Editoriale

Un alieno a San Siro (Frank de Boer e la rivoluzione etica, istruzioni per l’uso)

Di Hendrik van der Decken

Nella domenica di Inter-Bologna, Frank de Boer ha marcato la grande distanza che passa tra lui e la cultura, calcistica e non, del nostro Paese: alcune sue decisioni e dichiarazioni hanno mostrato un altro modo di guidare una squadra, un modo a noi non tanto familiare. Naturalmente i commenti a questi avvenimenti inusuali non si sono lasciati attendere, e registriamo come al solito alcune banalità nella stampa mainstream (“paturnie psicoparacalcistiche” secondo la definizione di un giornalista di Repubblica, che evidentemente guarda ma non fa il minimo sforzo per capire ciò che vede). Fortunatamente non dobbiamo fornire la pappa precotta a nessun lettore, quindi si può ragionare tranquillamente su ciò che abbiamo visto accadere domenica pomeriggio cercando di capire un po’ di più il modo di agire di un allenatore certamente diverso da quelli ai quali siamo abituati.

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In maniera totalmente irrituale per le nostre latitudini, l’allenatore nerazzurro ha deciso di operare una sostituzione per scelta tecnica dopo neanche mezz’ora di gioco, in una squadra già orfana di due titolari infortunatisi nel riscaldamento mattutino. Al 28’ del primo tempo Geoffrey Kondogbia ha lasciato il posto ad Assane Gnoukouri, ventun’anni, del quale l’anno scorso si erano perse le tracce non avendo praticamente mai messo piede in campo. Qui ci sono due azioni non completamente nuove per il calcio italiano, ma sicuramente rarissime: la prima è stata cambiare un calciatore perché insoddisfacente nel suo rendimento in campo nel primo tempo, cosa che da noi ha sempre lasciato strascichi, polemiche, conflitti sotterranei nello spogliatoio. Solo allenatori esperti e, diciamo così, momentaneamente intoccabili si sono permessi di fare un cambio del genere in passato. Qua invece siamo di fronte ad un allenatore che è in Italia da 50 giorni e che 8 giorni fa, a leggere certi giornali e siti web, era a un passo dall’esonero: forse non la mossa migliore per stare tranquillo e passare indenne la tempesta, ma questo la dice lunga sul carattere di chi è arrivato alla guida dell’Inter. La seconda azione inusuale, soprattutto per i grandi club, è affidarsi al giovane che proviene dalle giovanili dandogli fiducia piena, sapendo ed accettando che possa sbagliare ma estremamente consapevole che senza quegli sbagli commessi in situazioni reali e in partite vere, il ventenne promettente non potrà, ammesso che il suo talento potenzialmente glie lo permetta, raggiungere livelli da giocatore da grande squadra molto presto.
Dall’osservatorio privilegiato in cui casualmente mi ritrovo, un italiano che vive nei Paesi Bassi da molto tempo ormai, certe azioni mi risultano molto chiare perché incastonate in un ambito culturale a me noto, ma mi rendo conto della distanza che passa tra Amsterdam e Milano, e quindi forse sono necessarie delle “istruzioni per l’uso”. Prendetele per quello che sono: nessuna pretesa di incontrovertibile verità, solo il mio pensiero basato su ciò che so e ciò che vedo.

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Post-partita, uno
“Quando un giocatore gioca all’Inter deve essere professionale, questo è normale. Per me se un giocatore fa un errore, non è un problema. Però abbiamo parlato molte volte di questo, e se non ascolta deve sentire” (F. de Boer)
Ogni volta che c’è un cosiddetto “caso”, all’Inter come da altre parti, la tendenza che noto – anche mia, sia ben chiaro – è sempre quella di empatizzare col giocatore. Escluso, panchinato, tribunato, sostituito (anche non al 28’ del primo tempo), c’è sempre la tendenza a consolare l’individuo e a mettere pregiudizialmente in discussione la decisione dell’allenatore, il quale deve dimostrare (lui) che in realtà la decisione non è contro l’individuo ma semplice scelta tecnica per il bene della squadra. Il tutto, spesso, viene anche ribadito con forza nelle interviste, dove chi fa le domande fa finta di non sapere di avere appena ascoltato un’ovvietà che non dovrebbe neanche essere ribadita, tanto è scontata. Un allenatore che prende una decisione per il male della squadra si deve ancora vedere, e tra l’altro di solito il sedere preso a calci in caso di sconfitta è sempre il suo, non quello dei professionisti pagati per essere esclusi, panchinati, tribunati, sostituiti.
Frank de Boer domenica pomeriggio ha declinato sul campo una cosa che aveva detto a proposito di alcuni comportamenti censurabili tenuti da Brozovic e per questo escluso dalle convocazioni nelle ultime gare: “nessuno è più importante dell’Inter”. Neanche uno pagato 35 milioni di euro e con il terzo ingaggio della rosa. Probabilmente neanche Icardi, nella visione dell’allenatore olandese, lo è. Se deve sostituire un giocatore dopo 20 minuti per il bene dell’Inter, lo fa. Il giocatore (Kondogbia, in questo caso ma il chi è relativo, credo) è un professionista, è pagato anche per ascoltare ciò che gli istruisce il suo tecnico. Se non ascolta, deve stare a sentire, sedendosi in panchina. Ma questo modus operandi è completamente coerente con quanto detto per spiegare l’esclusione dell’epic-centrocampista: nessuno è più importante dell’Inter.

