Editoriale

El Poco (sorridente) Mancini

Due giorni fa Massimo Oddo è stato ospite di una delle tremilacinquecento dirette non stop sul calciomercato, una di quelle in cui Icardi parte-resta-parte-resta-parte-resta-un po’ parte ma resta. Considerati i trascorsi laziali e la buona conoscenza reciproca con Mancini, a Oddo hanno chiesto se sarebbe stato felice di allenare una rosa come quella dell’Inter. Oddo è uomo simpatico e schietto e non ha nemmeno tentato di percorrere la via della diplomazia. Si è messo a ridere. Certo che sarebbe felice di avere a disposizione tutti quei campioni, gli basterebbe anche la panchina. Nei minuti dell’intervista, poco prima o appena dopo, Inter e Lazio perfezionavano la cessione di Candreva e dal Brasile rimbalzavano voci sulla chiusura positiva dell’affaire Gabigol. Nel frattempo e per non farsi mancare nulla Ausilio o qualche benemerito del gruppo Suning suggeriva a Icardi di moderare la frenesia della sua signora e ricominciare a usare i social da capitano dell’Inter. Quella che fino alla sera prima pareva una situazione ingarbugliata e molto tesa all’improvviso si stava dipanando. Tutti felici e più sereni? Tutti tranne uno.

Roberto Mancini non sorride più e quando lo fa è per manifestare scetticismo o esercitare il suo sarcasmo. Sono sorrisi a denti stretti, nervosi. Matteo Caccia ci ha raccontato come questa situazione si protragga ormai da un anno o poco meno. Mancini infelice, Mancini nervoso, Mancini col broncio, Mancini e il suo mal di pancia. Le cose della vita fanno piangere i poeti, ma se non le fermi subito diventano segreti, lo cantava Venditti e se piangono i poeti figuriamoci se non possono permetterselo i campioni come Roberto Mancini. La vita privata di un personaggio pubblico può complicarsi all’improvviso e diventare dolorosa, un dolore che va rispettato e non processato. Da gennaio in poi una ridda si supposizioni stupide, di pettegolezzi infami e offensivi è apparsa qua e là, il sottil venticello della calunnia che per molti vale più della dignità di chi ne è oggetto. Lavorare in condizioni estreme non è da tutti e non sempre si riesce a convertire fatica e malumori in energie nervose buone per competere. Da un anno e passa qualcosa è cambiato e Mancini fatica a sorridere. Per quanto non sia uno dei suoi obblighi contrattuali e nemmeno una cosa dovuta a noi tifosi, la verità è che ci spiace molto perché al Mancio vogliamo bene e poi perché quando sorride è contagioso.

Mancini sa di calcio come pochi altri. Ne sa talmente tanto che rischia di diventare antipatico quando le interviste toccano il tema tattico. Quelli come lui, quelli che hanno giocato il pallone in tutti i modi previsti dal manuale e pure qualcuno in più, quelli che allenavano già quando erano calciatori, provano un terribile fastidio nei confronti di chi non si è cimentato ad altissimi livelli e pretende di interpretare gli schemi, come se il calcio fosse cosa per iniziati. La spocchia del Mancio è sempre stata rassicurante per noi tifosi, dava a tutti l’impressione di sapere perfettamente quello che faceva, che si vincesse o si perdesse. Anzi era soprattutto nella sconfitta che quel sorriso da schiaffi funzionava da diga, un perfetto meccanismo difensivo per dirottare su di se le piccole e noiose polemiche della stampa sportiva e permettere al suo gruppo di lavorare in pace. Mancini contro tutti e  noi con Mancini, il rumore dei nemici molto prima che arrivasse Mourinho. Perché al Mancio non perdonavano di averci messo così poco a ottenere il massimo, ad allenare in Serie A saltando subito da una grande panchina all’altra (Fiorentina, Lazio, Inter). Il primo Mancini interista è stato un allenatore di grande intuito e pazienza, ha fatto cose semplici ma fondamentali per insegnare a una squadra demotivata e perdente cosa fosse necessario fare per ritrovare autostima: giocare un buon calcio e abituarsi a vincere.

