Editoriale

Chi ha paura dell’uomo nero?

 

Scegliete tra i seguenti aggettivi: “potente”, “strano”, “diabolico”, “controverso”, “misterioso”, “evasore”. Associatelo al nome Kia Joorabchian e avrete creato un buon incipit per qualsiasi articolo in un qualsiasi giornale sportivo italiano.

I termini sopra elencati non ce li siamo inventati. Li trovate tra quelli maggiormente utilizzati dalla stampa nel nostro Paese (non tutta, ma la più influente) per descrivere il consulente di mercato scelto da Suning per l’Inter post Roberto Mancini.

kia

Kia Joorabchian non è un personaggio conosciuto al grande pubblico sportivo italiano. Non sappiamo come è fatto se non per qualche fotografia, non si è visto in tv, rilascia interviste raramente, di lui sappiamo poco.

Già, che sappiamo?

Sappiamo che è un broker finanziario di 45 anni, di padre iraniano, fuggito all’età di otto anni dalla rivoluzione Khomeinista, vissuto tra Canada e Inghilterra, uno che forse ha cambiato cognome (si narra che sui primi passaporti ci fosse il scritto Kiavash), uno che ha rinunciato a fare l’università per dedicarsi alla finanza muovendo i primi passi all’International Petroleum Exchange. Uno che, per lavoro, ha sempre creato fondi e, come la maggior parte dei broker, sposta denaro per fare denaro anche servendosi di paradisi fiscali.

E che dopo pochi anni,  grazie anche a un giro di amicizie con i magnati russi d’Inghilterra (il defunto dissidente miliardario Boris Berezovsky e il sempre vivo Roman Abramovich), scopre che oltre nel petrolio i soldi girano anche nel mondo dello sport e, in particolare, nel calcio. Soldi facili, con pochi rischi e molti profitti. E per questo crea la Media Sports Investments (Msi) e servendosi della sua esperienza finanziaria inizia a spostare giocatori come fossero capitali.

E in questo è bravo e spregiudicato.

Nel 2004, ad esempio, prende il controllo del Corinthias. Qui ci fa circolare alcuni giocatori provenienti dall’Argentina che di sponda arrivano in Europa. Alcuni di questi giocano effettivamente in Brasile, altri neanche ci mettono piede. Quando sbarcano in Europa approdano in un’altra società “amica” come il West Ham dove poi vengono dirottati verso altri lidi. Tra i tanti, ci sono nomi famosi come Carlitos Tevez e Mascherano. La triangolazione societaria dovrebbe servire per rendere difficile verificare cifre e conti.

Kia Joorabchian non è, perciò, un santo e, probabilmente, non fa beneficenza e non assiste i poveri. Di sicuro ha fiuto per gli affari, ma non meno, e arriviamo al punto, di altri procuratori e altri businessman che occupano l’Empireo degli affari del calcio e che sono riveriti e guardati con rispetto dalla maggior parte della nostra stampa.

Rientra nella ristretta cerchia dei “super agenti”, quattro in tutto, che fanno faville nel mercato del calcio.

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Il primo è il portoghese Jorge Mendes, che con la sua Gestifute International ha tra i suoi clienti Cristiano Rolando, Radamel Falcao, James Rodriguez e Angel Di Maria (mica cotiche). Mendes è il secondo agente più ricco al mondo (secondo Forbes) dopo il re del baseball Scott Boras, con commissioni stimate, per il 2015, di circa 95 milioni di euro e un giro di affari di circa 950 milioni in contratti.

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Il secondo è Mino Raiola, di cui conosciamo le forme (piuttosto rotonde), la pazienza con Balotelli, e una parte del conto in banca (per Forbes nel 2015, dunque pre Pogba, ha chiuso con 28 milioni di commissioni e contratti per un valore di 265 milioni di euro). Raiola da anni fa e disfa il mercato dei giocatori in Europa e in Italia, alle volte con campioni veri altre con pippe mostruose. Ma è simpatico e parla moltissimo.