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Più in generale, intravedo in questo la differenza culturale tra un popolo di geniali individualisti, gli italiani, e un popolo di collettivisti sopravvissuti, gli olandesi. Ci sono spiegazioni storiche sul perché noi privilegiamo l’individuo e abbiamo un senso del collettivo vicino allo zero, ma inutile dilungarsi qui: ogni manuale di storia delle superiori potrà farvi capire che se per 1500 anni la propria vita dipende dal capriccio di un signorotto locale o di un’autorità lontana, straniera e spesso indifferente, la mentalità risultante non può essere che quella di proteggersi individualmente e rispetto al proprio nucleo familiare. È normale, oserei quindi dire, che noi italiani si vada istintivamente verso la protezione dell’individuo, che in questo caso è poi il nostro beniamino che va in campo, piuttosto che pensare al bene comune che è quello della squadra.
Gli olandesi invece sono stati obbligati, pena la sopravvivenza, a basare le loro azioni sulla collettività e sullo sforzo coordinato comune. Non ci si può difendere dalle acque vivendo su un territorio che è per il 60% sotto il livello del mare senza azioni che non possono essere altro che collettive: perché un sistema di dighe non si può costruire individualmente e deve essere armonizzato con tutto il resto. Ognuno è figlio della propria storia, e si hanno sulle spalle 1000 anni di lotte strenue contro la natura, questo non può non incidere sulla mentalità di chi nasce e vive lì. Si cerca il compromesso tra molte teste, ma una volta presa la decisione l’individuo deve attenersi alla direttiva collettiva, pena l’esclusione, anche sociale. Questo accade continuamente: al lavoro, al circolo sportivo, all’assemblea di condominio, a scuola. Capisco le perplessità: quando sono arrivato nei Paesi Bassi e ho cominciato a capire un po’ di più il tipo di società in cui mi trovavo, mi sembrava una mentalità molto restrittiva: in realtà è solo un discorso di priorità che alla fine porta più vantaggi che svantaggi, ma questo è il mio parere personale.

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Altro punto per me di una chiarezza abbagliante, molto olandese (e in generale molto nordico e anglosassone): ruoli e responsabilità sono chiare. L’allenatore X (ma anche il quadro dell’azienda, il responsabile scolastico, il volontario alla società sportiva) è pagato per svolgere alcuni compiti, e tra questi c’è quello di dire al giocatore Y come fare la tal cosa. Se Y la fa e la sbaglia, non c’è problema: ci si lavora insieme finché non la fa bene. Se decide di non farla, allora ci sono conseguenze. In inglese si chiama “accountability” e di solito noi la traduciamo con “responsabilità”, ma non è esattamente questo: essere “accountable” vuol dire rispondere del proprio operato verso qualcun altro. Vi hanno dato un compito, contando sul fatto che siate “accountable” e quindi svolgerete quel compito al meglio delle vostre possibilità per renderne poi conto alla collettività (di squadra, aziendale, del circolo dell’uncinetto, non fa differenza).
In quella sostituzione c’è un po’ di tutto quanto appena esposto – consapevolmente o meno non saprei dirlo, bisognerebbe chiederlo a Frank de Boer – che indica una mentalità molto diversa dalla nostra e alla quale secondo me bisognerebbe fare riferimento se si vuol capire ciò che è accaduto domenica.
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Post-partita, due
“A 23 anni non sei un giovane calciatore, sei un professionista. A 19-20 anni sei giovane” (F. De Boer)
Qui probabilmente più che un post servirebbe un trattato di sociologia. Senza arrivare alle stucchevoli polemiche sui “bamboccioni” e lasciando da parte le lodevoli eccezioni, mi sembra assodato che la società italiana nel suo complesso faccia di tutto per scoraggiare qualsiasi accelerazione della crescita psicofisica dei propri membri. A 30 anni sei un ragazzo o una ragazza, a 40 sei un giovane o una giovane (soprattutto in politica e nei ruoli decisionali), e così via. Se sei un calciatore, a 23 anni sei decisamente giovane, ma se sei un calciatore professionista che guadagna svariati milioni a stagione probabilmente hai perso qualche tutela sotto il profilo dell’età agli occhi dell’allenatore che proviene da un’altro tipo di società meno gerontocratica.

