Non è brasiliano però

Chissà come si scrive il nome intero di Sheva. Andrij Mykolajovyč Ševčenko, ma per non fare errori di battitura sono andato su Google ed ho fatto copia e incolla. Deve essere stato duro avere un idolo con un nome impronunciabile. Deve essere stato duro, e posso garantirvi che lo è stato davvero, sopportarlo da tifoso avversario, e vederlo puntualmente esultare, con quel suo fare sguaiato, allargando le braccia e agitando la parte inferiore della maglia, negli anni in cui togliersela non era un peccato veniale passibile di ammonizione.

Leggenda narra che quando Sheva – da adesso in poi lo chiameremo così per comodità – arrivò a Milano, dopo il primo allenamento chiese ai compagni “Quando iniziamo?“. “Sheva – gli rispose Costacurta – veramente abbiamo finito“. Lui era abituato ai ritmi di Lobanovski, il primo ad utilizzare un computer nel calcio, l’unico a vincere oltre la cortina di ferro. Nella sua Dinamo Kiev c’è un ragazzo gracile che il Colonnello prende sotto la sua ala: lo fa smettere di fumare e lo sottopone ad allenamenti sfiancanti, fino a trasformarlo e a renderlo perfetto.

Perfetto per un decennio, o quasi. Impietoso il paragone con Ronaldo e Totti, che hanno compiuto 40 anni qualche giorno prima di lui. La carriera del primo è durata pochissimo, a causa di un ginocchio e di una muscolatura inadeguata alla potenza (mai spot fu meno indicato) e di una cattiva propensione agli allenamenti e alla corretta alimentazione; quella di Totti più di 20 anni, forse anche grazie a qualche infortunio e ad una gestione moderata dei carichi degli allenamenti soprattutto nell’ultimo decennio. Gestione favorita ovviamente dal fatto di essere, inequivocabilmente e per meriti acquisiti sul campo, il re di Roma.

Per Sheva il discorso è diverso: gli allenamenti di Lobanovski lo hanno reso una macchina perfetta, ma per dieci anni. La sua carriera è finita prima del tempo, e forse sul più bello, non appena sbarcato a Londra. Il tempo di baciare una maglia sbagliata e farci pensare, non a torto, che in fondo anche lui era un po’ mercenario, pur non essendo brasiliano. Ma è stata una carriera talmente intensa da regalare al Milan scudetti e Coppe. Del rigore contro la Juventus, in finale, si è scritto tanto. Il suo sguardo perso, il suo voltarsi verso l’arbitro in attesa di quel fischio e poi la corsa verso Dida, prima di lasciarsi cadere. Ma il suo gol più pesante lo realizza probabilmente dieci giorni prima, contro l’Inter, nella semifinale maledetta (per noi), quella delle capriole inutili di Oba Oba Martins, e del gol mancato di Kallon, a pochi minuti dalla fine.

Cordoba il distratto gli concede i soliti 3 metri in marcatura – ci sono sempre 3 metri concessi da Cordoba a Sheva in quegli anni – lui si allunga il pallone scivola, ma cadendo mette il pallone nel sette, andando a prendersi l’abbraccio della sua curva. Certe notti Milano ha dei colori meravigliosi – c’è scritto nella coreografia della nord – ed è vero, perché quelle notti di maggio sono bellissime, profumate, chiare. Ed è assurdo pensare che ci sia sempre un ucraino pronto a rovinartele. Due anni dopo giochiamo i quarti di finale, ancora contro di loro. All’andata ci sistemano con un 2 a 0 ma al ritorno possiamo riaprirla. Dida è in una di quelle serate (un giorno capiremo cosa è successo al portiere brasiliano in quelle due stagioni) in cui parerebbe qualunque cosa.

Ci prova Kily, più volte. Ci prova Cambiasso. Il sogno finisce quando Sheva, e chi sennò, chiude definitivamente il discorso anticipando ancora una volta Cordoba e le sue velleità, dando il là ad un increscioso lancio di torce che a noi costerà la squalifica di San Siro e a Dida la perdita dei superpoteri. Passa il Milan, che va in finale (dopo aver superato il PSV) e trova il Liverpool. Il 25 maggio è il 5 maggio all’ennesima potenza. Il loro giorno. Quello in cui Maldini e Crespo chiudono una gara che non assegna Coppe e trofei al termine dei primi 45 minuti. E Sheva? Lui non è in serata. O meglio, gioca splendidamente, ha l’aria di uno che prima o poi la decide, fino a quando il vento non cambia e i suoi tentativi si infrangono contro Dudek.

Certo che abbiamo esultato, non credete ad un interista che dice il contrario. Quando Dudek respinge al mittente l’ultimo rigore e lui, frustrato, prova a metterla in porta, con veemenza, anche nel momento in cui non conta più, il pallone finisce fuori. Un’altra volta. Verrebbe da consolarlo, ma poi pensi a tutte le sue esultanze, alla maglia tirata verso l’alto, alla marcatura di Cordoba (prendilo una volta, Ivan) e un po’ ci godi. Ma con rispetto. Sheva è stato il loro fenomeno. Un fenomeno da laboratorio, meno epico e più costante. Con la lettera minuscola, ma solo perché è ucraino, e le maiuscole puoi usarle con un argentino, con un brasiliano, al massimo con un tedesco. Ma diavolo se era forte questo ucraino.

Nota a margine, post scriptum di un lettore: Ricordiamolo per il gol pescato come un jolly in una partita dominata [da noi] per una novantina di minuti ma in cui la cosa sferica non voleva entrare, se non per farlo due volte in tre minuti quando non c’era più tempo. non era il Milan, era la Dinamo Kiev ed era il 4 novembre 2009, sliding door di un’epica. (via @Manerrante)

3 pensieri riguardo “Non è brasiliano però

  1. ma cos’è questa leccata? ricordiamolo per il gol pescato come un culosissimo jolly in una partita dominata [da noi] per una novantina di minuti ma in cui la cosa sferica non voleva entrare, se non per farlo due volte in tre minuti quando non c’era più tempo. non era il milan, era la dinamo kiev ed era il 4 novembre 2010, sliding door di un’epica.

  2. Era il 4 novembre 2009, non 2010. Sbagliare l’anno della stagione più indimenticabile della storia dell’Internazionale è imperdonabile.

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