Immensamente Julio

È l’inizio del secondo tempo di Inter – Bayern Monaco, una finale di Champions passata agli archivi come una formalità. Come se il grosso fosse già stato fatto al Camp Nou, e gli idranti avessero già benedetto la Coppa del destino. Sono passati pochi minuti dall’inizio della ripresa è l’Inter è avanti di una rete. Ha segnato Milito, e chi sennò, e tutto sembra procedere secondo i piani. Ma nei piani di Mourinho, uno che le pensa e le prevede tutte, c’è spazio anche per la sofferenza. Ha predicato ai suoi, e alla stampa, di aspettarla e affrontarla con serenità. “Arriverà un momento, in questa partita – dice in conferenza stampa – in cui avremo bisogno di tutti. Avremo bisogno della corsa del Capitano, di un recupero di Cambiasso. Arriverà il momento in cui Julio sarà chiamato a fare una parata importante“.

È già successo al Camp Nou di Barcellona, una della più grandi prove di resistenza al dolore (calcistico, ovviamente) che un tifoso, non solo nerazzurro, abbia mai dovuto sopportare. In dieci per un’ora, nel campo più largo del mondo e con i talenti incarogniti del Barcellona che venderebbero la pelle pur di andare a giocare la finale a Madrid. È quella notte che si consacra “L’Acchiappasogni“.

Mourinho dice proprio così “Arriverà il momento della sofferenza” quasi a far capire ai suoi che in effetti il grosso è stato fatto, ma guai a pensare che non ci sarà da soffrire, lottare e stringere i denti. Chiama il suo portiere, quello che non salta nemmeno la finale di Coppa Italia, Julio, perché per tutti, all’Inter, è un amicone. Una di quelle persone che abbracceresti per strada. E infatti, puntuale come ogni previsione di Mourinho, all’inizio del secondo tempo arriva il momento (non così) tanto temuto. La grande occasione del Bayern è un tiro di Robben che gira proprio verso l’angolino alto alla destra di Julio Cesar. Che si allunga e devia in calcio d’angolo. Poi si alza, sorride (Handanovic leggimi) scambia un cinque con Cambiasso e un complimento con Lucio e riprende la sua posizione. Normalità. Il momento di sofferenza che Mou aveva previsto è alle spalle. Qualche minuto dopo arriverà il raddoppio e Julio potrà correre felice nella sua area di rigore, alzando occhi e indici al cielo, per ringraziare il Signore.

Si può parlare di Julio Cesar come di un anti-divo. Certamente è molto diverso da i portieri che l’hanno preceduto in nerazzurro. Da queste parti siamo di bocca buona. A parte la parentesi Frey (che non era un brocco, ma nemmeno Zamora), all’Inter si sono succeduti quattro nazionali: Zenga, Pagliuca, Peruzzi e Toldo. Estroversi i primi due (Zenga più di Pagliuca, conduceva una trasmissione in TV, “Forza Italia”, il giorno prima delle partite), molto introversi i secondi, in ogni caso tutti grandi portieri. Quando Mancini si accorge che Toldo non è più la saracinesca del 2000, e che ha iniziato a soffrire in particolar modo le uscite e il gioco con i piedi, decide che è arrivato il momento di rischiare. Julio, non ha giocato mai da titolare al Chievo, ma in Brasile è già un’istituzione, tanto da aver conquistato il cuore di Susana Werner, prima fiamma di Ronaldo. La Coppa America del 2004 passa dalle sue mani, ma i tifosi interisti non li convinci facilmente con un portiere brasiliano, nemmeno se viene nominato “L’Acchiappasogni“.

