Amarcord

Alessandro Bianchi, l’Essenziale

Lo ammetto, ho avuto idoli discutibili in gioventù. C’era chi ammirava i campioni e chi come me preferiva il giocatore di sostanza, quello che sulle copertine non c’era mai. Nell’Inter dei record, quella dei 58 punti, dei tre tedeschi, di Trapattoni, di Zenga, del bomber Aldo Serena e del genio e sregolatezza di Berti era tremendamente difficile trovare un giocatore su misura per me. Ma quando a 10 anni compiuti andai a comprare la mia prima maglia nerazzurra (Misura c’era scritto per davvero), non ebbi alcun dubbio nel dire ad alta voce il numero che avrei voluto sulle mie spalle: il 7.

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In quella magnifica filastrocca che iniziava così Zengabergomibrehme il primo dubbio da dilettanti giungeva proprio alla settima riga: Matteoliferrimandorlini… silenzio. L’ala destra, come diceva mio padre, nostalgico dei ruoli e di una terminologia specifica che quella Inter non rappresentava, era Alessandro Bianchi. Giocatore di nicchia, Alessandro. Innanzi tutto perché non si faceva chiamare Alex e non aveva particolari soprannomi. Aveva il cognome più comune del mondo e dell’ala destra non aveva né il dribbling, né il passo. Il cross sì, ed era uno di quei giocatori capaci di liberarsi del pallone in tempo, prima di finire a dribblare la bandierina del calcio d’angolo come molti suoi colleghi di ruolo facevano all’epoca, facendo impazzire i tifosi e imbestialire gli allenatori. Per questo Trapattoni lo volle fortemente nella sua Inter e quando fece il suo nome a Pellegrini non furono in pochi a sottolineare che il Trap era in vena di scommesse.

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Era appena arrivato il ventunenne Berti dalla Fiorentina, l’incompiuto Ramon Diaz, in attacco si stava dando nuova fiducia ad Aldo Serena che veniva da un paio di stagioni non proprio indimenticabili ed ecco che a completare una squadra dove la differenza avrebbero dovuta farla (e la fecero), i tedeschi, arrivava da Cesena Alessandro Bianchi. Del centrocampo del Trap Alessandro Bianchi era l’uomo in più. Il secondo uomo in più, per la precisione. Forse il terzo, se consideriamo che Mandorlini non era solo un libero ma un centrocampista aggiunto. Se a Berti era demandato il compito di inserirsi e scardinare le difese avversarie (non a caso furono 7 i gol al suo primo anno),  e a Lothar il grande quello di comandare, più che dirigere, come solo un numero 10 tedesco avrebbe potuto fare, a Bianchi e Matteoli veniva demandato il compito di coprire, sovrapporsi, scambiarsi di ruolo, se necessario.

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In quella macchina perfetta, sebbene la vera perfezione durò una stagione appena, Alessandro era terzino quando Bergomi stringeva a fare il marcatore, ala quando la difesa si allargava, mediano quando Berti si prendeva la licenza di decentrarsi (a volte perché da quella parti c’era l’ombra e lui, che non lasciava intaccato un filo d’erba, doveva rifiatare), attaccante aggiunto quando Ramon Diaz indietreggiava e si trasformava in suggeritore, fino a quando non arriverà Klinsmann a costringere Trapattoni a cambiare la sua idea di gioco. Alessandro Bianchi è l’antitesi dell’ala destra: nell’immaginario popolare sfrontato, dribblomane, un po’ puttaniere. Senza scomodare Garrincha e Best, il numero 7 italiano è l’estroverso Gigi Meroni, che va in giro per Torino con una gallina al guinzaglio, o il talento puro di Roberto Donadoni. È il brevilineo Attilio Lombardo, la testa calda di Paolo Di Canio. Scendendo in provincia si troveranno altri interpreti esemplari come Rambaudi a Foggia o Perrone a Bari.

