Il giorno di Fantaghirò

Il giorno in cui Stefano Mazzi scoprì l’Inter e Alvaro Recoba

«Vaffanculo. Ha segnato Hübner. Ma come si fa? È pure curvo quello lì».
«Che cos’è Hübner? Chi è Hübner?», domando a mio padre mentre sotto l’ombrellone sta elencando tutti i santi in paradiso, descritti in posizioni pittoresche e difficilissime del Kamasutra.
Lo ricordo come se fosse successo un quarto d’ora fa.
Avevo 11 anni e l’estate che fu di Ronaldo (quello vero, all’anagrafe Luis Nazario da Lima, ma universalmente conosciuto come Il Fenomeno), stava finendo con un gol del prodigioso facchino prestato al calcio Dario Hübner da Muggia, cittadina ad un passo dalla Slovenia.
Mi arrabbio così tanto che tiro un calcio alla sdraio sulla quale è seduta mia madre, mi sbuccio il mignolo e continuo il lavoro di mio padre sui santi.
17 minuti alla fine della partita.
Nel cuore di un adolescente sono interminabili diciasette minuti, sapete ?
I sogni di un bambino delle medie infranti da un uomo sgraziato, uno che del calciatore non aveva niente.
Poteva al massimo fare il camionista.
Scaricare la frutta.
Fare il barista. Guidare i turisti per le vie di una nostra bellissima città d’arte.
Insomma poteva fare tutti i mestieri del mondo, tutti più dignitosi del calciatore ma non il calciatore!

Eppure…

 

Siamo sotto!

Trattengo le lacrime a stento manco fosse una finale di Coppa Campioni.
La ripresa continua.
La partita proprio non si vuol sbloccare e noi a dire il vero ci mettiamo del nostro.
Attacchiamo, ma siamo confusionari, distratti, quasi irritanti.
I sogni sono già finiti in chissà quale cassetto.
Non riesco neanche a crederci.
Poi il cambio che segnerà per sempre il cuore di milioni di tifosi interisti.
Uno in particolare. Uno su tutti e più in alto di tutti: quello di Massimo Moratti.
Esce Maurizio Ganz, all’epoca ancora idolo bauscia ma ben presto traditore della causa nerazzurra, ed entra un piccolo giovanotto impertinente dal fisico gracile, il sinistro fatato (così almeno dicono gli espertoni dell’epoca), e un caschetto uguale a quello di Alessandra Martines in Fantaghirò.

 


Una roba inguardabile.
Il suo nome è Alvaro Alexander Recoba Rivero ma tutti lo chiamano Chino.
Un calciatore straordinario ma solo quando ne aveva voglia.
Forse, anzi senza il forse l’amore calcistico più grande ed intenso del petroliere milanese all’epoca alla guida dell’Inter. Del padron tifoso, l’uomo che lo avrebbe preso, bendato e rapito e lo avrebbe portato nel proprio giardino di casa per farlo giocare a dribbling con il cane, per poterlo ammirare lui e soltanto lui.
Quel cambio passa però inosservato ai più, sia allo stadio che a casa. Sono tutti troppo impegnati a bestemmiare in grande stile, proprio come mio padre.
Ma l’anonimato dura poco.
Pochissimo.
Dopo una manciata di secondi infatti succede l’impensabile.

 

 

Quello per cui ogni tifoso interista vive, che ama e di cui si nutre. Quel momento di pura follia irrazionale e senza logica tipico della nostra storia. Quel momento che ti marchia per sempre.
Per sempre. Cauet (ad avercene oggi gente che sputa sangue e corre per la maglia come Cauet), vola sulla sinistra, si gira e passa la palla in mezzo.
Recoba la stoppa e senza pensarci troppo fa partire un tiro direttamente dal piazzale dietro la nord. Il tiro più bello che io abbia mai visto, una parabola angelica e assassina allo stesso tempo.
Un dipinto nel cielo di Milano.
Tutt’oggi sono convinto che se quel giorno non ci fosse stata la rete a fermare il pallone incandescente quel tiro avrebbe vagato per anni nella stratosfera e nel 2012 avrebbe incontrato nei cieli del Perù il rigore di Bonucci contro la Spagna in Confederation Cup o qualche siluro mal calibrato di Guarin.
L’Inter di Ronaldo, 31 agosto 1997, pareggia grazie ad un ragazzo uruguaiano che sembra cinese.