Uomo di campo come pochi altri, profondo conoscitore dell’animo del giocatori di talento, il Mancio è arrivato alla Pinetina con le idee chiare: i terzini fanno i terzini e se non ce n’è compriamone di affidabili (Ze Maria e Favalli), la palla la giocano quelli capaci e chi non ha piede che almeno corra. Quelli capaci erano Veron, Stankovic, Cambiasso e poi Vieira. L’Inter partì titubante come tutte le squadre che devono mandare a memoria un sistema di gioco completamente diverso dalla gran confusione degli anni precedenti e lentamente prese fiducia. Dopo la pareggite la guarigione. Impossibile valutare le ultime due stagioni del primo Mancini interista senza considerare l’effetto di Calciopoli su palmares e competizione, quel che possiamo senz’altro sottolineare è la qualità del lavoro sul gruppo e l’intelligenza delle scelte di mercato e staff. Oriali, Salsano e Mihajlovic erano le sponde su cui Mancini costruiva la sua dialettica con la società e con la squadra, un lavoro diplomatico incessante e molto intelligente. Maicon, Samuel, Julio Cesar e Chivu sono solo alcuni di quelli che arrivarono anche grazie a lui, scelti anche quando sembrava un azzardo (come nel caso del portiere che ci ha rubato il cuore). Quando se ne andò litigando con Moratti e costringendo la società a licenziarlo dopo l’ennesimo fallimento in Champions League ci sentimmo tutti un po’ più soli e tristi. Certo poi Mourinho ce la fece passare in fretta, ma a Mancini fummo grati per aver costruito l’ossatura di quella squadra e aver impostato il 4-3-3 flessibile (la presenza di Ibrahimovic lo costrinse a modificarlo e adattarlo), che poi fece la fortuna di Mou.

Mancini aveva le idee chiare anche quando nei finali più convulsi metteva in campo 4 punte. Tutti i giocatori sapevano cosa fare, conoscevano i movimenti e pazienza se quelli meno attenti o abituati a giudicare il calcio come una somma di elementi casuali lo chiamavano culo. scudetti in quattro anni (più quello assegnato a tavolino, sul quale ben poca influenza ebbe la sua guida tecnica), 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane. Ma soprattutto un’idea di gioco, un’impronta riconoscibile che gli permise subito dopo di andare a raccogliere al Manchester City quel che nonostante gli spaventosi investimenti sembrava impossibile. Poi l’esonero e l’inizio di una china discendente (compreso il veloce passaggio al Galatasaray con tanto di clausola liberatoria esercitata dopo appena otto mesi), che il ritorno all’Inter a stagione in corso ma iniziata da poco sembrava aver fermato e invertito. Avete presente quando si perde il tocco magico? A gennaio 2015 Mancio chiede alla società la prima infornata di acquisti di lusso e promette di giocarsela fino alla fine, anche per gli obiettivi più importanti. Shaqiri, Podolski, Santon e Brozovic sono i nomi che Mancini esige e che gli vengono serviti su un piatto d’argento, parecchio diverso dalla ciotola in cui era stato costretto a pasteggiare Mazzarri (per lui Dodò, Vidic, M’Vila e Osvaldo). Una media punti simile a quella del toscano, una certa preoccupante frenesia nella selezione e nel cambio degli schemi, la terribile eliminazione dall’Europa League a opera del Wolfsburg e un ottavo posto in campionato umiliante e per nulla casuale. Ma Thohir, quello che rischia di passare alla storia come il vero salvatore dell’Inter e che fino a qualche mese fa veniva etichettato come un taccagno incompetente, perdona e apre di nuovo il portafoglio.

Kondogbia, Melo, Telles, Murillo, Miranda, Jovetic, Ljiaic, Perisic e poi Eder. La squadra parte bene ma al di là dei risultati c’è una confusione terribile. Gli schemi cambiano di continuo, i giocatori sono sistemati in ruoli esotici. Perisic giocherà sia esterno basso (nella catastrofe casalinga contro la Fiorentina), che trequartista e prima punta. Kondogbia finirà sulle fasce, lui che è un interno di grandissimo potenziale. Tutto può e deve succedere, è giusto che un allenatore sperimenti e in particolare che lo faccia un allenatore esperto e capace come il Mancio. Quello che però non arriva mai è l’assestamento, quell’idea di gioco che aveva reso Mancini uno dei migliori allenatori italiani dello scorso decennio. Fino a Natale arrivano i risultati, poi qualcosa si rompe, il gruppo si sfascia. Non è la vicenda Sarri a segnare il passo, quella è più causa che non effetto di un malessere e un nervosismo profondi. Le squadre, i gruppi si costruiscono nel tempo. Conte è un’eccezione, il suo miracolo juventino nella stagione 2011/12 è qualcosa di raro se non irripetibile, ci vuole pazienza per plasmare un gruppo. Pazienza e voglia. L’Inter della scorsa stagione è stata una delusione enorme, qualche buona partita e moltissima sofferenza, una circolazione di palla fitta ma senza qualità perché troppo spesso delegata a Gary Medel, pupillo di Mancini, generoso ma tecnicamente inadeguato al ruolo (Medel è un fantastico interditore in moto perpetuo, ha piedi abbastanza educati ma i tempi di gioco non sono il suo forte).

