La Quarta Dimensione (pezzi lunghi e molto intelligenti del sabato)

Di Hendrik van der Decken
Ho letto ieri su Twitter di sfuggita qualcuno che ha scritto: “Il problema è che noi dagli anni ’80 non ne vogliamo uscire!”. Da vecchio e insofferente quale sono mi sono ricordato subito dell’insopportabile revival degli anni ’60, quando i miei genitori avevano circa la mia età: mi chiedevo per quanto avrei dovuto sopportare quella rottura di balle imperante che sguazzava tra “Bandiera Gialla” e Bobby Solo.
Me ne sono ricordato perché in effetti gli anni ’80, e pure un pezzo dei ’90, oggi li vedo proprio come i miei vedevano gli anni ’60. Tre colpi di cassa, Frankie che grida “Relax!” ed è subito quarta liceo, gli amici, il mare della mia città di allora, il primo amore serio. Insomma, alla fine il tempo del revival non è altro che una profonda nostalgia di quando avevamo vent’anni. La musica conta fino a un certo punto, i film e la TV pure: non importa se fossero davvero buoni come pensiamo oggi che siano; è il desiderio di tornare là, quando avevamo un mondo di opportunità tutte possibili e inesplorate, e tutta la vita davanti.

Nel microcosmo compresso del tempo nerazzurro, ad ogni disastro di novanta minuti che ci tocca assistere, la nostalgia dell’Inter invincibile torna sempre a galla, anche nel più razionale dei tifosi: il tempo in cui la squadra era forte, ti lamentavi di gente in panchina che oggi sarebbe la stella assoluta della rosa o giù di lì, e avevi un mondo di opportunità davanti al tuo futuro di tifoso.
A differenza dell’età biologica, ché quella non puoi fermarla se non in modo abbastanza drastico e non auspicabile, e a differenza della valutazione estetica su musica e spettacoli operata dalla lente deformante del tempo, i risultati non possono essere alterati: quell’Inter vinceva, stravinceva, era solida, e apriva nei nostri orizzonti temporali un futuro luminoso.
Soprattutto, nel mio pessimismo cosmico, mi ero adagiato sulla logica considerazione che quelle serate foriere di incazzature e prese per il culo grazie a nomi di giocatori improbabili e squadre ancora meno probabili, erano finite per sempre: certo, vincere altri cinque scudetti di fila dopo i primi cinque sarebbe stato improbabile e contro la logica delle cose, ma una costante competitività, che è quello che alla fine ogni tifoso vorrebbe dalla sua squadra, quella sì, quella mi sembrava davvero a portata di mano. E farla finita probabilmente per sempre con gli Aaltonen (quanti docenti universitari al mondo possono dire “sapete, una volta ho segnato un gol della madonna all’Inter”? ve lo dico io: uno. Lui).
Cos’è successo? Perché l’Inter è entrata in un loop temporale in stile Groundhog Day con Bill Murray a rappresentare tutti noi tifosi della Beneamata? Perché ogni stagione è stata “peggiore della precedente e migliore della successiva”, come tormentava sui social @_cristiano73? Ogni stagione è naufragata contro gli scogli del “vincere subito”, dell’”obbligo di essere in CL”, del “noi siamo l’Inter”, tutti slogan ed auspici legittimi ma controproducenti se devono essere tradotti in risultati da raggiungere a tutti i costi con Rocchi, Schelotto, Gargano, e via tristemente elencando fino agli odierni orrori visti ieri sera pascolare immotivatamente sul prato di San Siro, indossando dei costumi inneggianti a note gazzose, e regalando la serata della vita a un oscuro club israeliano al suo esordio assoluto sul palcosenico europeo.
Sognavo che certi nomi di squadre sinonimo di fegato infiammato, tipo Hapoel Beer-Sheva, sarebbero finite per sempre nel momento in cui il 23 maggio 2010 il presidente che ha vinto tutto avesse detto a noi tifosi: “Ragazzi, ho fatto uno sforzo oltre il possibile e forse l’impossibile per regalare questa vetta probabilmente ineguagliabile che ci sta facendo vivere momenti indimenticabili per tutti noi. Adesso bisogna voltare pagina perché quest’impossibilità non può più essere sostenuta, e i conti non sono tanto simpat-tici: bisogna rifondare, tornare grandi attraverso un’altra via, magari un allenatore che possa far crescere giocatori giovani, man mano che i nostri eroi van via verso nuove sfide, con un gioco solido che sia costruito nel tempo. E certo, sopporteremo insieme che per un paio di stagioni saremo lontani dalla vetta, ma un po’ di tempo possiamo permettercelo”.
Ecco, di nuovo il tempo, la quarta dimensione: che cos’è il tempo? Sant’Agostino rispondeva “se non me lo chiedi lo so, ma se invece mi chiedi cosa sia non lo so più”. Se lo chiedi ai tifosi interisti è diventato un cerchio dove incontri le stesse persone, gli stessi giocatori (anche quando non lo sono, poi in campo vedi che son gli stessi), gli stessi progressi, gli stessi fallimenti, gli stessi allenatori tritati (anche quando cambiano di nome e persino nazionalità), gli stessi errori, da troppo tempo, senza mai uscirne fuori. Perché quell’idea di gestione programmata da lungimirante dirigenza non ha mai avuto luogo, lasciando – purtroppo o per fortuna, non lo so – spazio esclusivo ad una gestione tifosa finché gli obblighi della ragioneria hanno avuto precedenza assoluta fino al punto di fare provini a ex-calciatori per vedere se potevano rappresentare un rinforzo possibile. Da lì in poi cambi di proprietà, transizioni difficili di per sé aggravate da cambi radicali di cultura, manageriale e non, non hanno invertito la rotta, almeno fino ad oggi.
Ora, rimbalzando al settembre 2016, ci sono solo due modi per affrontare la questione: o continuiamo a stare su quel cerchio, e quindi possiamo tranquillamente parlare dell’ennesimo cambio di allenatore (cosa che mi aspetto, anche se spero che nessuno sia così imbecille da pensare di mandare via quello attuale a stagione in corso) e ricominciare da zero. Per la settima volta consecutiva.