Il calcio italiano di tanto in tanto, e più frequentemente quando i risultati della nazionale non sono positivi, parte sempre con la stucchevole polemica degli stranieri che rubano il posto agli italiani, anche nel calcio. Lasciando da parte quella che a mio parere è un’idiozia, visto che i talenti sufficientemente bravi troveranno sempre posto nelle squadre in cui giocano indipendentemente dal passaporto, fermiamoci un attimo ad analizzare quello che nella cultura calcistica italiana è un “giovane calciatore”.
Abbiamo avuto esempi mediatici sull’altra sponda del Naviglio di giovani di quasi trent’anni, come Luca Antonini. Ma questo è un estremo: quel che invece è abbastanza norrmale, soprattutto nei club di seconda e terza fascia, è vedere giocatori di 22/23 anni che stentano ad essere messi in campo dai propri allenatori, i quali hanno una paura fottuta degli errori che i “giovani” possono commettere. Quindi, alla fine, il giocatore trentenne di lungo corso avrà la preferenza finale confinando in panchina il “giovane”, il quale, poveraccio, non ha potuto sperimentare il miglioramento tramite errori quando aveva vent’anni, e i suoi errori li fa più tardi. Perché? Perché allora era “troppo giovane” e doveva andare in prestito a giocare nella Salcazzese.
Avete capito dove voglio andare a parare: se i giocatori potenzialmente validi non imparano presto a giocare partite tipo, non dico Inter-Juve, ma almeno un Inter-Bologna o un Inter-Empoli, quando avranno la forza mentale e l’esperienza per imporsi ad alto livello?

Mi viene in mente Candreva, buonissimo giocatore che va a farsi un Europeo da titolare ma che divide la sua carriera tutta tra la provincia e la Lazio, in questo momento non un top club, passando per la sponda bianconera di Torino a 22 anni e non lascia traccia, arrivando finalmente per giocare da protagonista in una squadra di alto livello alla soglia dei 30 anni. Poteva diventare un giocatore di club di prima fascia molto prima? Probabilmente sì. Ma l’abitudine a giocare per obiettivi alti devi acquisirla prima che puoi, altrimenti paghi dazio alla pressione. È normale, è umano, è logico, e anche operare sotto stress è una qualità che si può allenare.
Ed ecco quindi che, date le contingenze, Frank de Boer non si fa il minimo problema a mettere titolare della fascia difensiva sinistra Senna Miangue, diciannovenne belga già mandato in campo contro la Juve nel momento in cui Santon ha ceduto fisicamente. Sorprendente? Per le nostre abitudini e latitudini senz’altro sì.
Questo tipo di atteggiamento pro-giovani da parte di Frank de Boer non può non essere figlio della sua storia calcistica all’Ajax e dell’aver vissuto da allenatore il calcio olandese degli ultimi dieci anni, dove i giocatori migliori prima sono titolari nelle loro squadre già a 18/19 anni e poi a 22/23 migrano per lidi dove gli ingaggi sono molto più alti. Ma è figlio anche della cultura generale del suo paese, dove a 18 anni si deve cercare di cavarsela da soli, che sia all’università o al lavoro, andando a vivere per conto proprio, anche se la crisi si fa sentire anche nei Paesi Bassi e il numero di giovani che rimangono in famiglia più a lungo sta aumentando velocemente. E quindi a 18 anni sei giovane, ma a 23 sei nella maggior parte dei casi un adulto formato e responsabile, per quanto decisamente ancora giovane.
Avere l’alieno Frank in panchina potrebbe portare la società nerazzurra ad avere molti più Miangue e Gnoukouri da far crescere tra i più grandi, e magari da poter inserire stabilmente tra i membri della rosa.