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Il Chino. Per più di dieci anni questo sarà il suo nome, quello con cui tutti noi lo chiameremo. Il Chino è già leggenda tre minuti dopo il suo ingresso, è già polvere tra le stelle.
Alvaro Recoba da Montevideo, tifoso del Nacional.
Ma la favola non finisce qui.
Qualche minuto dopo viene fischiata all’Inter una punizione fuori area.
Recoba va sulla palla. Ma come Recoba? Con tutti quelli che ci sono, con le gerarchie che esistono all’interno del calcio questo qua arriva ed in cinque minuti già vuol calciare le punizioni? Avrà sicuramente commentato qualche migliaio di cumenda seduti allo stadio quel pomeriggio.
Eh sì. Proprio lui.
C’ha preso gusto, oppure l’Inter è allo sbando e ognuno fa che cazzo gli pare, in barba a ciò che dice quel bravo uomo di Gigi Simoni.
Fatto sta che Recoba è lì, pronto a calciarla.
Davanti a lui tre giocatori usciti da direttamente da un video di Max Pezzali e Mauro Repetto, gente con una gloriosa capigliatura anni ’80.
Cristiano Doni, Andrea Pirlo che all’epoca è un giovanotto di belle speranze
e Giovanni Cervone, una specie Richard Benson con i guanti da portiere.
Alvaro posiziona la palla. Alvaro non ha più paura di niente ormai.
Guarda la porta.
L’arbitro fischia.
Recoba parte.

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San Siro esplode.
Fantaghirò ha concesso il bis.
Alessandra Martines ha salvato l’Inter.
Mio padre grida: «Recba. Ha segnato Recba».
Io: «Recoba, papà. Si chiama Recoba».
«Non me ne frega un cazzo!», risponde lui.
Esulta.
È felice. Lo siamo tutti…
Tutti i sopravvissuti all’estate di Ronaldo. A quell’attesa snervante. Devastante. Sanguinante.
Hübner è lontano, così lontano che non fa più neanche paura (nonostante il suo aspetto).
A Milano è nata una stella che non si consacrerà mai. Per anni il popolo interista potrà contare sulla sublime intermittenza calcistica del Chino. Uno che si accendeva solo quando voleva, ma quando lo faceva era pura poesia.
Il Chino rimarrà per anni a libro paga dell’Inter, illuminando il Meazza solo con un millesimo della luce che poteva creare.

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Il giorno di Ronaldo, esplode Recoba.
In quel momento capisco bene che l’Inter è qualcosa di inspiegabile, irrazionale. Qualcosa per cui non vale neanche tanto la pena di arrabbiarsi. Non la puoi capire. Spiegare. puoi solo cercare di assecondarla.
Capisco che l’Inter riuscirebbe a rovinare il giorno più bello della tua vita e allo stesso tempo consolarti nel giorno peggiore che tu abbia mai vissuto.
È così, prendere o lasciare.
Quel caldo giorno di agosto in cui fino a poco prima l’unico pensiero erano i quindici giorni che mi speravano dalla scuola, nasce un amore unico.
Grazie al numero 20 venuto dall’Uruguay e anche al bisonte del Friuli-Venezia Giulia che rese possibile tutto ciò.
Era una Serie A per brutti. Per tutti.

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Una Serie A che poteva permettersi uno che aveva gli stessi capelli dell’eroina Fantaghirò, Alessandra Martines da Roma.
Si chiamava Alvaro Alexander Recoba Rivero, ma per tutti noi innamorati di questa squadra, quelli che superarono indenni quell’afosa estate di tanti, troppi, anni fa sarà per sempre solo il Chino.
Il ragazzo dal sinistro magico.
Il ragazzo che buttò via il suo talento solo perché non ne aveva voglia o almeno non sempre.
Nonostante ciò, grazie di tutto Alvaro.
Grazie di tutto Chino.

Stefano Mazzi

Un pensiero riguardo “Il giorno di Fantaghirò

  1. ciao
    premetto sono bresciano, ma sono interista di nascita.
    il tuo elogio nei confronti di darione Huber detto Tatanka ( bisonte nella lingua indiana) dimostra quali potevano essere le sue qualità calcistiche.
    Però da li a dire che era li per caso ne passa.
    Ha sempre fatto il suo sporco lavoro di calciatore senza prendere e pretendere tutti i soldi che Moratti elargiva ai suoi pupilli, comunque di gol e di soddifazioni nel Brescia le ha sempre portati a casa e lo si ricorda sempre con tanto affetto

    Forza Inter
    Fabio

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