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Il terzo è Pini Zahavi. Iscritto presso la lista degli agenti Fifa di Israele, Zahavi è il decano degli agenti, uno che inizia a fare compravendite negli anni ’80 dopo essere stato giornalista, con un fiuto pazzesco per gli affari tanto da sperimentare e perfezionare, per primo, il meccanismo delle triangolazioni societarie per il passaggio dei giocatori. Lo fa, anni addietro, controllando una società satellite o “paravento”: il Locarno. Questa piccola realtà, agli inizi degli anni Duemila, vede transitare una marea di campioni. Alcuni  molto bravi, come Gonzalo Higuain, ma solo per alcune ore o giorni, cioè prima di essere rivenduti a squadre più ricche e blasonate.

Il quarto, come detto, è “il nostro” Kia Joorabchian.

Uno squalo, dunque, ma nella stessa misura degli altri che infestano il mondo del calcio.

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Eppure Kia Joorabchian è il solo ad essere descritto come il capo di una sorta di Spectre mondiale. Ci si accorge di lui solo ora e non, ad esempio, quando indirizzò Tevez (ancora lui) alla Juventus facendosi beffe di Adriano Galliani con il quale aveva intavolato una infinita trattativa. Quell’operazione fu presentata come un brillante successo di mercato. E Tevez venne incensato come pochi. Ma sempre di Kia Joorabchian si parlava.

E continuando, tanto per citare random qualche caso, perché la stessa attenzione mediatica non la ebbe, ad esempio, Mendes quando cercò di spostare Guarin (suo assistito per conto di un procuratore italiano) dall’Inter sempre alla Juve? O Zahavi con le sue operazioni spericolate su Eto’o e la Sampdoria?

Perché questa attenzione adesso, ora?

Una risposta, in verità, non l’abbiamo. Sappiamo solo che siamo di fronte a un fatto nuovo per il nostro calcio. Una nuova dirigenza, straniera, si è affidata a un fondo internazionale per creare una squadra, che si suppone essere solida e fin da subito competitiva, non sottoposta a capricci di allenatori-manager. Può dispiacere a qualcuno ma è così. L’arrivo di De Boer significa questo.

Naturalmente non siamo ciechi.

E’ un’operazione rischiosa. Delegare un intero mercato a un agente può essere pericoloso e controproducente. Supponiamo, ma anche qui non abbiamo certezze, che in questa fase di passaggio sia il metodo più rapido e, in certo senso, “sicuro” che i cinesi hanno per tenere sotto controllo un ambiente, del quale sanno pochissimo, senza ricorrere alla consulenza di ex presidenti che hanno buttato il cuore, e non solo, oltre l’ostacolo.

Detto questo non ci si può neanche stupire facendo finta di essere scesi adesso dalla montagna e dire che siamo di fronte a un’operazione inconsueta nel calcio. Non è un’operazione fuori contesto. Per costruire il Chelsea, in prima battuta, Abramovic si è affidato anima e corpo a Zahavi. Mendes detta ancora legge al Real Madrid.

Kia Joorabchian non è, dunque, l’uomo nero. E’ uno che fa affari con il calcio. Come gli altri.

Che poi ci piaccia o meno questo è un altro discorso.

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One thought on “Chi ha paura dell’uomo nero?

  1. Ecco, a me non piace. Incidentalmente, gli interessi di Kia e degli altri supermediatori può coincidere con quello di una squadra, ma sul medio-lungo termine è certo il contrario. Come guadagnano costoro? Comprando e vendendo. Cioè, spostando giocatori. Il massimo sarebbe far cambiare maglia ogni anno. Provvigione per il procuratore, aumento dell’ingaggio per l’assistito. Come si fa a costruire un “progetto” con queste basi? Già è miracoloso che Tevex sia stato due anni di fila alla Juve, ma ha cambiato 7 maglie in 13 stagioni. E chi non cambia maglia, resta ma con continui aumenti di stipendio (vedi Mascherano o CR7).
    Vorrei fare il tifo per una squadra che ha un suo gruppo dirigente, che fa progetti a breve, a medio e a lungo termine, e accumula cultura sportiva. La nuova Inter non mi pare vada in questa direzione. Poi, può pure vincere, ma erano altri a dire che vincere è l’unica cosa che conta.

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