Di certo è che giocando di più si valorizzano di più, e chissà che anche altri allenatori possano seguire l’esempio dell’olandese. Sarebbe divertente che un allenatore straniero della squadra tacciata da sempre di non fare il bene del calcio italiano per avere troppi stranieri, aprisse la via per un cambiamento epocale nella cultura calcistica italiana.

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4 thoughts on “Un alieno a San Siro (Frank de Boer e la rivoluzione etica, istruzioni per l’uso)

  1. Nusire ha detto:

    Bel pezzo… Sono Interista da moooolti anni e devo dire che la cacciata di Mancini e la scelta dell’allenatore mi hanno prima lasciato perplesso ma poi mi hanno fatto vedere una linea nuova che aspettavo da un po’.
    Mettere in riga Icardi , Brozo Handa e non farsi scrupoli con Kondo da un segnale molto forte all’ambiente.
    Speriamo si continui così .

  2. Domenico Buzzerio ha detto:

    Avrei voluto scrivere un commento più articolato, ma dopo aver visto la partita contro lo sparta praga, sarò breve e anche cinico(ma lo sarò solo oggi).
    qualche commentatore più preparato avrebbe potuto rinfacciarli il cambio di Milik durante la sua ultima partita con l’ajax, ma prima o poi lo studieranno e le critiche entreranno molto più del merito.
    Per quanto riguarda la sua filosofia, è stata vincente all’Ajax perchè sono arrivati i risultati.
    Senza i 4 scudetti di fila, le sue scelte sarebbero state messe sotto un’altra lente di osservazione. E siccome tutto il mondo è paese, anche qui gli stessi interisti senza risultati molto ma molto presto la pressione e le critiche non sempre riusciranno a trasformarsi in grinta come quella contro la Juventus.
    Mi sembra che De boer sia un allenatore che studia il calcio dei vari campionati, perciò dopo questa partita, per me farebbe meglio a rivedere non dico i suoi atteggiamenti o allenamenti, ma dovrebbe capire cosa non va e perchè alcuni NON VOGLIONO apprendere la sua filosofia.
    Credo che contro la Roma sarà una partita molto diversa, perchè incontreremo una Roma affamata e non spocchiosa come la Juventus.
    Speriamo bene e preghiamo per Ranocchia, Melo, Nagatomo e D’Ambrosio in una miniera di carbone cinese.
    Grazie Hendrick per lo spazio immeritato per scrivere le mie cazzate 😀

  3. Hendrick van der Decken ha detto:

    Ho visto che qualicun altro ha criticato “la santificazione per il cambio di Kondogbia”. Se noti bene, ho solo tentato di spiegare i prncipi che stanno dietro una sostituzione così anomala e di sicuro irrituale. Nonostante il mio parere sia che il cambio è stato azzeccatissimo perché dopo di eso l’Inter ha giocato decisamente meglio, ho voluto lasciare da parte questo aspetto – dove peraltro ognuno può avere la propria opinione riguardo al cambio – di proposito, perché l’esito del cambio è irrilevante.

    E’ evidente che è nella testa di de Boer la motivazione “disciplinare” (ti ho dato delle istruzioni, non mi hai dato retta), ma il punto del mio scritto era proprio volto a rimarcare una differenza di metodo perché poggiata su basi diverse e a noi poco familiari. Da nessuna parte ho scritto, anche perché sarebbe una stronzata, che queste basi siano migliori e che quindi portino a risultati migliori sul campo.

    Ma se non si legge l’operato degli individui attraverso i principi che ne reggono le azioni, diventa facile scambiare per paturnie dei cambi al 28′, cosa che in de Boer assolutamente non è e non poteva essere. Spero di aver chiarito i tuoi dubbi con questa aggunta.

    Su Sparta-Inter c’è poco da dire, o da ribadire nel mio caso: non mi ha sorpreso, le limitazioni della rosa e la scarsezza dei cambi sono oggettive. De Boer ha fatto delle scelte secondo me dovute sempre a discorsi legati alla preparazione cambiata in corsa, e ha fatto scelte che evidentemente non hanno pagato. A lui l’onere di trovare la soluzione, visto che è il suo mestiere.

    Un saluto

  4. Pingback: La Rassegna Stampa del pallone, settembre 2016 - Sportellate

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