Oppure cambiare improvvisamente schema e sopportare i colpi, anche quando arrivano da tale Buzaglo, (Aaltonen, in ebraico: me l’ha detto la mia vicina di casa israeliana) cercando di portare avanti un discorso compiuto che passi necessariamente attraverso delle delusioni, anche belle forti.
Sembra evidente, e quasi offensivo verso chi legge rimarcarlo, che cambiare allenatore al 10 di agosto NON È probabilisticamente parlando una mossa destinata a regalarti una stagione di grandi soddisfazioni. Il mio personale convincimento era ed è che ogni giorno passato con Roberto Mancini dal momento in cui ha esordito con quella conferenza stampa di presentazione della stagione, è stato un giorno buttato. Ma se anche avessero cambiato la guida tecnica al primo giorno di ritiro come avevo auspicato, in ogni caso le probabilità di aver buttato nel cesso la stagione sarebero state altissime. Figurarsi il 10 di agosto.
Cosa vuole fare questa nuova proprietà? Ripartire da zero ancora una volta, resettando il cronometro, o approfittare di questa situazione e buttare delle basi che qualcuno in futuro, magari non Frank de Boer, possa utilizzare al meglio? Se c’è una cosa che la percezione del tempo ci può insegnare è quella che non passa allo stesso modo per tutti: quindi, il consiglio di un vecchio tifoso interista insofferente non può essere che questo: datevi una misura oggettiva. Aspettate fino a un tempo dato, che sia ragionevole. L’allenatore stesso ha risposto a domanda precisa: “Vedrete la squadra che voglio più o meno a gennaio”. Gennaio non è una percezione, è una misura: aspettare gennaio e nel frattempo pregare di non incazzarsi troppo è la cosa più giusta – e anche la più difficile per tutti noi drogati di Inter – da fare, osservando come de Boer nel frattempo possa, se in grado, mettere in piedi una squadra di almeno 14/15 giocatori su cui fare affidamento. A gennaio, se le cose non sono come l’allenatore ha previsto, è giusto che ci sia della critica, anche feroce.
L’interismo non è facile, purtroppo questa squadra nelle ultime cinque stagioni non perde occasioni di ricordarcelo. Ma se volevamo un tifo molto facile sappiamo tutti dove dovevamo andare: là dove purtroppo vincono, ma i calcoli sul tempo non li sanno fare, e a dire il vero hanno un sacco di problemi anche con le addizioni di base. Domenica è l’occasione giusta per inizare un nuovo tempo, spezzare il cerchio e dare un calcio nel culo alla marmotta alla salute di Bill Murray. Che ognuno faccia la sua parte, in primis i giocatori. Il resto verrà da sé.

2 pensieri riguardo “La Quarta Dimensione (pezzi lunghi e molto intelligenti del sabato)

  1. “Ogni stagione è peggiore della precedente e migliore della successiva” –> falso, la stagione 2015/2016 è stata incontrovertibilmente migliore della precedente.

    55 punti –> 67 punti (migliorando anno su anno del 22%, miglior risultato delle ultime 5 stagioni. Era da 9 anni che l’Inter non migliorava così tanto la performance in campionato sull’anno precedente)
    ottavo posto –> quarto posto (miglior risultato delle ultime 5 stagioni)
    rosa in continuo deprezzamento–> rosa in apprezzamento
    48 gol subiti -> 38 gol subiti (miglior difesa delle ultime 6 stagioni: ovvero migliore difesa post-Triplete)

    Abbastanza assurdo pietire continuità di fronte ad una squadra allo sbando quando di fronte ad una squadra che stava migliorando, nei fatti e non nelle chiacchere, si preferiva cambiare.

  2. Hendrik sono d’accordo con te al 100%.
    Purtroppo la maggior parte di tifosi viene bombardato da giornali e tv (quello che vede non aiuta purtroppo) e sono tutti a dire che FDB non va bene e che è meglio Capello (Capello!) o Prandelli (Prandelli!). Loro hanno amici tra i giornalisti, Frank no.
    Detto questo spero che la nuova proprietà non si lasci influenzare e continui con De Boer. Abbiamo dato un anno e maezzo a Mazzarri, altrettanto a Mancini: diamogli almeno quest’anno di tempo a lui.
    Penso che alla fine di questo campionato si avrà per la prima volta da 5 anni a questa parte una squadra con un gioco organizzato in cui l’unica cosa da fare per la proprietà è quella di uscire i soldi per sostituire i gli asini con i cavalli di razza. cosa che sembra abbia intenzione di fare. In più sono sicuro vedremo finalmente qualche giovane canterano sbocciare (penso a Dimarco che con FDB giocherebbe già titolare in questa Inter).

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