A San Siro sponda interista sono Berti e Serena a cantare, in tutti i sensi. Non solo perché scriveranno e interpreteranno l’inno: “Inter sei campione”. Sono loro i re delle notti di Milano. Poi c’è Lothar, che fa un figlio e lo chiama Giovanni, come il Trap, ma da quel giorno di figli ne farà tanti e con compagne diverse. Lui, Alessandro, corre e copre. Non rilascia interviste e a stento lo riconosceresti per strada. Ma si fa trovare sempre nella posizione giusta. Riuscirà persino nell’impresa titanica di attirare le attenzione di Arrigo Sacchi che di quella Inter invidia proprio il numero 7. Non i tedeschi, e nemmeno il portiere. Tanto che porterà Bianchi in nazionale, all’interno di schemi che non riguardano e non possono riguardare giocatori cresciuti a Trap e catenaccio.

Di gol di Bianchi non se ne ricordano moltissimi. Il più bello fu sicuramente quello in Coppa Uefa in una partita che viene citata spesso nei manuali del nothing is impossible. L’Inter ha perso a Birmingham contro l’Aston Villa di David Platt per 2 a 0. Al ritorno serve la rimonta e sopratutto, come diceva mio padre, “bisogna stare attenti a non prendere gol”. Zenga non corre nessun rischio, l’Inter la sblocca subito con Klinsmann, poi a metà del secondo tempo trova il gol del 2 a 0. Sono tutti stanchi e la partita sembra destinata ai supplementari. Fino a quando, a 10 minuti dalla fine, Pizzi non recupera con uno scatto un pallone impossibile (forse uscito dal campo, almeno secondo gli inglesi) e lo mette al centro per Bianchi che di piatto conquista l’angolino alla sinistra del portiere e completa la rimonta dando il là al cammino che porterà a San Siro, via Olimpico di Roma, la prima Coppa Uefa nerazzurra.

L’esultanza di Bianchi è pacata. Da mediano. Eppure è un’ala destra che ha appena segnato il gol più importante della sua carriera. Resta il rimpianto di non averlo mai visto in Coppa dei Campioni, se non in due occasioni, perché quella squadra sciagurata seppe sprecare l’unica occasione delle decennio facendosi sbattere fuori da un Malmoe qualunque al primo turno a causa di un pareggio a San Siro. Sarà solo l’inizio di una serie di imprese titaniche che conosciamo bene e che comprendono nomi e concetti come Helsingborg e 5 maggio. Ma questa è un’altra storia. Bianchi continuerà a correre fino a quando ne avrà. Un tremendo infortunio ne condizionerà la carriera e lo costringerà a ritornare a Cesena, poi uscirà dal giro del grande calcio senza fare troppo rumore. Come uno che spegne le luci dopo la festa, e mette in ordine i cuscini lasciati in giro da Berti e Serena, dai tedeschi e da Zenga. Ma lui di quella festa è stato il protagonista. Aveva il cognome più comune del mondo e si chiamava Alessandro. Faceva l’ala destra e portava il numero 7. Ma sapeva correre e sacrificarsi come pochi.

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3 thoughts on “Alessandro Bianchi, l’Essenziale

  1. Andrea Testa ha detto:

    piaceva molto anche a me, Bianchi. E nei suoi anni interisti era cresciuto notevolmente come personalità e sicurezza. Nel primo anno, lo ricordo tra i più timidi contro il Bayern a San Siro, peraltro aveva dalla sua parte Pfluegler che era grosso il triplo. Ma il terzo anno, quello della UEFA appunto, era ormai un giocatore maturo, tecnico e intelligente. Contro l’Aston Villa giocò una partita pazzesca, ma tutta la stagione fu notevole.
    E ricordo ancora che nel 1992-93 fu fermato praticamente a metà stagione da un brutto infortunio, che pagammo caro perché nella rimonta comunque difficilissima al Milan ci trovammo senza lui e Riccardo Ferri nella parte decisiva della stagione, e i titolari al loro posto erano Angelo Orlando e Antonio Paganin…

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