Editoriale

Di male in De Boer (meglio)

La premessa è che ad agosto si sta come ad agosto e mai ci saremmo aspettati di commentare un pasticcio del genere a sole due settimane dalla prima di campionato. Stabilita questa semplice e triste verità possiamo affrontare l’affaire Mancini. Roberto Mancini ha liquidato gli ultimi 2 anni sulla panchina interista e il deprimente addio con un tweet che parla di serenità. Bene, ma di chi? Da novembre 2014 a oggi l’Inter non ha mai trovato la serenità. L’euforia di una manciata di giornate in cima alla classifica sì, così come lo sconforto dopo tonfi terribili (quello casalingo con la Fiorentina o il derby dello 0 a 3), l’ebbrezza di una quasi rimonta con la Juventus in Coppa Italia o anche solo la consapevolezza amara dei propri limiti nella catastrofe contro il Wolfsburg. Un ottovolante di molte sensazioni negative e di qualche sprazzo di bel tempo, comunque più variabile che non sereno. Mancini ha imposto alla squadra e alla Società le proprie scelte e la velleità del manager all’inglese in un campionato in cui invece la specializzazione e la filiera delle competenze sono un punto di forza di chi riesce a costruire l’organigramma più eterogeneo (alla Juventus l’allenatore allena, il direttore sportivo indirizza le scelte di mercato e l’Amministratore delegato si prende le responsabilità del ruolo). Nella testa dell’ex allenatore dell’Inter c’era una Società verticalissima in cui lui poteva scegliere, fare e disfare proprio come nel primo disgraziato anno e mezzo di incarico. Tre sessioni di mercato all’arma bianca, denaro speso per giocatori prima inseguiti e poi deprezzati nel giro di pochi mesi. Non serenità ma un’inquietudine che lentamente si è trasferita dalle scelte tecniche alla gestione nel suo complesso, con uno spogliatoio ingovernabile dopo la sconfitta casalinga con la Lazio e un mese di gennaio che con tutta probabilità è costato all’Inter la qualificazione in Champions League e ha lasciato cocci impossibili da incollare.

mancini

Tutta colpa di Mancini? Se vogliamo prendere per buona la sua idea di società, la risposta rischia di essere sì. Ma ci sono delle attenuanti e dei buoni complici. Il primo è il generoso ex Presidente Moratti, che per Mancini ha garantito personalmente e lo ha caldamente raccomandato all’amico-nemico Thohir, anche a maggio quando sarebbe stato molto naturale dirsi addio. Le ragioni sono nella testa e nel cuore di Moratti e quindi come tantissime altre scelte del suo quasi ventennio restano imperscrutabili. Poi c’è anche Thohir, che però in questa situazione ci si è ritrovato, lui che di calcio capisce quanto un eschimese di samba. Thohir voleva fare denaro e denaro ha fatto, moltiplicando in un anno il valore delle sue quote e traghettando l’Inter in mani che ancora non sappiamo quanto siano abili ma che di certo sono affidabili. Per quel che riguarda la noiosa questione della gestione sportiva fin dal primo giorno Thohir si è fidato e ha delegato a Fassone, uomo di cui almeno teoricamente Moratti è stato sponsor e primo datore di lavoro, la gestione di una società dalle procedure misteriose e arrugginite. Per buona sorte di tutti noi da questo mare di confusione è emersa la figura di Piero Ausilio, che per due anni ha diligentemente spuntato la lista della spesa e mostrato una lucidità rara. Ha comprato bene e a volte è riuscito a vendere o almeno a condividere il danno di ingaggi come quelli di Ranocchia.
Cosa succede ora?

