma ritornerà più avanti). A scuola avevo compagni genoani e compagni sampdoriani che ferocemente e continuamente ribadivano la loro appartenenza, con precoci discussioni da bar, a volte ingenue, a volte crudeli; io, che per indole sono sempre stato poco incline alla disputa, prendevo tempo, facevo il simpatico, ora con gli uni, ora con gli altri. Ma non poteva durare a lungo; l’autunno volgeva al termine e il campionato stentava a trovare un padrone ed ecco arrivare in soccorso l’album Panini. Ho 8 anni e per la prima volta sono autorizzato a comprarlo insieme a qualche pacchetto di figurine ogni settimana. Il resto lo faranno gli scambi e le doppie del figlio del macellaio, che ne compra a bizzeffe. Per la prima volta vedo da vicino i volti dei giocatori, le loro divise, i titolari, le riserve, imparo a memoria i nomi degli stadi e dei presidenti. L’anno precedente il Cagliari di Gigi Riva (stadio sant’Elia, presidente Efisio Corrias, medico sociale dott. Augusto Frongia) ha vinto il campionato: lo scudetto si staglia bene sulla maglietta bianca, bordata di rossoblù. Gli altri rossoblù, quelli locali, hanno diritto allo scudetto, ma solo in forma di figurina sbriluccicante perché sono finiti in serie C. La Sampdoria invece, come detto, è in serie A. Ma di tenere per loro non se ne parla, non posso dare un simile dispiacere a papà. Così mentre appiccico le figu con la colla (c’erano anche le celline – triangolini biadesivi da apporre sul retro – ma non conosco nessuno che sia mai riuscito a utilizzarle) e imparo le formazioni a memoria, cerco di immaginare quale potrebbe essere la squadra dietro la quale difendermi o nascondermi, con la quale non prendere parte al rituale degli schieramenti che fatico a comprendere. C’è la Juve che ha già vinto una valanga di scudetti ma coincide con la FIAT e gli Agnelli: non fa per me, ho imparato a diffidare dei padroni sin dalla tenera età. C’è il Milan, ma l’accostamento cromatico rosso e nero mi ha sempre infastidito. La Roma ha delle bellissime Lacoste arancioni, ma quella città è troppo lontana. E poi ci sono i nerazzurri, che nel frattempo hanno cambiato allenatore e hanno cominciato a vincere: ma non credo sia questa la discriminante. Temo che il motivo sia molto più banale: in porta c’è Vieri, in difesa c’è Facchetti. Io non riesco ancora a pronunciare la effe e così lo storpio in Sacchetti. La cosa incontra il gradimento degli adulti – la comicità di quel tempo era piuttosto semplice – e mio papà me lo fa ripetere quando capita, agli amici al bar, in visita parenti la domenica pomeriggio. E io sono felice di vederli sorridere (con la medesima soddisfazione di essere al di fuori degli sfottò nel caso si parli di una delle due squadre cittadine) e il mio papà con loro. Così comincio ad affezionarmi e in primavera divento definitivamente interista.
Quell’anno vinciamo il campionato, convincendomi di aver fatto la scelta migliore.
Avrò modo di ricredermi, ma ormai è tardi.
Il ricordo più nitido di quella stagione è legato comunque al Genoa: il 13 giugno 1971 – la serie A è già finita da qualche settimana – è una bella domenica di sole. Sono allo stadio con papà, settore distinti. I rossoblù stanno per festeggiare il ritorno nella serie cadetta (battono il Rimini per 2 a 1, gol di Speggiorin e Turone); prima del fischio d’inizio un’enorme B di polistirolo sale verso il cielo azzurro sospinta da tanti palloncini colorati. E io me la ricordo come fosse oggi e forse per questo penso sempre al calcio come ad uno spettacolo del quale fatico a comprendere i coinvolgimenti emotivi esasperati. Quell’anno finisco l’album per la prima e unica volta nella mia vita. Ironicamente la figurina che mi fa diventare pazzo è quella del sampdoriano Dino Spadetto (dal ’66 al ’69 all’Inter, 5 presenze due gol) me la regala il solito figlio del macellaio, chissà che fine avrà fatto (il figlio del macellaio; e pure Spadetto).
Ancor più ironicamente qualche anno dopo l’amore mi porta a Milano dove la mia appartenenza non mi mette più al riparo dalle discussioni che tanto rifuggo; ma ormai devo stare al gioco, come si sa le squadre non si cambiano. E sì, il mare mi manca.

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