Editoriale

Odi et Amo: fenomenologia di un amore

Perché Ronaldo si ama, nonostante tutto

Sono stato un privilegiato. Uno dei pochi tifosi ad aver visto un marziano giocare nella propria squadra. La luce divina è scesa su San Siro nell’anno di grazia 1997/1998, poi ha preso piano piano ad oscurarsi, fino a eclissarsi. Ma questo non me lo ricordo, o forse non voglio ricordarlo, accecato d’amore e di bellezza. Ho visto il Fenomeno giocare, e da allora nulla è stato più come prima. Nessun dribbling, nessuna discesa in campo aperto, nessun sorriso. Ci sono voluti anni per ammettere che anche quell’altro, quello portoghese, fosse degno di chiamarsi così. Un onore conquistato sulla continuità, sulla forza muscolare, sulla progressione e sui gol. Ma Luis Nazario era comunque un’altra cosa. Mi diranno del tradimento, del suo passaggio al Milan e dell’esultanza nel derby. Ma questo suo farsi uomo, così laico, e così lontano dalla pubblicità di qualche anno prima che lo ritrae come un Redentore, andando a giocare con quegli altri, l’ho persino apprezzato. In fondo a loro non ha mica fatto vedere ciò che ha fatto vedere a noi. Interismi. Ci sono giocatori che non hanno bandiera, eppure nessuno si azzarderebbe a chiamarli mercenari. Uno su tutti è Roberto Baggio. Juventus, Milan, Inter; Roberto, se non si fosse chiamato Baggio, e se non fosse stato il campione di umiltà e correttezza che è stato, sarebbe passato alla storia come un voltagabbana. Ronaldo è un altro di quei giocatori troppo forti per legare il suo nome ad una squadra sola. Ma nel nome dell’Inter ha vissuto l’estasi di una stagione favolosa, il dramma di uno scudetto perduto e la fine simbolica della sua prima vita, dopo l’infortunio dell’Olimpico. Quel campo maledetto, dove piangerà ancora. La sera del crack, mi sono girato dall’altra parte. Non volevo guardare il ginocchio, non volevo guardare il suo volto. Perché come tutti sapevo che il calcio aveva perso per sempre il più grande giocatore di tutti i tempi. Il più grande, e non accetto discussioni consapevole della mia partigianità. Lo sapevo io, lo sapeva Lippi, lo sapevano i compagni con le mani tra i capelli. Riavvolgo il nastro e penso al dribbling con il quale fa sedere Marchegiani. Nella notte in cui Nesta va a vuoto più volte che in un’intera carriera. Di Mosca, e della sua danza nel ghiaccio ho già parlato troppe volte. Il fenomeno in calzamaglia è l’immagine che vorrei conservare, idealmente, in una di quelle sfere in cui la neve va su e giù. Una palla di ricordi nella quale Ronnie resta sempre lì, immortale, non soggetto alla caducità del corpo, del tempo e di un fisico troppo esile per poter reggere quelle sterzate nel fango. Ronaldo è un sorriso a trentadue denti, anche se tutti ne ricordiamo due, e il pianto disperato di un bambino che una notte, quella più sbagliata, chiede di andare via. O me o Cuper e questo è l’unico particolare della storia che avrei voluto omettere, io che per Hector sarei andato anche in guerra. L’abbiamo visto vincere ancora in un Mondiale noioso e pilotato male dai coreani, poi ne abbiamo seguito distrattamente gli anni di Madrid, dove era uno dei tanti, e una sera ci siamo ritrovati persino a dover scegliere di tifare tra lui e la Juventus, sognando di affrontarlo e batterlo in una finale di Champions che non giocheremo, perché Kallon (mica il fenomeno) sbatterà contro Abbiati un pallone che poteva ribaltare uno stadio. Io ti ho perdonato, Ronaldo. Perché se l’Inter è una cosa da raccontare ai nipoti non si può non raccontare del Fenomeno. Quello che abbiamo visto solo noi. Perché un po’ voglio pensare che l’hai fatto apposta a non farti vedere più così bello, veloce e sorridente con la maglia di quelli là.