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Suning ha sull’Inter un progetto industriale serio ma manca drammaticamente di esperienza nel management sportivo. Thohir è in uscita e mai avrebbe pensato di dover gestire un momento di crisi nel quale il nuovo azionista di maggioranza è ancora fragile e lontano e non ha scelto un uomo forte (non suoni come una battuta l’apprezzamento per i misteriosi cinesi del Milan, che hannon già scelto un manager italiano. Pazienza se è Fassone). Moratti non è mai stato un padrone lucido, troppo innamorato della sua creatura e quindi pensarlo ora come consigliere è quasi umoristico.
Nel mezzo ci siamo tutti noi che abbiamo aspettato per un’estate intera che Mancini dissipasse le nebbie del suo malcontento e mostrasse un po’ di quell’amore per l’Inter che ha per mesi raccontato e sbandierato, anzi sciarpato (sempre cachemire). Visto e considerato che se ne va ricco di una buonuscita importante e che nei patti con la proprietà ci dev’essere quello della totale riservatezza sui motivi del divorzio, possiamo solo immaginare scenari e interpretare silenzi.
Mancini voleva carta bianca e carta bianca non ha avuto. Voleva l’estensione del contratto ma senza vincoli. Voleva altri giocatori da aggiungere alla sua lista di capricci milionari e non li ha avuti. A questo punto chiunque si sarebbe dimesso, per coerenza. Lui no, è andato dritto per la sua strada supportato da quell’interismo così gauche caviar e nostalgico, quello degli esteti che si son dimenticati le partite orrende degli ultimi due anni e che imputano a Mazzarri, Thohir e un complotto della Spectre il macello targato Moratti-Mancini.
Thohir eredita e risana una società tecnicamente fallita a causa della gestione Moratti ma a quel certo interismo snob non va proprio giù, è basso, buffo e ha la giacca stazzonata. E poi in un anno e mezzo non ha vinto niente (pazienza se quell’altro ce ne ha messi 15, imbottiti di 5 maggio e altri disastri).
Mazzarri è causa di ogni male, anche se a lui Babbo Natale portava Belfodil e Taider e ringraziare.
Se solo trovassimo un po’ di lucidità, capiremmo che questo è un momento fondamentale per il futuro dell’Inter.
Arriva un allenatore giovane ma giù esperto, con un’idea di gioco.

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Già solo scriverlo è un sollievo, perché avere un’idea di gioco è esattamente il contrario di quello a cui abbiamo assistito negli ultimi 18 mesi.
Arriva un allenatore che può costruire un progetto, anche se nel suo contratto c’è una sanguinosa clausola Simeone.
Arriva un allenatore che però ha solo due settimane per tentare di impostare la squadra e ancora prima per conoscerla. Frank De Boer merita supporto, pazienza e grandissima calma nei giudizi.
Tutto quello che immeritatamente Mancini ha ricevuto in dote, premio per un bellissimo passato che ha rischiato di rovinare per qualcosa di molto simile all’egoismo e alla cupidigia.
Piero Ausilio ha rinnovato fino al 2019, incassiamo questa buona, ottima notizia. Ripartiamo da lui e De Boer, potrebbe essere la volta buona per tutti noi della banda Mourinho, vedovi ma non inconsolabili.

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6 thoughts on “Di male in De Boer (meglio)

  1. zamor ha detto:

    alla fine con cosa rimaniamo?
    tutto sommato di mancini salverei la capacità di farsi comperare giocatori decenti…se possiamo riporre speranze in de boer è perchè comunque 7/8 su 11 sono buoni e taider e belfodil sono dei ricordi……

  2. Andrea ha detto:

    io in linea di massima quando succedono queste cose do la responsabilità principale al club. E’ il club che a giugno deve già sapere se ha intenzione di rinnovare la fiducia al tecnico o no. Ed è il club che si fa carico dei rischi maggiori se temporeggia troppo. Detto ciò, vivaddio la telenovela è finita, e si parla di calcio. Del Mancio 2 resteranno pagine sbiadite, pasticciate o strappate, a cominciare dalla rissa vera con Osvaldo allo “stédium”, per continuare con quella sfiorata con Jovetic, quella verbale con Sarri. Peraltro, quella sera ebbi una sensazione di fastidio: Mancini non voleva nemmeno commentare la partita, che di fatto sanciva uno dei potenziali migliori risultati della stagione: semifinale di Coppa conquistata sul campo del Napoli. Non ne voleva parlare perché era troppo nervoso per le offese subite. Mi sembrava abbastanza chiaro che c’era ben altro malcontento dietro a questo atteggiamento.
    Parliamo di De Boer, che qui in Olanda ha fatto bene in un contesto
    Mi auguro che l’Inter lo sostenga come merita, e anche di più in considerazione che lo butta in pasto alla serie A senza neanche dargli la possibilità di fare la preparazione. Che lo sostenga nella gestione dello spogliatoio, soprattutto nell’introduzione di quella disciplina di squadra che è imprescindibile se vuoi raggiungere obiettivi di alto profilo. Al di là e prima ancora del gioco, De Boer e il club devono instillare nei giocatori fame e senso di appartenenza. Se no, rivedremo film già visti.

  3. Andrea ha detto:

    oops… ho lasciato una frase a metà.. .volevo dire che De Boer qui in Olanda ha fatto bene in un contesto per vari aspetti più semplice: il livello della Eredivisie è più basso, e l’Ajax è praticamente sempre stato dominante. Vero è che lui ha vinto quattro titoli di fila, ma in pratica si è dovuto guardare quasi esclusivamente dal Feyenoord.

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