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Ora al di là delle considerazioni tattiche che lo farebbero arrabbiare furiosamente (o forse semplicemente ridere per la pochezza della nostra analisi), quel che non torna, quello che è difficile capire ora è la ragione di un malumore così plateale e duraturo. O meglio, la ragione (quella professionale), è nota: Mancini vuole un prolungamento del contratto. Si è trovato a non avere mercato o almeno non quello cui ambiva (nemmeno la Federazione Inglese ha voluto approfondire il contatto e verificare la sua disponibilità), e scarta nervosamente di fronte all’ipotesi di rispettare l’impegno biennale con l’Inter senza prolungamento. Che sia la paura di un nuovo caso Mourinho (questa volta con Simeone protagonista, il papa straniero che arriva e sfrutta il suo lavoro preparatorio), o solo per un’umana e comprensibile angoscia per un futuro da disoccupato della panchina (anche i milionari piangono, si sa), Mancio è molto contrariato e non perde occasione di ribadirlo. Mettiamoci anche la poca fiducia che Thohir ripone in lui dopo due stagioni di acquisti carissimi, voluti ad ogni costo e deprezzati in un baleno, poca fiducia che è stata evidentemente trasmessa ai nuovi padroni che considerano Mancini un allenatore e non più lo stratega degli scenari del mercato nerazzurro. Questo il quadro generale degli umori manciniani, riassunti perfettamente da quel:

Meglio stare zitti

di pochi giorni fa. Quello che l’allenatore non considera però è che larga parte della dirigenza dell’Inter è in scadenza proprio come lui e che quando la proprietà passa di mano è abbastanza naturale dover dimostrare la propria utilità alla causa, anche se sei Roberto Mancini e soprattutto se nelle ultime due stagioni ti ha salvato solo il nome (chiunque altro sarebbe stato almeno messo in dubbio se non proprio allontanato). La rosa è ancora incompleta, verissimo. Non è arrivato il giocatore feticcio di Mancini, quello Yaya Tourè su cui forse pensava di costruire un architrave-Veron. Però sono arrivati Banega, Ansaldi, Candreva e soprattutto nessuno dei migliori è stato (a oggi), ceduto. Chiunque altro affronterebbe la sfida con un po’ di entusiasmo. Magari non quello di Oddo, certo. Ma anche provare a vincere da allenatore uscente ha un grandissimo fascino.

Ha ragione Mancini, meglio stare zitti in momenti come questo o forse sarebbe stato meglio stare zitti prima, evitare anche di dire cose come:

di progetto parlano in tanti ma, in generale, nessuno può essere considerato veramente serio se dura un anno soltanto

oppure anche:

questo non riguarda solo l’Inter, ma anche la Juventus che impiegò quattro anni per tornare a vincere nonostante avesse giocatori di grande spessore e qualità, tutti italiani. Progetto è una parola che tutti hanno in bocca

laddove per progetto ormai siamo tutti sufficientemente scafati da leggere contratto. Così, persa quella vena di romanticismo che ci aveva spinti ad abbracciare il ritorno del Mancio come quello di un fratello maggiore, ci ritroviamo qui con la sgradevole sensazione che sia solo un problema di contratto e denari, come se il tributo di sangue degli ultimi due anni non fosse bastato.

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L’Inter non è un squadra qualunque. Nervosismi, rancori ed errori si accumulano e le nubi si addensano più in fretta che altrove. Se lo spirito con cui Mancini affronta questa avventura (al netto di tutto quello che non conosciamo, dei rapporti tesi o mancanti con Suning, ma che nonostante la confusione dev’essere sempre e comunque meglio di un turno in miniera), non cambia alla svelta c’è da augurarsi una cosa sola, anche a due settimane dall’inizio del campionato. Salutarsi ora civilmente per non farlo tra poco con molto meno affetto. Che sia il Mancio lucido a sufficienza o che siano i nuovi padroni a spazientirsi definitivamente, se le cose non cambiano è meglio dirsi addio. Che è un peccato, perché pochi uomini hanno indossato l’Inter con l’eleganza di Roberto Mancini, quello che un tempo sapeva anche sorridere

 

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