Amarcord

Almeno uno Pagliuca lo para

“Almeno uno, Pagliuca lo para” (Federico Buffa, storie Mondiali)

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Quando si arrivava ai calci di rigori questa era la frase più ricorrente. La certezza di avere dalla tua un portiere che almeno uno l’avrebbe parato. Succedeva sempre, il resto dipendeva da chi li tirava. Gianluca Pagliuca è stato un meraviglioso portiere ma ha solo sfiorato la leggenda, un po’ per colpa del ciuffo da ballerino di liscio e molto perché masticava male il suo chewing gum, una cosa poco solenne da vedere in campo. Ha attraversato l’era di mezzo tra Zenga e Buffon, ne è stato testimone e protagonista in due mondiali. In un calcio che ricorda solo i vincenti nella leggenda è entrato Taffarel e non il buon Gianluca, che il suo rigore anche quel pomeriggio a Pasadena l’aveva parato eccome, (a Marcio Santos). Peccato che tra Baresi, Massaro e Baggio, noi ne sbagliammo tre. Strano il destino, perché Pagliuca gioca ancora un mondiale, quattro anni dopo in Francia, il quarto di finale del tanto così di Roberto Baggio. Si va di nuovo ai rigori e anche questa volta uno lo para, quello del surfer Lizarazu, ma non basta. L’Italia va fuori.

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Italian goalkeeper Gianluca Pagliuca (L) saves the ball after French defender Bixente Lizarazu (R) kicked it from the penalty spot 03 July during the penalty shoot-out of the 1998 Soccer World Cup quarter final match between France and Italy at the Stade de France in Saint-Denis, near to Paris. France beat Italy 4-3 in the penalty shoot-out to book their place in the World Cup semi-finals where they will play the winner of the Germany-Croatia quarter-final match. (ELECTRONIC IMAGE) AFP PHOTO

La sua avventura nerazzurra si colloca a cavallo tra questi due Mondiali beffardi, leniti solo da un palo baciato, un’immagine che farà il giro del mondo. Ci fossero stati i social network, nel ’94, quella scena sarebbe stata oggetto di mille gif.

Per uno strano scherzo del destino non ha mai disputato gli Europei. Nel 1992 l’Italia non si qualifica, nel 1996 Sacchi lo lascia a casa per Peruzzi (che tornerà in questa storia), nel 2000 è il turno di Toldo che disputa il torneo della vita fino ad un minuto dal trionfo, quando un pallone ingeneroso gli passa sotto l’ascella dopo aver rimbalzato da una parte all’altra del campo, seguendo tutte le traiettorie che non doveva seguire (rimbalzo sulla testa di Cannavaro compreso).

Pagliuca sa di essere il portiere dell’Inter prima dei Mondiali americani. Infatti esordisce con un clamoroso errore di valutazione contro l’Eire, facendosi trovare fuori dai pali sul gol di Houghton, poi si fa espellere contro la Norvegia prendendo di mani il pallone fuori dall’area di rigore e costringendo Sacchi a togliere Baggio (che gli dà del pazzo), ma di fatto mettendo la squadra nella condizione di non poter sbagliare più. Non è un mistero che Sacchi gli preferisca Marchegiani gioca meglio il pallone con i piedi. Ma sono proprio i piedi a tradire il portiere di Jesi contro la Svizzera in una partita di qualificazione ai Mondiali. Qualche tifoso interista mugugna. La cessione di Zenga non rappresenta solo un normale avvicendamento tra un portiere più esperto ed uno in rampa di lancia da qualche anno, oggettivamente il migliore in Italia. Perché Zenga ha appena vinto una soffertissima Coppa Uefa compiendo miracoli a ripetizione in finale e lasciando lo stadio così:

“Vado via? Non lo sapevo. Ma chi se ne frega”

Zenga è l’icona, l’intoccabile, il tifoso. Il primo ad andare avanti quando c’è da litigare. Con l’arbitro, con il guardalinee, con gli avversari. Zenga, che dopo il Mondiale italiano viene crocifisso ben oltre il suo errore, è il dominus della porta nerazzurra e solo uno che nella vita fa il portiere della nazionale può prendere il suo posto.