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Non fu amore a prima vista. L’ombra di Toldo resta pesante nei primi mesi, ma se Mancini ha già provato a sostituirlo con il 40enne Alberto Fontana, vuol dire che Julio non corre il rischio di un dualismo. Commette qualche errore, vero, ma nessuno da tramandare ai posteri. Soffre soprattutto sulle punizioni, perché non è né altissimo, né particolarmente esplosivo, ma migliorerà molto il piazzamento che da sempre è la migliore qualità dei portieri. Inoltre, particolare da non sottovalutare, indossa il numero 12, un numero che non è propriamente quello dei grandissimi portieri.Ma Julio è un uomo furbo, oltre che generoso, e capisce che il prezzo della convivenza può essere il numero 1. Lo lascia a Toldo, in cambio del posto da titolare e di una fedeltà che durerà negli anni. L’umile Cesar sa anche far tesoro dei consigli dei numeri 1 che incontra sulla sua strada. Prima Marchegiani al Chievo, che lo tratta come un fratello minore aiutandolo a lavorare sui fondamentali e sulle differenze tra il calcio brasiliano e quello europeo. Poi Toldone, che dalla seconda stagione in poi  accetta e sublima il ruolo di secondo, sgombrando il campo da dannosi dualismi. Nei primi anni Julio Cesar soffre particolarmente il freddo. Gioca in calzamaglia e si protegge le orecchie, ma non appena Milano diventa casa sua sembra di vederlo giocare sulla spiaggia di Copa Cabana anche a zero gradi.

Più che un elenco delle parate, verrebbe spontaneo un elenco di gesti. La sua esultanza sfrenata, gli abbracci con Lucio e Maicon, il petto a petto di gioia con Walter Samuel a ribadire un rapporto strettissimo con i suoi guardiani. Quella sera in cui decide di tornare a casa a piedi, dopo l’unica grande papera della sua carriera. Un’auto-punizione che nessuno si sarebbe sognato di dargli ma che Julio decide di infliggersi. C’è ancora il Bayern Monaco e Julio si sente il colpevole di una sconfitta che verrà incredibilmente ribaltata al ritorno con l’ultimo grande squillo europeo dell’Inter. Quella sera Julio non può prevederlo. Torna a casa e piange, come farà spesso. A volte di gioia, altre volte per disperazione. Le sua lacrime sono sempre sincere, non hanno nulla di costruito. Piange dopo Madrid, piange dopo aver superato gli ottavi di finale contro il Cile parando tre rigori, piange di dolore dopo aver preso sette gol dalla Germania nella semifinale dei Mondiali.

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Non è stato un super uomo, è stato un uomo, e per questo lo abbiamo apprezzato, anzi lo abbiamo amato. Perché se per definizione il portiere è il giocatore più cinico, quello più freddo e distaccato (e il discorso vale anche per i brasiliani, il dirimpettaio Dida è stato un portiere molto più europeo in questo senso), Julio è stato un portiere caldissimo, capace di mostrarci tutti i suoi sentimenti, comprese le sue debolezze. Sempre pronto a sfoggiare un sorriso, un segnale: “È tutto sotto controllo ragazzi, io ci sono“. Ed è davanti alla cupezza di Handanovic che la nostalgia si fa più forte. Para e sorridi Julio. E se ti freme qualcosa nel cuore, piangi pure. Tanto noi sappiamo che tu ci sei sempre. Immensamente Julio.

2 pensieri riguardo “Immensamente Julio

  1. la parata su Messi in un certo senso valse la coppa. Inutile dire che se quella palla fosse andata dentro, con più di un tempo da giocare non ci sarebbe stata speranza; dal replay Messi sembra già in procinto di esultare… Julio, come dici tu, lo avresti abbracciato per strada; come altri dei ragazzi del Triplete aveva qualcosa che, a dispetto del non essere italiani o tantomeno nati interisti, ce lo rendeva familiare. A me viene in mente anche Inter-Chelsea, che rischiò di saltare perché andò a sbattere con la macchina, per andare a comprare il latte, dissero… La giocò con un occhio livido, e prese un gol davvero evitabile da Kalou, ma si riscattò con almeno una parata importante. Una delle ultime cartoline, la linguaccia a Ibra, anche se non gli andò bene quella volta.
    Nostalgia, comunque. Aspettando di provare di nuovo quel legame un po’ speciale con qualcuno dei nuovi.

  2. Attenzione alla gaffe… guardate che essere “di bocca buona” significa “non avere pretese, mangiare di tutto”, cioè esattamente il contrario di quello che noi siamo da queste parti: persone dal palato fino, buongustai. Di bocca buona saranno semmai i cuginetti gonzi…

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