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Perché Ronaldo non si ama 

Un intero rettilineo in dormiveglia, il colpo di sonno più lungo della mia vita. I radiogiornali che si rimpallano la notizia della morte di Lady D e noi che impavidi risaliamo l’Italia per vedere il suo esordio. Partenza notturna, stanchezza terribile e inevitabile colpo di sonno. Il mio amico che si sveglia  a metà di quel ponte sospeso sugli Appennini e si accorge che dormo, con il piccolo e non trascurabile problema che guido io. Ho rischiato la vita per Ronaldo, l’ho amato, ho vissuto l’estasi calcistica del suo primo, incredibile anno e sono caduto nel grande equivoco della sua sincerità, della purezza delle sue lacrime, tutte le sue lacrime. Da quelle versate dopo lo schianto con Iuliano, quando disse che era molto triste e chi chi amava il calcio non poteva non esserlo a quelle disperate del 5 maggio. Non ho mai visto un giocatore determinante come Ronaldo, non ho mai più visto San Siro scossa dall’elettricità che la attraversava a ogni sua giocata, a ogni singola folle accelerazione del Fenomeno. Mi sono commosso per le sue finte su Marchegiani e Nesta, ero a Parigi quella notte e ho pensato di aver assistito a una nuova forma d’arte, a un’estrema declinazione del balletto applicato al calcio. Sono uno di quelli che può dire di aver vissuto un’esperienza calcistica paranormale, uno degli abbonati di quella stagione (1997/98), e delle successive, tra infortuni e drammi personali. Ho pianto per Ronaldo, pianto singhiozzando come per un lutto quando il suo ginocchio ha deciso di rifiutare quella muscolatura ipertrofica e di respingere le sollecitazioni e si è rotto nel dì di festa, in quella stupida partita di Coppa Italia che doveva segnare il ritorno del più forte di tutti. Ho sofferto per un addio un po’ vile, perché una storia così bella e poi drammatica non può e non deve finire con una fuga notturna e poche, frettolosissime parole. In quel caso, anche in quel caso me la son presa con la Società e la sua fragilità estrema e non con il Fenomeno, che diceva di essere stato costretto ad andarsene da Hector Cuper, dal povero e perdentissimo Hombre Vertical. Difficile rimanere troppo a lungo in una squadra in cui non si vince mai, nemmeno quando ti mettono accanto Vieri e uno dei tuoi idoli, Roberto Baggio. Lo avevo perdonato, continuavo ad amarlo. Poi ha scelto di insultare il nostro amore incondizionato e la sua stessa intelligenza passando due stagioni grottesche al Milan, senza negarsi il piacere di un gol nel derby, un gol velenoso con un’esultanza velenosa, anche se continuo a pensare che il danno ormai fosse fatto. Ronaldo è stato il più strepitoso calciatore che io abbia visto scendere in campo con la maglia dell’Inter ma anche uno dei meno degni di indossarla, alla lunga. Il professionismo porta a scelte difficili ma ci sono cose che per rispetto di una travolgente storia d’amore non andrebbero fatte, per preservarne il ricordo e il valore. Ronaldo è quella che ti lascia e e per farti soffrire si mette con il tuo nemico più insopportabile, quello che vive in funzione delle tue sconfitte. Non importa che il Fenomeno sostenga di aver chiesto di tornare all’Inter e di aver scelto il Milan solo dopo il rifiuto. C’erano almeno altre 20 squadre che lo avrebbero voluto e ricoperto d’oro, il Milan è stata una scelta libera e ponderata, esultare dopo quel gol (alla fine di una settimana drammatica per noi, quella della sconfitta di Valencia e conseguente rissa in campo), sono state scelte libere e mature. Il mio non è odio, ci mancherebbe. Ronaldo non merita di essere odiato, è così patetico con i suoi prodotti per la ricrescita dei capelli, il ventre gonfio e le partite di poker, così minuscolo quando chiede di essere inserito tra i grandi della storia dell’Inter ed è così piccolo il danno che ci ha fatto con  quelle stagioni milaniste che quasi vale la pena di dimenticare. Infatti Ronaldo non merita di essere odiato perché piuttosto è l’indifferenza, la più colossale indifferenza l’unica moneta di cambio che meritano le sue scelte. Ricordando con affetto il ragazzo simpatico e che arrivò a Milano nel 1997 portando in dote il Pallone d’Oro, dimenticando il signore sovrappeso e grottesco che ebbe voglia di segnare in un derby per vedere che effetto avrebbe fatto la sua esultanza rabbiosa ma non troppo.

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