 

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Pagliuca entra in scena in punta di piedi, facendo solo quello che sa fare. Parare. È più forte di Zenga nelle uscite, è esplosivo, si concede ogni tanto ai fotografi, raramente commette un errore di valutazione. Eppure non rinuncia a bloccare il pallone e presto diventa il leader di una difesa che non può contare su Baresi e Maldini, anzi conosce l’anno di grazia con Fresi, Colonnese, Galante e Taribo West. Con Bergomi a fare il libero.

Pagliuca lascia la Sampdoria nell’anno in cui i giocatori blucerchiati si guardano negli occhi e capiscono durante una cena che il ciclo è finito. Qualcuno va alla Juventus, qualcuno all’Inter, altri alla Roma, Mancini resta. Si narra che sia stato proprio Mancini a suggerire a Boskov di puntare su quel ragazzo. L’allenatore serbo per tutta risposta si chiederà spesso se a sbagliare è stato Pagliuca, ma Pagliuca non sbaglia davvero mai. All’Inter si ricordano pochi errori, e quasi mai decisivi. La sua grande forza è la capacità di interpretare il ruolo con semplicità. Non ricordo di aver mai visto Pagliuca cercare gloria in attacco negli ultimi minuti. Conosce i suoi limiti. Certo, non giocava benissimo con i piedi ma all’epoca quella era merce rara. Solo Marchigiani e Luca Bucci, uno che avrebbe avuto una carriera più lunga e luminosa se alle sue spalle non fosse spuntato un ragazzo prodigio, sapevano trattare questo tema. La stagione migliore di Pagliuca all’Inter è sicuramente quella con Gigi Simoni. Prima di tutto perché la squadra trova una solidità difensiva che avrebbe fatto la fortuna persino di Malgioglio (grande uomo, portiere discutibile, per anni il secondo di Zenga), poi perché Pagliuca sembra tirato a lucido, dimagrito, insomma in stato di grazia.

Almeno uno Pagliuca lo para, ritorna quel refrain nella partita scudetto, quando Del Piero viene atterrato da West, il cui unico scopo è chiedersi: Chissà se dopo non aver fischiato il fallo su Ronaldo ha il coraggio di non fischiare questo. Tarino perde la sfida e Ceccarini fischia il rigore. Pagliuca lo para e ci regala per qualche minuto l’illusione che in fondo anche il complotto più ardito può essere sovvertito. Non sarà così. Gianluca ha il tempo di alzare una merita Coppa Uefa, di regalarsi una foto ricordo con Moratti sulle spalle e di disputare un’altra stagione all’Inter. L’ultima.

Della stagione 1998/1999 passerà alla storia la tripletta di Baggio contro il Real Madrid, la folle vittoria a Roma per 5 a 4 e una caterva di traghettatori, tra cui Lucescu e Hodgson. Moratti ha scelto Lippi ad ottobre e metà squadra sa già di avere le valige pronte, sia per questioni tecniche che comportamentali. Uno di questi è Pagliuca, perché Lippi ha già deciso in un impeto di arroganza (non sarà il primo né l’ultimo), che il suo portiere è Peruzzi. Nulla da obiettare se non che Pagliuca, ancora nel giro della nazionale, viene svenduto mentre Peruzzi lo paghiamo una cifra spropositata, circa 35 miliardi di lire. Tantissimo per un portiere. Pagliuca va via non senza rimpianti. Il suo ciclo da grandissimo portiere è finito prima del tempo, perché all’epoca erano in pochi a prendere in considerazione l’ipotesi di un’esperienza all’estero. A memora uno come lui nei primi 2000, sarebbe servito a diverse squadre come il Manchester United, l’Arsenal, lo stesso Barcellona e chissà quante altre. Scelse invece di tornare a casa, a Bologna, dove tutto era cominciato. Tra un bicchiere di Pignoletto un caffè al bar e il ricordo di quell’annata con Ronaldo. I racconti delle rovesciate di Djorkaeff, i dribbling di Baggio, il palo baciato a Pasadena e quella volta che si fece tutto il campo per andare a rincorrere un ragazzo di vent’anni con gli occhi a mandorla e il nome di un cartone animato che aveva ribaltato la partita di esordio della stagione, quella in cui tutti aspettavano il Fenomeno. Almeno uno Pagliuca lo para. Il problema è aspettare una vita che sia quello giusto.

 

 

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